Semplice la fine

Non ci sono: ho raggiunto il tono labile, la trasfusione
di pensati, concetti esatti che tu passasti alle mie labbra
un bacio, un’emulsione di pellicola e la messa a fuoco
perfetta dell’immagine, anamorfica del buio che fosti
abile a raddrizzare: insieme in cima a respirare mosti
a vento, l’infinito non è che accostamento di spezzoni,
la scelta non casuale di contrasti, variazioni di stupore all’ora
in cui ritorna il tempo, declinato astratto, senza sentimento;
il cuore (tu lo dici) è solo la versione precedente di un contratto
asintattico, scritto calligrafico (come scrivi bene, mi dicesti);
e la tua guancia affiora dal cuscino ancora intriso
di primo tentativo, sfondo cielo, inviso – vivo – gelido
di luce olivo chiara come ci apparvero i paradigmi
delle distanze lunghe, pomeriggi in fondo al sole, muri
screpolati, infiggersi d’avventi attese: come
mi guardavi, partendo. Una leggenda di silenzio.

Vorrei vederti scendere le scale sola, nel crocicchio
di questi capodanni. Ce l’avranno i freddi di qualsiasi
stagione uno scalino che ne ferma la discesa.
Com’è semplice la fine, la sua accoglienza.

Massimo Orgiazzi (Torino, 1973), da Reliqua realia (Lampi di stampa, 2009)


BULOS DI PAÎS

E fasevin dispiets
e cjolevin pal cûl, e ufindevin
e dopo e disevin:
“La prossime che tu fasis
tu âs finît par simpri”.

Nol ere tant temp che ere
muarte me mari,
che mi vevin menât
parfin tal simitieri
a fâ la prove di coragjo
cul mostro Cernazai.

Cumò co ai cuarant’ains
mi metarès a ridi
ma in chê volte o eri
frut e no capivi.
Usât a sei colpevul
dal cancar di mê mari, fossial
stât nome chel…

Par dî la veretât
o eri trascurât e o fasevi
el stupidel par vê un pocje
di atension, un estro
di cjatâ o par dismenteâ
e la int ûr crodeve
co fos io el menoât
e ur crôt ancie cumò.

Però, insomp de storie
cun dute che borie

ce sono deventâts?

Maurizio Benedetti (Berna, 1968), da Bionda salamandra e altre poesie (Kappa Vu, 2010)

 

Bulli di paese

E facevano dispetti
e prendevano in giro, e offendevano
e dopo mi dicevano:
“La prossima che fai
tu hai finito per sempre”.

Non era passato troppo tempo
dalla morte di mia madre,
che mi portarono
perfino al cimitero
a fare la prova di coraggio
con il mostro Cernazai.

Adesso che ho quarant’anni
quasi ne sorrido
ma allora ero
bambino e non riuscivo a capire.
Abituato a sentirmi colpevole
del cancro di mia madre, e fosse
stato soltanto quello…

Per dire la verità
ero trascurato e facevo
lo stupido per avere un po’
di attenzione, una fantasia
da trovare o per dimenticare
e la gente credeva
che fossi io il ritardato
e lo crede ancora.

Però, in fondo a questa storia
con tutta la loro boria

cosa sono diventati?

 


Simili

Uguale al treno, quando
tanti scendono e poi, soli, si sale.
Al centro della vita
restano i vestiti e le piante
che precedono i pensieri.
Si sostituiscono alle occasioni
le belle strade.
Resta l’obbligo di dare
precedenza agli incroci
tra i volti, sfollare la memoria

Alberto Cellotto (Treviso, 1978), da Pertiche (La Vita Felice, 2012)


Mi cerca un tempo inquieto

Mi cerca un tempo inquieto.
Giungono qui le morti, lo spavento
dei volti girati nel buio, le fotografie
cadute dalle cornici.
Viviamo a testa china, controvento.
I colori sotto la corteccia di una luce
avara, invernale, e sguardi
usurati dai ritorni.

Avanzo con cautela
perché si muovono veloci gli alberi
trascrivono nella carne
le cose fuggite dai nomi.

Imparo un tempo diverso, il tempo
della pietra, la paziente
geometria degli alberi
in un’attesa che ferma il volo
pietrifica l’ala sbarrata nell’azzurro.
Trattengo quel che posso: un’acqua leggera,
un suono, le corse dei viali.

La mano scrive nel buio
ciò che sta sospeso e trema.

 

Liliana Zinetti (Casazza (BG), 1954), da Nel solo ordine riconosciuto (L’Arcolaio, 2009)


Il mondo sottostante

Visto che ammazzo i vermi
e mangio cacciagione
almeno un punto è chiaro:
non sono fino in fondo animalista.
E tantomeno posso,
data la mia ignoranza,
cercare fratellanza
con chi è naturalista.
Se palo di animali
lo faccio solamente
per quanto è sorprendente
quel mondo sottostante.

Chi non l’osserva, i più,
non sa cosa si perde:
tecnica amori
sterminî fantascienza
lotte sociali economia
pietà brutalità clemenza.
Così pieno, totale,
è il racconto di quel mondo
da rendere ancora più
evidente – del nostro umano
mondo – il volto decadente.

Franco Marcoaldi (Guidonia, 1955), da Animali in versi (Einaudi, 2006)


La squadra di calcio

E il comunismo perfetto
tutti con la stessa maglia
ognuno è dell’altro il compagno
in campo si vede, distintamente

capisci immediatamente
chi ha talento paura furbizia
remora buona volontà o resistenza
chi gambe chi fiato
non c’è mai una menzogna

e che tutti e sempre
si giochi con le braghette corte
dice bene
che questo è un regime
che funziona

solo quando è giovane.


Giovanni Fierro
(Gorizia, 1968), da Il riparo che non ho (Le Voci della Luna, 2011)

 


Quando cade un governo

Quando cade un governo
nessuno scrive una poesia.
Stanno tutti di fronte alla televisione
a sentire a che ora il Presidente
ha rassegnato le dimissioni.
È stato all’incirca alle Otto di sera
una sera di pioggia romana.
Le sirene delle auto blu giravano mute
sui ciottoli umidi dei piazzale
di fronte al Quirinale. Aspettavano.
Nella sala stampa allo stesso modo si aspettava.
Quando cade un governo
una formula politica perché,
a livello puramente amministrativo,
rimane in carica per sbrigare gli affari correnti.

Raimondo Iemma  (Torino, 1982), da Luglio (Lampi di Stampa, 2007)


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