Futuro

Mia madre partorì a dicembre. La neve cadeva nel fiume.
Alla fine del mese l’acqua gelò sui pesci. Mi mostrarono a tutti
perché non ero morta: «…la toglieremo a pezzi, un braccio e
una gamba incastrati, forse incompiuti».

Di quel tempo resta solo un richiamo come un sibilo interno:
tornare in quel ventre con mia figlia, testa in giù, corpo
informe, due cordoni di carne intorno al collo.
Via da dicembre, dal fiume trasparente
indietro e indietro verso l’inconcepito
l’inizio aprile del nulla.

Antonella Anedda (Roma, 1955), da Il catalogo della gioia (Donzelli, 2003)

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Lingua

Non hai bara da trascinare sulla neve

ma un cane che trema nel buio.

Madre-lingua sei triste

l’aglio si fa nero nel rame

il rombo dal camino sale.

I venti si confondono

Eolo soffia e Babele vive.

Figlia-lingua: scricchioli a ginepro.

Il tuo brivido alla nascita

è un frammento di tempesta tra i pianeti

e le nuvole, le nuvole ciecamente corrono

cancellando dai cieli ogni genealogia.

Antonella Anedda (Roma, 1955), da Dal balcone del corpo (Mondadori, 2008)
– consigliato da Maria Borio

In una stessa terra

a Mauro Martini

Se ho scritto è per pensiero
perché ero in pensiero per la vita
per gli esseri felici
stretti nell’ombra della sera
per la sera che di colpo crollava sulle nuche.
Scrivevo per la pietà del buio
per ogni creatura che indietreggia
con la schiena premuta a una ringhiera
per l’attesa marina – senza grido – infinita.
Scrivi, dico a me stessa
e scrivo io per avanzare più sola nell’enigma
perché gli occhi mi allarmano
e mio è il silenzio dei passi, mia la luce deserta
– da brughiera –
sulla terra del viale.
Scrivi perché nulla è difeso e la parola bosco
trema più fragile del bosco, senza rami né uccelli
perché solo il coraggio può scavare
in alto la pazienza
fino a togliere peso
al peso nero del prato.

Antonella Anedda (Roma, 1955), da Notte di pace occidentale (Donzelli, 1999)

– consigliato da Azzurra D’Agostino


L

È la lettera del librarsi e liberarsi, della lucidità davanti al dolore.
È il liquido allontanarsi del linguaggio verso la lingua  dei folli
che ci slega.
È la lettera letta lentamente dall’inizio alla fine.

Antonella Anedda (Roma, 1955), da Il catalogo della gioia (Donzelli, 2003)


Il mare alza rovina

Il mare alza rovina.
Passione sono i suoi nove giorni
sfrenati dal maestrale
le candele
accese in piena luce, la sabbia
sull’orlo delle dita
il freddo petrolio del tappeto
inutilmente steso.

Noi andiamo senza stringere scrigni
con pochi nomi a croce
spinti sotto il granito
e visi senza segni, fogli
scollati dai cerchi delle foto.

Un faro
un solo raggio lontano
guida il traghetto che accoglie la bufera.
A fatica calano i ferri
battono le scialuppe dentro i teli.

Sul ponte il pensiero si riduce
a passo sconosciuto di controllo.

Antonella Anedda (Roma, 1955), da Altari di Riposo/III, in Residenze Invernali (Crocetti, 2008).


a Sofia 19,11,1993 / la poesia alle elementari

Davvero come adesso, l’ulivo sul balcone
il vento che trasmuta le nubi. Oltre il secolo
nelle sere a venire quando né tu né io ci saremo
quando gli anni saranno rami
per spingere qualcosa senza meta
nelle sere in cui altri
si guarderanno come oggi
nel sonno – nel buio
come calchi di vulcano curvi nella cenere bianca.
Piego il lenzuolo, spengo l’ultima luce.
Lascio che le tue tempie battano piano le coperte
che si genufletta la notte
sul tuo veloce novembre.

 

Antonella Anedda (Roma, 1958), da Notti di pace occidentale (Donzelli, 1999)


So con esattezza cosa sogno

So con esattezza cosa sogno:
una voce dal petto – solo mia –
con il do di ogni canto d’inizio
ciò che per lingua spenta
chiamiamo morte e suo timore.

Al buio ci si abitua
quanto più si accantona il conforto della luce
quando si impara che l’uno
è la sponda secca dell’altra
ai lati di uno stesso fiume.

Conosco quel tipo di coraggio: dimenticare la stella
la candela il calore del giorno
farne a meno – amandoli in silenzio –
in un meno uguale alla marea
che si abbassa conservando i confini
l’orma delle barche la sabbia-arata del mare.

Si batte la fronte
– la notte come un muro.

Nel bruciore
si stringe una diversa luce
quel fulgore privo di memoria
che qualche volta cinge
ciò che per suono muto – ancora – non ha nome.

Antonella Anedda (Roma, 1955) da Notti di pace occidentale (Donzelli, 2001)