Il mare alza rovina

Il mare alza rovina.
Passione sono i suoi nove giorni
sfrenati dal maestrale
le candele
accese in piena luce, la sabbia
sull’orlo delle dita
il freddo petrolio del tappeto
inutilmente steso.

Noi andiamo senza stringere scrigni
con pochi nomi a croce
spinti sotto il granito
e visi senza segni, fogli
scollati dai cerchi delle foto.

Un faro
un solo raggio lontano
guida il traghetto che accoglie la bufera.
A fatica calano i ferri
battono le scialuppe dentro i teli.

Sul ponte il pensiero si riduce
a passo sconosciuto di controllo.

Antonella Anedda (Roma, 1955), da Altari di Riposo/III, in Residenze Invernali (Crocetti, 2008).

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a Sofia 19,11,1993 / la poesia alle elementari

Davvero come adesso, l’ulivo sul balcone
il vento che trasmuta le nubi. Oltre il secolo
nelle sere a venire quando né tu né io ci saremo
quando gli anni saranno rami
per spingere qualcosa senza meta
nelle sere in cui altri
si guarderanno come oggi
nel sonno – nel buio
come calchi di vulcano curvi nella cenere bianca.
Piego il lenzuolo, spengo l’ultima luce.
Lascio che le tue tempie battano piano le coperte
che si genufletta la notte
sul tuo veloce novembre.

 

Antonella Anedda (Roma, 1958), da Notti di pace occidentale (Donzelli, 1999)


So con esattezza cosa sogno

So con esattezza cosa sogno:
una voce dal petto – solo mia –
con il do di ogni canto d’inizio
ciò che per lingua spenta
chiamiamo morte e suo timore.

Al buio ci si abitua
quanto più si accantona il conforto della luce
quando si impara che l’uno
è la sponda secca dell’altra
ai lati di uno stesso fiume.

Conosco quel tipo di coraggio: dimenticare la stella
la candela il calore del giorno
farne a meno – amandoli in silenzio –
in un meno uguale alla marea
che si abbassa conservando i confini
l’orma delle barche la sabbia-arata del mare.

Si batte la fronte
– la notte come un muro.

Nel bruciore
si stringe una diversa luce
quel fulgore privo di memoria
che qualche volta cinge
ciò che per suono muto – ancora – non ha nome.

Antonella Anedda (Roma, 1955) da Notti di pace occidentale (Donzelli, 2001)


Acquedotto / antologia, Antonella Anedda

Roma. Pioggia debole. Vento: Libeccio.
Intensità del vento: brezza tesa.

 

Mi sveglio presto per vedere
un acquedotto lungo come un treno
tra i pini, le nuvole,
un grumo di pecore e di prati.
In treno penso alla pietra sollevata, fermata da una spinta
calcolata, eretta da schiavi, mantenuta da schiavi.
Vedo l’inclinarsi dell’acqua (viene dalle comete)
e il suo mai – riposo, il ritmo delle gocce
(ancora oggi) fino alle fontane.
Quando arrivo mi appoggio a un tronco per guardare.
Guardo in alto. Le arcate scorrono nel vuoto.
Se non sentiamo le grida sotto gli archi di trionfo
e aggiungiamo le parole
arte e architettura e precisiamo: civile,
allora, forse, troviamo un po’ di pace,
la stessa che danno gli scheletri
composti nei musei.

 

Antonella Anedda (Roma, 1958), da Salva con nome (Mondadori, 2012)

 

L’epigrafe contiene la prima annotazione metereologica del libro. L’attenzione al variare del tempo atmosferico ritorna alla fine della sesta sezione, Cucire, con Notizie meteo. Notte (I-II) e Altre notizie (I-III) e poi di nuovo nelle epigrafi di Concerto per paura, coro e voci. Questo sguardo risponde ad una necessità di rimettersi alla forza e all’azione degli elementi, come le ha insegnato l’isola della Maddalena, terra dell’infanzia e di periodici ritorni, patria poetica a cui ha dedicato il libro Isolatria. Viaggio nell’arcipelago della Maddalena (Laterza, 2013). Il verso che apre la poesia condensa il significato che per l’autrice, studiosa di storia dell’arte, hanno le immagini: custodi di senso, icone a cui affidarsi contro la paura. Questa sua particolare fede nello sguardo e nel potere terapeutico delle immagini emerge nel libro La vita dei dettagli. Scomporre quadri, immaginare mondi (Donzelli, 2009). La divisione in tre strofe della poesia corrisponde a tre diverse modalità del vedere: dallo stimolo del desiderio, all’immaginazione, allo sguardo che considera la realtà alla luce di ciò che si stava disegnando nella mente. La forma definitiva che le parole possono dare a questa visione, nello stesso istante in cui placa l’inquietudine e il dolore della ricerca, ci allontana dalla vita, ci compone nella morte.

