(Lo stesso respiro)


C’è qualcosa in questa vita imperfetta 
di opprimente e così appagante 
che quel né prendere né lasciare 
tante volte si tramuta in un prendere 
ogni cosa e lasciare che cada o scompaia.
Ci siamo così lasciati e ripresi 
riavvolti nella nostra coperta di scuse
e alle cinque del mattino rivisti 
in un sogno e poi per minuti e ore
costretti al silenzio – la diga 
che satura ogni intento. 
Facciamo allora che in tutti 
questi anni siamo stati lo stesso respiro 
– facciamo che non ho paura di cadere
perché sarai sempre tu a rialzarmi 
sempre tu a dirmi la pienezza delle parole
che sono voce dura e indifesa.

Michele Obit (Ludwigsburg, 1966), da La balena e le foglie (Qudu 2019) 


Prova a cantare il mondo storpiato

Prova a cantare il mondo storpiato.
Ricorda di giugno le lunghe giornate
e le fragole, le gocce di vin rosé,
e le ortiche implacabili a coprire
le dimore lasciate dagli esuli.
Devi cantare questo mondo storpiato.
Hai visto navi e yacht eleganti
Alcuni dinanzi avevano un lungo viaggio,
ad attendere altri era solo il nulla salmastro.
Hai visto i profughi andare da nessuna parte,
hai sentito cantare di gioia i carnefici.
Dovresti cantare il mondo storpiato.
Ricorda quegli attimi in cui eravate insieme
e la tenda si mosse nella stanza bianca.
Torna col pensiero al concerto, quando esplose la musica.
D’autunno raccoglievi ghiande nel parco
e le foglie roteavano sulle cicatrici della terra.
Canta il mondo storpiato
e la penna grigia perduta dal tordo,
e la luce delicata che erra, svanisce
e ritorna.

Adam Zagaiewski (Leopoli, 1945), da Prova a cantare il mondo storpiato (Interlinea, 2019)

Traduzione di Valentina Parisi

Spróbuj opiewać okaleczony świat

Spróbuj opiewać okaleczony świat.
Pamiętaj o długich dniach czerwca
i o poziomkach, kroplach wina rosé.
O pokrzywach, które metodycznie zarastały
opuszczone domostwa wygnanych.
Musisz opiewać okaleczony świat.
Patrzyłeś na eleganckie jachty i okręty;
jeden z nich miał przed sobą długą podróż,
na inny czekała tylko słona nicość.
Widziałeś uchodźców, którzy szli donikąd,
słyszałeś oprawców, którzy radośnie śpiewali.
Powinieneś opiewać okaleczony świat.
Pamiętaj o chwilach, kiedy byliście razem
w białym pokoju i firanka poruszyła się.
Wróć myślą do koncertu, kiedy wybuchła muzyka.
Jesienią zbierałeś żołędzie w parku
a liście wirowały nad bliznami ziemi.
Opiewaj okaleczony świat
i szare piórko, zgubione przez drozda,
i delikatne światło, które błądzi i znika
i powraca.

Adam Zagajewski, da Wiersze wybrane (Wydawnictwo a5, Kraków, 2010) 


Su un modo di innaffiare i gerani

L’esercizio più difficile è trasportare l’acqua da una stanza
all’altra, quest’acqua tutta
a mani nude. I palmi molli, le unghie come le conchiglie. Il buio
sta in cucina,
sotto al tavolo. La luce si assottiglia in quella linea da seguire,
il fallimento che va dal bagno ai fiori sul balcone.

Alessandro Grippa (Treviglio, 1988), da Opera in terra (LietoColle-Pordenonelegge, 2016)


mi ero persa

mi ero persa
e sono stata
ritrovata
dalla storia
umana


anni di gatte
che rimangiano la placenta
e io niente


recupererò
il tempo perduto partorirò
figli/e
anche cerbiatti
per compensare


li lascerò liberi
nella foresta a ripopolare

Alessandra Carnaroli (Fano, 1979), Sespersa (Vydia, 2019)


Questa poesia non è

Questa poesia non è
per te né per nessuno
non lascia alone
ha l’aut. min. ric.
non odora di chiuso
e poi
non si fa i fatti miei
ha tutte le carte in regola
è ochei.

Questa poesia è bielastica
può essere una esse
o volendo un’ixelle,
questa poesia si stende
come una parte del corpo,
una pelle.

Questa poesia non quadra
il cerchio casomai
si acumina in un rombo,
questa poesia non è
per te che sparirai
prima che tocchi il fondo.

Luigi Socci (Ancona, 1966), da  Il rovescio del dolore (Italic Pequod, 2013)


Vigilia

Uno strato spesso ci chiude il cielo
e tutto è rivelato: l’albero di giuda
spoglio nel giardino, la solitudine del cane,
l’agrifoglio rosso che guida lo sguardo nella fratta.
Siamo chiusi qui dentro noi, che aspettiamo qualcosa,
il compimento del nostro tempo forse, forse la fiammella
che pure tiene nello spiffero invernale. Fa male
certe volte sapersi vivi, così esposti al lato d’ombra
inadatti, distratti, diseguali, giusto un po’ troppo, o appena meno.
Non proprio fuori del secolo, ma appena, un poco,
a lato. Il volto sfocato della foto, quello che s’è girato,
che è venuto non proprio male, ma gli occhi erano chiusi.
Come sarà il tempo a venire? Nevicherà? Avremo figli?
Barcollano i palazzi nel buio, le ombre
li divorano piano. Avevamo un’altra idea degli eroi
che non queste tiepide case. Dai vetri spiamo
i passanti. Un forestiero che ama la città, i bui
tra l’uno e l’altro lampione. È questo quello che siamo?
Perdersi, stupire, essere come possiamo.

Azzurra D’Agostino (Porretta Terme, 1977), da Alfabetiere privato (LietoColle-Pordenonelegge, 2016)


Che tu sia mansueto, mio eterno palpitare

Che tu sia mansueto, mio eterno palpitare
più di adesso, domani.
Lo ammetto al cospetto dell’asterismo estivo:
in me ancora tanto da sfamare.
Ma tu, palpitare stanco
continua il canone inverso
del più intimo inizio
quando due volte la palla superò
la soglia
della porta e io le cosce stremate di mia madre.

Ammettilo
nessuno ci viene a chiudere gli occhi la notte
eppure, nella silenziosità degli insonni
si ostina a rimbombare il muscolo

e da quella finestra sul tetto
su cui ogni tanto camminano i gatti
non manca di entrare la luce:

Macari oggi podormiri, pupa.
Lu jornu ti voli frisca e senza piccatu!
Biniritti li to peni, biniritta gioia antica.
Dormi dormi, cacciatura!

[Anche oggi puoi dormire, piccina./ Il mattino ti vuole fresca e senza peccato! / Benedette le tue pene, benedetta gioia antica./ Dormi dormi, cacciatrice!]

Naike Agata La Biunda (Catania, 1990), da Accogliere i tempi ascoltando (LietoColle-Pordenonelegge, 2017)