Se vado all’indietro non vedo più

Se vado all’indietro non vedo più
né il diploma né il suo voto avvizzito.
Passo da un’anima (l’anima?) a un’altra,
sempre mia, ma che spiega di volere
l’allungo. Succede.
L’entusiasmo e i suoi spiccioli mi tradiscono
sul punto più labile del trionfo.
Sono a un passo dal traguardo. La porta mi aspettava.
E quello che ride e prova la chiave
altri non è che l’immenso assassino
seduto sul confine.

Fabrizio Bernini (Broni, 1974), da Il comune salario (Mondadori, 2019)

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il libro attende che le parole

il libro attende che le parole 
si facciano fuori 

polpi dentro gli scogli 

allungano molli rami se 
ti allontani: 

prenderle vive 

Gian Maria Annovi (1979, Reggio Emilia), da Persona presente con passato imperfetto (LietoColle, 2018)



Le bambine dagli occhi fermi

Le bambine dagli occhi fermi
avanzano fra i giocattoli
col passo delle prede cacciatrici
si innamorano lentamente
delle cicatrici, vedono maniglie d’oro
dove un tempo non c’erano
neppure serrature.
Si prendono cura del proprio corpo
come ci si prende cura di un neonato:
lo allattano lo puliscono lo vestono
lo fanno sentire voluto.

Le bambine dagli occhi fermi
si lavano i denti con tanta foga
poi corrono sul letto a fare capriole
per rompere la maledizione
e quando ritornano a dormire
mettono la testa sotto il cuscino
per non sentire
che è possibile anche l’amore.

Naike Agata La Biunda (Catania, 1990), da Accogliere i tempi ascoltando (Lietocolle-Pordenonelegge, 2017)


Rose

Omaggio a Ingeborg Bachmann

Voglio rose, rose da far fiorire, tempeste di rose, rose fruscianti frustanti rose lamine rose spioventi rose che spieghino tutto che mi raccolgano tutta in un mazzo e mi portino come omaggio alla giusta porta, e senza biglietto che m’accompagni.

Azzurra D’Agostino (Porretta Terme, 1977), da Alfabetiere privato (Lietocolle-Pordenonelegge, 2016)


Il chiostro

Non si può essere figli, lo si deve. 
Brera era qualcosa a cui appartenere 
meno, ma meglio. Vivere con questo, 
farsi come porte aperte, come isole discretamente
naufragare dentro l’iride. Con il corpo chiuso 
di una copia il magma sogna ancora 
il sogno di una forma, seguita nel chiarore 
ellenico di un fauno; altri torneranno, per partire 
in uno scatto d’elitre. C’è chi ha detto io 
stringendo tra le mani cupole di erba raggelata, 
cadendo dietro i tetti la sera chiude gli occhi 
di Prussia. C’è chi ha detto di si a tutto questo, 
e chi dice di noi, tacendo. 
E ancora io non so di cosa andare fiero 
se mi applaude dal cortile il volo di un piccione. 

Alessandro Grippa (Treviglio, 1988), da Opera in terra (Lietocolle-Pordenonelegge, 2016)


Io non riesco

Io non riesco 
a ricordare il canto; e questa terra 
senza di me, prima di me. Le luci 
la voce la strada. Il bacio l’abbraccio 
la penetrazione mani urlo 
questa festa che comincia e non è data mai 
terra senza di me, dopo di me. Ci sono state 
grotte, torri, civiltà. Ma bisogna 
arretrare ancora; bisogna cercare. Stare 
nei muscoli addome contratto a spinta 
il passo prima. Nascere non è 
generare; oggi bisogna dare 
vita alla vita. 

Tommaso Di Dio, da Tua e di tutti (Lietocolle-Pordenonelegge, 2014)


a poco a poco si scioglie

a poco a poco si scioglie
il corpo nell’estate
indomesticata,
il chiarirsi, schiarire,
le nuove ombre nella lontananza
che anche tu tieni, per te,
come ultimo scudo
eppure siamo e sempre saremo nel muoverci –

Laura Pugno (Roma, 1970), da I legni (Lietocolle-Pordenonelegge, 2018)