Primo posto (Novembre)

Novembre è la direzione presa,
venuta dall’argento delle creature
nel rumore di una sorgente.


Scrive fitta l’edera l’agenda delle ante,
il nucleo del cespuglio emette buio,
i moscerini gonfiano l’aria
alla velocità del sonno.


Ho ricevuto tutti i soldi del pensiero,
le cascate sono cunei di ossa cave
e ghiaccio; non c’è posto per nient’altro,
solo il crepitio di questo sangue–Lombardia.

Alessandro Grippa (Treviglio, 1988), da Opera in terra (LietoColle-Pordenonelegge, 2016)


Sono il figlio o la pietra con il tuo nome

Sono il figlio o la pietra con il tuo nome,
il portavoce del tuo silenzio, padre, ancora
sveglio tra le lenzuola fredde di questa
notte di padri che appaiono ai figli e nei figli
e figli ai padri e nei padri,
notte di guardie e di ladri.
Sono non so se non me, o non te, o non so che.
Mi stringo a un corpo di carne non tua che
si stringe a un corpo di carne non mia, ma ti ho
stretto tante di quelle volte quando parlo
che il tuo vuoto mi vuole
il freddo mi sembra saldo.
Mi compaiono accanto il foglio e la penna
e scrivo il nostro nome: ma scompare
come pietra nel mare.
Con la barchetta di carta,
col nero remo di carne,
riprendo a navigare.

Tommaso Giartosio (Roma, 1963), da Come sarei felice (Einaudi, 2019)


Incerto Autunno

Incerto che cosa s’inquadri 
nel cogliere foglie che cadono 

se colore o caduta 

Artigli pettinando il pomeriggio 
arano legno vivo 
come condanne da un anello d’aria 

Condanne a vita nuova, allo strapparsi 
da ciò che è stato, a qualsiasi costo 

È così che si sconta la rinascita 
non solo tra le foglie 
e non sempre colori 
ci accompagnano.  

Giulio Viano (Genova, 1973), da Iridi artiche (Lietocolle-Pordenonelegge, 2014)


Tu li sbagli spesso i momenti della vita

Tu li sbagli spesso i momenti della vita 
le carezze troppo forti, i baci 
che svegliano, le domande che irritano. 
Ma io non li voglio cambiare  
quei tratti di violetta nel muro slabbrato 
quello sbagliarsi limpido del vento 
che non distingue il cappello dalla polvere. 
Non avere paura di me 
tiro i sassi per vedere volare gli uccelli 
e ricadere la rotta verso di me. 
Dopo l’esplosione della mia voce 
ascolto il cinguettio non più mio 
oh mio sole tiepido d’ottobre 
che ritorni sempre  
come se fossi una vetrata trasparente. 

Francesca Serragnoli (Bologna, 1972), da Aprile di là (Lietocolle-Pordenonelegge, 2016)


Settima scena

Stendevamo le mani contando
i bordi di pelle incrinati.
Questa è una scena visibile
dietro una parte di me che indietreggia,
si sorregge la luce insieme
la carta e il digitale, ti sorreggi
consegnato alla portafinestra
e mi apri uscendo sopra il gelo.
Questa è una seconda scena
che mi lascia creatura tra gli uomini,
tu uomo tra le creature che degradano –
il balcone, la condotta di rame, i grovigli delle nuvole,
una sagoma parlante.
Nella terza scena parliamo immobili
attraverso uno schermo nell’etere
particelle o nella sottospecie di materia,
gli atti che chiamano linguaggio
o il linguaggio vero, sinuoso, incosciente.
Posso dirti
il tempo reale, nel tempo reale puoi
dirmi, accecati dalla luce digitale,
la fortuna di saper aprire
una quarta scena
dove entrano i frammenti degli altri
e noi ricomponiamo barricandoci
a un orario e a una parola –
le notizie rosse e irreali
sono scese dietro l’orizzonte,
un attimo al mondo per diventare –
quando nella quinta, sesta, settima scena sarannoi
l postino o l’uomo del pub
o tuo padre persino e mia madre
sempre più in sé sprofondati.
Così alla quinta scena ero tornata nel segreto
e l’avevi cancellato per un mondo
che entrava nella stanza allontanandosi.
Poi alla sesta scena eravamo in una semplice fila
alla stazione, con gli occhi e una banconota
piegati tra la mano e il tavolo –
un affidarsi, un rispettare.
Alla settima scena torno e respiro
nell’irrealtà prodotta dello schermo dei colori
del viso e della voce,
lontani e accesi, collisioni, temperature, frenetici
mentre il puro pensiero di me
non è più me
ma lo conservi, e i famelici ostacoli
di una lotta per il nostro posto
sono accidenti,
tempeste.
Un suono di gola, primitivo:
la trasmissione del niente è all’altrui niente –
la settima scena di noi è il settimo giorno,
la vita che vogliono rubare
bianca è nuda.

Maria Borio (Perugia, 1985), da L’altro limite (Lietocolle-Pordenonelegge, 2017)


Si diceva che una festa era stare così

Si diceva che una festa era stare così, 
con le braccia vicine, tutto il mangiare nei piatti, 
il buio degli alberi, l’estate piena dei suoi rumori. 
“Possiamo farlo ogni volta…”: 
Dalle parole sapore e parole dai sapori. 
Le nuove serate insieme a tavola, 
i progetti, le date… ci apparivamo migliori, 
gli amici e noi, per prova 
nel ricordo del dopo…una prossima volta 
in questa prima accadeva, pensata, e pareva ripetersi 
come non sarebbe più stata.

 

Gian Mario Villalta (Visinale, 1959), da Nel buio degli alberi (Circolo Culturale di Meduno, 2001)


Periplo

Bisogna prima attraversare il palcoscenico 
di un campiello polveroso messo  sghembo 
con due case rosse a far da quinta e una curva 
per funamboli provetti  

un passaggio  obbligato 
una dogana dove lasciare il pegno 
del tuo irrompere  maldestro  in quell’eden d’acqua 
luce riflessa e orizzonti sconfinati. 

ti spetta ora  una strada stretta fra due rive
che corre tutto intorno alle barene e anche oltre 
dove non credi sia più possibile arrivare

una strada piana talvolta solo un sentierino
che ti porta dove lei vuole e non c’è mai meta
un luogo definitivo in cui sostare

rallenti allora e guardi indietro 
-magari con un poco di apprensione- 
la strada fatta  e la distanza  
da ciò  che hai avuto cuore di lasciare

solo due case  laggiù due tetti grigi
che appena si lasciano scoprire 
sopra il contorno di due aironi in volo
il resto è tutta laguna e il suo cielo orizzontale

e così sai che qui  ogni cosa torna
ed è forse  il momento di rientrare.

Lino Roncali (1949), Lio Piccolo (Lietocolle, 2019)