Autunno. Tu non mi hai più

Autunno. Tu non mi hai più 
che leggo Omero nella stanza accanto: 
poche scoperte da riproporti a tavola.

E nemmeno mi hai più scritto, 
da quel lontano che dicesti – A presto.

Ti resto referente immaginaria 
di quelle novità che invecchieranno 
non condivise.                        

    Mi rinventi il viso 
dandomi la faccia dell’ascolto.

Giulia Martini (Pistoia, 1993), da Coppie minime (Interno Poesia, 2018)

– Consigliato da Jacopo Ramonda.


Dai nostri calzoncini

Dai nostri calzoncini

sbucano ginocchia sempre sfregiate.

Il cortile raccoglie ogni giorno

voci e competizioni.

Il pallone gira impazzito, sbatte

da un muro a uno scalino.

Tutti fratelli nel sudore

che imperla la fronte. La vittoria

sta in un fuscello, in un niente,

in quel brandello supremo

di carne imbrattata di sangue.

Luigi Fontanella (Mercato San Severino, 1943), da L’adolescenza e la notte (Passigli, 2015)

– Consigliato da Marilena Renda.


neve de la neve

«neve de la neve
buio di questa neve

qui nessuno parla
qui prima di ogni cosa

né buio né
bianco de la neve
mia infanzia – amore 

stretto a la sua stessa
muta dissolvenza

luce senza luogo
perduta tua presenza»

Vito M. Bonito, da La vita inferiore (Donzelli, 2004)

– Consigliato da Vito M. Bonito.


STRUMENTI

Impara a fare le poesie come si fa il pane.
Impara a fare il superfluo. La nostra specie
si è ingegnata nel costruire oggetti
funzionali all’impianto biologico
del quale è ditata − le mani (forchette, penne, sigarette)
− o le gambe (pedali, automobili). Molto
veniamo rimpiazzati dagli oggetti.
Lo scopo è essere sostituiti nelle cure primarie degli apparati. Lo scopo è
esseri liberi. Scorporare.

Oltre, stanno le rocce e gli alberi, quiete entità respiranti
che non appartengono a nessuno
e a niente di quanto si dissolve nell’atmosfera prima di toccare terra

Parola sostanziale regredita
dalla bocca alla mente
Verde, senza fiori, aromatica, verde di sangue raffermo, verde e petrosa, [instabile
nella gioia matematica dello spazio

dove il reale è il vuoto della fisica
fra i battitori del grano
sopra una terra diventata immobile per l’attrito rovente delle atmosfere
su corpi che la poesia non salva.

Maria Grazia Calandrone (Milano, 1964), da Giardino della gioia (Mondadori, 2019)


(Uscite)


Mentre voi ve ne andate – con quella
solerzia tutta vostra di intendere le cose 
– io mi premuro di chiudere i battenti 
e di lasciar trasparire solo dall’esterno 
la furia delle vertebre ed il fruscio dei salici. 


Le poesie migliori stanno nelle cose 
che si perdono – i poeti migliori 
hanno passato la vita a cercarle 
e oggi stanno attovagliati in fondo alla stanza
con l’uscita che si apre sul mondo. 


Poi appoggiàti alla rete dei ricordi
definiamo il tempo: una pausa di dieci
minuti e un passo – si sa mai 
che nel movimento improvviso 
si senta meno il peso della maniglia.

Michele Obit (Ludwigsburg, 1966), da La balena e le foglie (Qudu 2019) 


DIE NULL

Capitiamo ogni giorno dentro il nulla:
conciliante sospensione
nell’attimo in cui il sonno ci sorprende
e ultima boccata di vuoto al risveglio
prima di arrendersi ai pensieri.
Ma sempre dentro il vuoto
lo spillo di un’ape si aggira:
è quella punta di risentimento
quando si affaccia l’ombra della morte
al davanzale mentre stiamo vivendo.

Anna Elisa De Gregorio (Siena), L’ombra e il davanzale (Seri Editore, 2019)


UN MISTERIOSO ALBERO-MOTORE

E poi un giorno c’investe
un ordigno
tralucente e radioso, che non abbiamo scelto
e chiamiamo vita.

L’impulso anima e flette
un suo morbido grommo di materia
viva, un insieme di organi legati − con tubicini,
cavi e percolature − a una bocca che evoca il mare.

Ma un impasto di conseguenze illogiche, di stranianti e disutili
connessioni, inverte la dialettica
di causa-effetto dell’inanimato,
se è vero che l’amore, entro i limiti dati
dalla sopravvivenza, influisce sul corpo più del pane. Intanto l’invisibile
fabbrica chimica
sèguita a distillare, disseziona e sgocciola in cavità
infinitesimali
il frutto dissolto.

Dunque un giorno veniamo in possesso
del sogno della materia
che misteriosamente, come vedi, si muove
e appartiene a sé stessa e si pensa
e lentamente impara a non ferirsi.

Alla fine, un’altezza con figure.

Roma, 2 marzo 2018

Maria Grazia Calandrone (Milano, 1964), da Giardino della gioia (Mondadori, 2019)