Alte sopra la tangenziale, chiare

Alte sopra la tangenziale, chiare,
due case con in mezzo un capannone.
E’ questa l’apparizione,
ma non c’è niente da annunciare.

Eppure solo a vederli
là fermi, diritti davanti al sole,
i muri ti consolano
più di qualsiasi parola.

Cancellate, ringhiere,
scale, colonne, cornicioni:
ha l’aria, tutto, come se qualcuno
dovesse veramente rimanere.

Umberto Fiori (Sarzana, 1949), da Esempi (Marcos y Marcos, 1992)

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Qui piove per giorni interi, talvolta per mesi

Qui piove per giorni interi, talvolta per mesi.
I sassi sono neri d’acquate,
I sentieri pesanti.

Sul bordo delle rogge:
girini, latte scure. Una valigia
incatramata.

Un filo d’olio cola
sulla ghiaia. Sopra, cemento.
Se gratti la terra: detriti,
mattoni scagliati, denti di coniglio.

Si possono pensare rumori umani,
passi, palle da tennis. Voci eventuali.
Ogni frantume è ammesso purché inutile.

Siccome questo è il vuoto c’è posto per tutto,
E quel poco che c’è, è come se non ci fosse.
Anche i binari sono perfettamente inerti,
le lucertole immobili, i vagoni
dimenticati.

E poi il pollaio. Le cose senza storia.
O fuori. Una carriola
che non ha ruote. Un pozzo. Un secchio marcio
privo di fondo. Il nome di uno scemo:
Luigino. Piume dentro la rete, di gallina.
Buchi dentro la rete. Trame rotte.
Quello che non chiamate crudeltà.

Io sono questo: niente.
Voglio quello che sono, fortemente.
E le parole: nessuno adesso me le ruberà.

Fabio Pusterla (Mendrisio, 1957), da Le cose senza storia (Marcos y Marcos, 1994)


Le labbra senza desiderio

Le labbra senza desiderio
sono lenzuola
stese ad asciugare.
Solo il vento le sfiora,
stendardi di malinconia.
Non sono le labbra
di questa ragazza,
popolate di baci,
rami spessi
dalle pesanti ombre.

Valerio Magrelli (Roma, 1957), da Ora serrata retinae (Feltrinelli, 1980)


La gioia di sapermi al riparo, ma non fu riparo allora

La gioia di sapermi al riparo, ma non fu riparo allora
la nostra vocazione di baciarci sotto
le lenzuola. Di giorno ti aggiri sola davanti
al mondo imbecille e pensi e muori.
La gente parla, spiega, quello che fa il pittore in via Boltraffio,
l’altro che ha messo in piedi una cantina, c’è anche chi ha fatto
la galera, chi ha tentato il suicidio mentre cade
la sera ti ucciderei io se potessi, ti caverei gli occhi
nel letto, l’imperfezione, il difetto
di quella stanchezza metrica di infanzia,
la materia bianca, la morte
mi moriva tra le braccia e quella volta
sì bruciavo di passione
cieca nella perfezione… non temere… non temere.
Un altro uomo se ne va. Ma io senza di te non ci so stare.

Mary Barbara Tolusso (Pordenone), da Disturbi del desiderio (Stampa2009, 2018)


Quella casa isolata

Quella casa isolata
quasi nel centro del paese
era passata indenne
dalla guerra e dopoguerra
come la salamandra nel fuoco,
adesso sembrava un corpo estraneo
venuto da chissà dove.

Giampiero Neri (Erba, 1927), da Armi e mestieri (Mondadori, 2004)


Ho deciso questa gita in bicicletta

Ho deciso questa gita in bicicletta
in strade che mimano il canale
e lo costeggiano
entrano in paesaggi di traverso
sezionano il mondo per noi
in questo passare ad altro
emigranti in fuga da noi stessi.
Ecco un ponte, una chiusa
che si apre all’evidenza dello sfondo
quando non c’eravamo che tu ed io
sognanti un quartiere
oltre le costrizioni della città regressa.
Ma poi la strada ritorna
in percorsi obbligati che riportano
il nostro desiderio di capirsi
ad argomenti che opprimono
a paesaggi disabitati
di un tempo che non si estingue.
Eppure, chilometri da casa
pedalando sul confine degli ultimi campi
sembra di rivederne i dintorni…
grazia di un dubbio
di fatica non sprecata.

Nicola Vitale (Milano, 1956), da Chilometri da casa (Mondadori, 2017)


Il tuffatore (Prima di ogni epilogo)

Una svolta, fine, poi.
È quel poi che lo assilla.
Come ferve, dietro di sé, l’antico
bulicame delle cose. Buttarsi non
buttarsi. Un ramo oscilla
sul ciglio dell’occhio che precipita
in un’ardesia di fuoco,

immane

Giancarlo Pontiggia (Seregno, 1952), da Il moto delle cose (Mondadori, 2017)