(Franca Mancinelli)


Cucina 2005 / antologia, Antonella Anedda

Se l’avesse vista
se avesse visto la sua forma mortale
spalancare stanotte il frigorifero
e quasi entrare con il corpo
in quella navata di chiarore,
muta bevendo latte
come le anime il sangue
spettrale soprattutto a se stessa
assetata di bianco, abbacinata
dall’acciaio e dal ferro
bruciandosi le dita con il ghiaccio
avrebbe detto non è lei. Non è
quella che morendo ho lasciato
perché mi continuasse.

Antonella Anedda (Roma, 1958), da Salva con nome (Mondadori, 2012)

 

Una sete notturna, istintiva, guida i passi e i gesti di una donna fino a sporgersi sul frigo-sarcofago-soglia tra i vivi e i morti. La figura di questa donna tra sonno e veglia entra in un rito che porta oltre il confine che ci separa dai trapassati. È il bisogno di latte a chiamarla, così come nell’XI canto dell’Odissea è il bisogno di sangue a far risalire le anime sulla terra. Un latte materno che la nutre di assenza, fino a renderla tramite dello sguardo e delle parole della madre che dall’oltre non la riconosce, spezzando la linea della generazione e dell’eredità. L’enjambement nel terz’ultimo verso rimarca questa condizione di identità negata, mancata o assunta in negativo, come è proprio degli spettri. Questa poesia, insieme a 1943 introduce alla seconda sezione di Salva con nome, Pneumologia, dedicata all’immagine materna e conclusa, specularmente, da questo verso: (Lei èe non è – mia madre).

(Franca Mancinelli)


Autoritratto come guerriero nuragico / antologia, Antonella Anedda

Poco più alta di un busto romano.
Difesa da uno scudo ma priva di slancio.
I lineamenti di bronzo
senza passaggio di sorriso.
La spada le ha diviso la fronte
verde-rame con crosta
inutilmente incoronata di pruni
accecata da pietre.
Inabissata. Liquida.

 

Antonella Anedda (Roma, 1958), da Salva con nome (Mondadori, 2012) 

 

Da un autoritratto ci aspettiamo un volto, la definizione di un’identità. Ma quella che Anedda viene tracciando è un’identità che da subito, fin dal titolo, si sovrappone e sfuma in un’altra. Questo guerriero potrebbe essere un antenato che riaffiora nelle sue sembianze. Dallo specchio come da un pozzo arrivano immagini e vicende del passato, e infine i riflessi dell’acqua in cui si discioglie ogni pretesa di essere entro linee e contorni. Nella prima parte della poesia Anedda inizia a tracciare una figura che sfugge, che non corrisponde pienamente a ciò che le si avvicina; nella seconda parte i tratti vengono segnati attraverso un atto violento. La definizione di questa figura avviene nell’istante stesso della sua morte. Questo di Anedda è un autoritratto disegnato cancellando. Nasce da un distacco da sé, da una similitudine aperta come un ponte che sprofonda in acqua. Se è possibile riconoscersi è soltanto in un’identità «liquida», «inabissata».

(Franca Mancinelli)


forse se moriamo è per questo?

Forse se moriamo è per questo?
Perché l’aria liquida dei giorni
scuota di colpo il tempo e gli dia spazio
perché l’invisibile, il fuoco delle attese
si spalanchi nell’aria
e bruci quello che ci sembrava
il nostro solo raccolto?

Antonella Anedda (Roma, 1955) da Notti di pace occidentale (Donzelli, 2001)