Eppure di certo lo sapevano / la poesia alle elementari

Eppure di certo lo sapevano
che il pero è delicato che s’ammala
in fretta se non ci badi che la frutta
che peccato lasciarla da sola
potare tentare l’innesto si fa presto
a morire ma poi il resto? Il frutteto
abbandonato s’è ammalato
non dà frutti nessuno lo cura
dove sono tutti?

 

Azzurra D’Agostino (Porretta Terme, 1977) da Canti di un luogo abbandonato (Anonima Impressori, 2013)


Natale nel paese del tramonto

La luna sopra i tetti già alle tre del pomeriggio
in un cielo svaporato e gelido, scintillante.
Ombre passano tra i portici infilate
in cappucci cappelli cappotti
alla moda occidentale. Sarebbe bello forse
scrivere della Cecenia, della Cina, delle segrete
piante di Kyoto che immobili stanno nella preghiera.
Ma è questo, quel che ci è concesso:
luminarie appese nel freddo, smarrite,
lo scenario noto di mendicanti di cui si diffida,
la malinconia distratta di un popolo che si ama poco.

Azzurra D’Agostino (Porretta Terme, 1977), da Undicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2012)


La misura del mondo

In matematica non sono brava.
Perdo il conto delle foglie dei rami
e per le stelle ogni volta ricomincio da capo.
Non riesco a misurare il salto delle cavallette
e non so la formula per il perimetro delle nuvole.
Il calcolo di quanta neve sia caduta mi sfugge
e anche di quanta ne possa reggere un filo d’erba.
La somma dei passi per arrivare al mare non mi riesce
e mi chiedo se per il ritorno devo fare una sottrazione.
Ho diviso il numero dei semi per i frutti
il risultato è una nuova foresta e ne avanza qualcuno.
Se moltiplico le giornate di sole per quelle di pioggia
ottengo più di sette stagioni e non so quante settimane.
La matematica mi confonde. Come misura del mondo è strana.
Per quanti conti si facciano qualcosa non torna mai pari.
Due finestre fanno una vista? quattro muri sono una casa?
Noi siamo i nostri centimetri, chili, litri? quanto pesa un segreto?
quanto misura una risata? e l’area del cuore come si calcola?

Azzurra D’Agostino (Porretta Terme, 1977)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


E’ paltò.

L’era mort su marè,
Tonino, co’n brutt mêl in’t al stomeg
e mé di tênt in tênt a’ i andeva
a cà sua. Al doni sole a’ i pies e’dscorrer
un pôg. Alora am dêva e’vov
(marsala, zucher, alcol, ôvv e po’ basta,
– t’al lassi lè)
Tôleva e’bcer da la credenza
– un sôl – al scoseva la buteja
e po’ a m steva a guardêr.
At piês e’ross? Selta fora ‘na volta.
Mo si zia, c’am piês. Ma t’li porti i paltò?
Si, ai port. Perché me
a’i aveva comprà un paltò
ross, me al dgeva, a la mi’ età, via,
ma Tonino compralo compralo
e ai l’ho comprà – ma adess…
e n’al fniss mja, al parol
i ên un po’ tropp dimondi
enc al parôl in t’una stênza
già acsè grenda, vôda
co sulament nuèter du
e cl’arloj c’am piaseva tênt da zninza
Cu-cu – j ên bel al zenc, me alora a’vag
e via, a’ so beli in t e’ portôn
co’un grênd fredd, un silenzi adoss
E la sporta con e’ paltò in mên.

 

Il cappotto

Era morto suo marito/ Tonino, di un brutto male allo stomaco/ e io di tanto in tanto andavo/ a casa sua. Alle donne sole piace parlare/ un po’. Allora mi dava il Vov/ (marsala, zucchero, alcool uova e poi basta/ -lo lasci lì)/ Prendeva il bicchiere dalla credenza/ -uno solo- scossava la bottiglia/ e poi mi stava a guardare./ Ti piace il rosso? Salta fuori una volta/ Ma si zia, che mi piace. Ma li porti i cappotti?/ Si, li porto. Perché io/ avevo comprato un cappotto/ rosso, io dicevo, alla mia età, via,/ ma Tonino compralo compralo/ e l’ho comprato – ma adesso…./ e non finisce, le parole/ sono un po’ troppo/ anche le parole in una stanza/ già così grande, vuota/ con soltanto noialtre due/ e quell’orologio che mi piaceva da piccola/ Cu-cu – son già le cinque, io allora vado/ e via, son già nel portone/ con un gran freddo, un silenzio addosso/ e la borsa con il cappotto in mano.

Azzurra D’Agostino (Porretta Terme, 1977), da Con Ordine (Lietocolle, 2005)