poi siamo recisi dal muro

poi siamo recisi dal muro
che fa il toglimento sottile
che fa la frattura dei pochi
richiami / ricamo veloce
di buio
nei corridoi nelle sale
che non fa ricrescere niente
occorre dire il nostro nome
(che ci chiamiamo sempre)

Gian Maria Annovi (1979, Reggio Emilia), da Persona presente con passato imperfetto (LietoColle, 2018)

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Probably twilight makes blackness dangerous

Probably twilight makes blackness dangerous
Darkness. Probably all my encounters
Are existential jambalaya. Which is to say,
A nigga can survive. Something happened
In Sanford, something happened in Ferguson
And Brooklyn & Charleston, something happened
In Chicago & Cleveland & Baltimore & happens
Almost everywhere in this country every day.
Probably someone is prey in all of our encounters.
You won’t admit it. The names alive are like the names
In graves. Probably twilight makes blackness
Darkness. And a gate. Probably the dark blue skin
Of a black man matches the dark blue skin
Of his son the way one twilight matches another.

Terrance Hayes (Columbia, South Carolina, 1971), da Sonetto Americano al mio assassino presente e futuro (Penguin, 2018)

– consigliato da Gian Maria Annovi.

 

Forse al crepuscolo il nero diventa un oscuro
pericolo. Forse ogni incontro che faccio
è una jambalaya* d’esistenze. In altre parole
un negro può sopravvivere. Qualcosa è accaduto
a Sanford, qualcosa è accaduto a Ferguson
e Brooklyn e Charleston, qualcosa è accaduto
a Chicago e Cleveland e Baltimora e accade
in questa nazione quasi ovunque ogni giorno.
Forse c’è chi è sempre una preda negli incontri.
Non potrai mai ammetterlo. I nomi che vivono sono come i nomi
nei sepolcri. Forse al crepuscolo il nero diventa un oscuro
pericolo. E un cancello. Forse il blu della pelle
di un nero è identico al blu della pelle
di suo figlio come ogni crepuscolo è identico ad un altro.

 

 


camera #1

mi lascia un appunto sul cartone del latte
perché Lei lo sa che gli oggetti caducano
e gocciano a volte
le mie cosce i miei capezzoli (per esempio)

 

spazzo la casa per Lei solamente
che mi lascia i post-it sulle cose

 

le Sue impronte

Gian Maria Annovi (Reggio Emilia, 1978) da Terza persona cortese (d’if, 2007)


Gian Maria Annovi consiglia Valerio Magrelli

Essere matita è segreta ambizione.
Bruciare sulla carta lentamente
e nella carta restare
in altra nuova forma suscitato.
Diventare così da carne segno,
da strumento ossatura
esile del pensiero.
Ma questa dolce
eclissi della materia
non sempre è concessa.
C’è chi tramonta solo col suo corpo:
allora più doloroso ne è il distacco.
Valerio Magrelli (Roma, 1957), Ora serrate retinae (Feltrinelli, 1980)

 

In questa poesia di Magrelli il soggetto è descritto come un corpo che cerca di liberarsi dai propri limiti per trasformarsi in una scrittura fisica, un’ossatura del pensiero. La contraddizione di questa associazione corrisponde al bisogno del poeta di rendere esperibile, toccabile, l’immaterialità del pensiero, che si rivela però essere una struttura fragilissima, che non assicura mai al soggetto di conoscersi, di vedersi veramente dall’esterno. La fragilità della carne fatta segno, cioè di una scrittura intesa come possibilità conoscitiva oltre il corpo, è forse una metafora dell’indebolimento del soggetto postmoderno, che è diventato poroso e debole, proprio come un osso. (Gian Maria Annovi)

 


infila una mano nella tua pelle

infila una mano nella tua pelle
da guaritore filippino

ne sguscia un’incudine
un fascio di grano
il sogno dell’incubo
rovesciato

voleva sanarti delle parole
che vengono dentro come tumori

budella di pollo (forse) di coniglio

Gian Maria Annovi, (Reggio Emilia, 1978), inedito