Si diceva che una festa era stare così

Si diceva che una festa era stare così, 
con le braccia vicine, tutto il mangiare nei piatti, 
il buio degli alberi, l’estate piena dei suoi rumori. 
“Possiamo farlo ogni volta…”: 
Dalle parole sapore e parole dai sapori. 
Le nuove serate insieme a tavola, 
i progetti, le date… ci apparivamo migliori, 
gli amici e noi, per prova 
nel ricordo del dopo…una prossima volta 
in questa prima accadeva, pensata, e pareva ripetersi 
come non sarebbe più stata.

 

Gian Mario Villalta (Visinale, 1959), da Nel buio degli alberi (Circolo Culturale di Meduno, 2001)


Periplo

Bisogna prima attraversare il palcoscenico 
di un campiello polveroso messo  sghembo 
con due case rosse a far da quinta e una curva 
per funamboli provetti  

un passaggio  obbligato 
una dogana dove lasciare il pegno 
del tuo irrompere  maldestro  in quell’eden d’acqua 
luce riflessa e orizzonti sconfinati. 

ti spetta ora  una strada stretta fra due rive
che corre tutto intorno alle barene e anche oltre 
dove non credi sia più possibile arrivare

una strada piana talvolta solo un sentierino
che ti porta dove lei vuole e non c’è mai meta
un luogo definitivo in cui sostare

rallenti allora e guardi indietro 
-magari con un poco di apprensione- 
la strada fatta  e la distanza  
da ciò  che hai avuto cuore di lasciare

solo due case  laggiù due tetti grigi
che appena si lasciano scoprire 
sopra il contorno di due aironi in volo
il resto è tutta laguna e il suo cielo orizzontale

e così sai che qui  ogni cosa torna
ed è forse  il momento di rientrare.

Lino Roncali (1949), Lio Piccolo (Lietocolle, 2019)


Transito


Giocarsi con qualcun altro la partita della fedeltà, sapendo a memoria tutte le mosse: poi stupirsi della loro perdita di significato, direttamente proporzionale alla leggerezza che hanno assunto e alla calma che danno. Lo pagheremo il disinteresse, la non-voglia di farsi la guerra. Questa maturità così simile all’insufficienza.
L’auto-convinzione, la bottiglia d’acqua vicino al letto: tutto concorre alla ricerca di un sonno tranquillo e senza colpe. Tu resti indietro, fingo di non guardarti, mi addormento, mi sposto. In sogno ogni tanto mi raggiungi, mi prendi per la manica, mi chiedi se è vero che non parliamo più. Vorrei chiederti scusa, ma ho giurato di stare zitta e di non voltarmi. Restiamo così, come si fosse già morti e narrati: preservo dal rischio di dispersione rovinosa un vecchio mito, osservo il meno possibile.
Immagino guarigioni miracolose, una salute impeccabile – poi mi sveglio, scrivo un sms, ricevo la consolazione del display luminoso, mi addormento ancora, precipito nel vuoto, mi sveglio. Mentre chiudo gli occhi penso che ho avuto fortuna.


Francesca Ippoliti (Napoli, 1988), da La linea del davanzale (LietoColle-Pordenonelegge, 2019)


Un nuovo inizio

Eccoci ancora a iniziare un altro anno di poesie.

Faremo del nostro meglio, liberi di leggere e liberi di scegliere ciò che più ci interroga e ci corrisponde. Con una novità: abbiamo chiesto a diversi poeti di consigliarci un paio di poesie. Di volta in volta lo segnaleremo, sperando di dar vita a un discorso e a un sostegno comune.

Buon anno scolastico, allora, e viva la poesia!

Il gruppo poesia del Liceo “leopardi-Majorana”


Buona estate e al prossimo anno!

ipoetisonovivi.com vi augura una buona estate e vi dà appuntamento all’anno prossimo!

Per il lavoro con passione ringraziamo gli studenti Rebecca Garcia, Letizia Gava, Miruna Drajeanu e Carlo Tomba.


Misery non deve morire

Il professor Terribile fruga dentro la bara di Petrarca.
Terribile è quest’opera di necrologia,
recensione di polvere,
critica del sudario.
Ma il professor Terribile fruga anche dentro il cranio
di Petrarca,
casomai vi restasse una quartina
avanzata,
una quartina di tenebra.
Terribile è l’amore di chi legge
e non vorrebbe smettere di leggere
nemmeno fra le ossa di chi scrisse.

Valerio Magrelli (Roma, 1957), da La lettura è crudele (Edizioni d’If, 2008)
 


Sempre bianca rimane questa riva

(a S.)

Sempre bianca rimane questa riva,
immacolata l’acqua, benedetta
l’impossibilità della distanza:
e noi poveri, pochi nell’ascolto
che si nega e dilaga nell’udito.
Si resta ad aspettare la parola.
Imparare lo strascico delle onde,
limitarsi a raccogliere sul lido
gli avanzi di quel mare che straborda.
E al fondo scomparire, ritornare
a casa, le mani ancora insabbiate.


Ma forse questo chiediamo sull’orlo
alla spuma, di trovarla in un difetto
di pronuncia, sepolta troppo dentro
la quotidianità. Di parlare
quasi a doverla masticare a vita,
dimenticando di doverla dire.

Michele Bordoni (Civitanova Marche, 1993), da Gymnopedie (Italic, 2018)