È come essere morti prima di vivere

È come essere morti prima di vivere.
Non c’è rabbia, è disperazione.
Quella più netta e desolante,
più vicina al buio, al totale
smarrimento, e parla come uno sconosciuto.
Le giornate passano e questa mano
questa qui, incredibile eh? Non si sa
da dove sia venuta fuori.

Alessandro Pancotti (Milano, 1982), da Le iniziali (Lietocolle, 2014)

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Accorderemo i nostri ukulele

Accorderemo i nostri ukulele
a quattrocentotrentadue hertz,
faremo piste per monopattini,
cerchi nel grano, baffi a manubrio,
avremo caviglie di ricambio,
adolescenze in venti episodi.

Luca Rizzatello (Rovigo, 1983), inedito da Ophelia Borghesan, pubblicato su atelierpoesia.it.


La riva

La casa è alberi brillanti.
Dicono cielo
scosso dalla neve.
Ogni passo fa un grano
di sabbia del mare.
Ogni pietra è una testa di animale.

Quando le teste parlano
fanno dolore,
gli alberi tremano nel bosco

il suono allarga la riva.
La donna si siede,
si lascia stormire.

L’acqua riflette relitti
da un essere intero,
profondo

viene a una striscia di sangue
sul bordo.
Prima che il tempo ritorni

la donna si avvolge in un’alga.
Con un sasso scheggia una pelle —
taglia una piccola barca.

Francesca Matteoni (Pistoia, 1975), da Acquabuia (Nino Aragno Editore, 2014)


Quando sarai vulnerabile

Quando sarai vulnerabile
a questa parola ti prego
raccogli l’oleandro dai piedi
sul dubbio del cancello
perché riconosca la strada
alle radici di casa.

Alessia Iuliano (Termoli, 1995), da Ottobre nei viavai (RP libri, 2018)


Si diventa scemi insieme

Si diventa scemi insieme
per la vita
col tempo ci si assomiglia.
Si regola il passo per attraversare
la strada, si finisce di mangiare
contemporaneamente.
Voglio diventare scemo con te
guardare i fiori esplosi sul davanzale
far crescere la terra con i sogni.
Essere insieme lo spettacolo
del giorno che comincia.

Valerio Grutt (Napoli, 1983), da Dammi tue notizie e un bacio a tutti (Interno Poesia, 2018)


Io canto nel tuo nome perché tu

Io canto nel tuo nome perché tu
da un luogo lontano tu mi senta richiamare
– evoca lui nell’occaso ammarato – perché giunga
alla tua bocca questa goccia e una sete pendente
ci racconti il vecchio mondo, la terra
già perduta nell’essenza ma sempre solvente
inalterata perfezione. Come i versi
necessari degli uccelli, degli alberi mistici
imbevuti di foschie, con un atto
della mano sulla fronte magari potrà
provocando un sorriso con lusinghe
agghindarla, quando è tempo di partire
con parole abbracciarla, ricordando
coniugato sul suo viso come sarà
sotto i suoi piedi un cammino, le sue mani
che maneggiano fiorami e sopra le vette
una parvenza di silenzio; oh ragazza
che un enigma vai tessendo con nembi
d’inchiostro sotto il dono di stagioni, che non sai
mai terminare né iniziare, né forse sommare
al tuo precipuo cambiamento, confida
nella vita in ciò che sogni e certo un mattino
così vicino, tratteggiando il tuo profilo
mentre dormi, lei ti ammalierà
per una volta ed una ancora, e tu
dal passato saprai sorriderle.

Tomaso Pieragnolo (Padova, 1965), da Viaggio incolume (Passigli, 2017)


Se tutto va bene poi si sta male

Se tutto va bene poi si sta male
dopo le strette di mano, le pacche
le forti emozioni si aprono valli
di vuoto, strapiombi, desolazioni

Se ti alzi voglia il cielo dal letto
sei costretto a respirare l’aria
mattutina, a sopportare la brezza
il caffè la moina del buongiorno
dei pimpanti: avanti! Sempre
avanti! Contro il risucchio
tenebroso della notte, darsi
regole fissare appuntamenti
per restare sull’elenco
dei presenti

Maddalena Bergamin (Padova, 1986), da L’ultima volta in Italia (Interlinea, 2017)