Proprio così

a scuola non te lo insegnano
non te lo dicono neppure i genitori
ma loro niente, non te lo dicono
e non ci provano neppure.
danno importanza alle preposizioni semplici
o a quelle articolate.
a scuola non te lo spiegano
proprio non vogliono
e a casa ti chiedono quanto fa
9×9
o di trasformare 2000 metri in chilometri.
a scuola non ti istruiscono
impari invece che cos’è
il superlativo relativo
il santo dei santi
il re dei re
il cantico dei cantici
ma il resto se lo tengono per sé.
a scuola non vogliono informarti
e neppure si sognano di darti la formula
o per lo meno la regola.
così è che quando incontri
il desiderio di fottere gli altri
tu sai solo
che si tratta di un complemento
con valore
di specificazione
oggettiva.

Mary Barbara Tolusso (Pordenone, 1967), inedito

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I simulacri e le cose / antologia, Titos Patrikios

Non ci aspettavamo che accadesse di nuovo
eppure è di nuovo nero come la pece il cielo,
partorisce mostri di oscurità la notte,
spauracchi del sonno e della veglia
ostruiscono il passaggio, minacciano, chiedono riscatti.
Non temere Lestrigoni e Ciclopi…
Non temere, diceva il poeta,
Ma io temo i loro odierni simulacri
e soprattutto quelli che li muovono.
Temo quanti si arruolano per salvarci
da un inferno che aspetta solo noi,
quanti predicano una vita corretta e salutare
con l’alimentazione forzata del pentimento,
quanti ci liberano dall’ansia della morte
con prestiti a vita di anima e di corpo,
quanti ci rinvigoriscono con stimolanti antropovori
con elisir di giovinezza geneticamente modificata.
Come una goccia di vetriolo brucia l’occhio
così una fialetta di malvagità
può avvelenare innumerevoli vite,
“inesauribili le forze del male nell’uomo”
predicano da mille parti gli oratori,
solo che i detentori della verità assoluta
scoprono sempre negli altri il male.
“Ma la poesia cosa fa, cosa fanno i poeti”
gridano quelli che cercano il consenso
su ciò che hanno pensato e deciso,
e vogliono che ancora oggi i poeti
siano giullari, profeti e cortigiani.
Ma i poeti, nonostante la loro boria
o il loro sottomettersi ai potenti,
il narcisismo o l’adorazione di molti,
nonostante il loro stile ellittico o verboso,
a un certo punto scelgono, denunciano, sperano,
chiedono, come nell’istante cruciale
chiese l’altro poeta: più luce. **
e la poesia non riadatta al presente
la stessa opera rappresentata da anni,
non salmeggia istruzioni sull’uso del bene,
non risuscita i cani morti della metafisica.
Passando in rassegna le cose già accadute
la poesia cerca risposte
a domande non ancora fatte.

 

Titos Patrikios (Atene, 1928), da La resistenza dei fatti (Crocetti, 2007)

 

Poeta greco, appunto, Patrikios ha sviluppato un rapporto originale con il mito classico e la tradizione. È sempre stato attento alla pericolosità di certi richiami, agli allettamenti che potrebbero deviare dalla più cruda realtà. Ne “I simulacri e le cose” – tratta da “La resistenza dei fatti”, edito nel 2000 – i riferimenti alla tradizione sono diversi (da Omero a Kavafis a Goethe), ma non sono mai sfruttati per abbellimenti letterari, vengono invero costantemente applicati (adattati) al presente, a vicende attuali. Ritorna quindi quella concretezza che non impedisce la capacità evocativa. Il poeta riesce a farne una questione di poetica e tecnica, togliendo per esempio le sovrastrutture simboliche (nella vita e nella scrittura). Nella poesia di Patrikios c’è infatti metafora, ma mai simbolismo e ciò disinnesca ogni inganno, anche nelle cose più ordinarie. In questo testo per esempio, viene perfettamente sviluppata la tematica della lucida consapevolezza dell’incoerenza, anche nei suoi tratti positivi, nel movimento necessario che sottostà alla vita e alla scrittura. E lo fa con esempi concreti, evidenziando anche la questione arte/vita, scevra di qualsiasi moralismo, restituendo alla poesia il suo giusto valore, a prescindere dal poeta.

Mary Barbara Tolusso


Mary Barbara Tolusso consiglia Ivano Ferrari

Sparo su di uno straccio usato
sull’esistenza scaltra dei rimorsi
sono come la luna condannato
a stare in alto per colpa dei poeti
piloti senza viaggio o latitanti.
Prendo in ostaggio i raggi
– di sole ora si parla –
reliquie di luce clandestina
da lì sparo sulle ombre meridiane
sui feudi di catrame delle favole
vado in verso e uccido io per voi.

Ivano Ferrari (Mantova, 1948), da La franca sostanza del degrado (Einaudi, 1999)

 

Non sempre un uomo sceglie la poesia. Molto spesso è la poesia a sceglierlo. Questo testo di Ivano Ferrari attenua la mitologia dell’ispirazione, rende umano il mito, il poeta non è altro che un uomo “condannato/ a stare in alto per colpa dei poeti”. È una lezione che non sarà mai ripetuta a sufficienza. La poesia ti capita, può succedere, senza che tu l’abbia cercata. Perché la scrittura è una sorta di piaga che ti costringe alla verticalità, che quasi mai è un buon affare, nessuno ha voglia di mettersi di fronte a uno specchio per osservare le proprie (e altrui) deformità. Ferrari esprime quanto la poesia sia un corpo a corpo con la realtà, il tentativo di aprire gli occhi sui luoghi comuni, sulle comode consolazioni (il poeta spara sul catrame delle fiabe) per una lettura più audace del mondo: per te e per altri, ancora / più inesperti / che non osavano farlo, scriveva Mario Luzi in “Auctor”. Non è molto diverso dal senso di pietas che evoca infine Ferrari:“vado in verso e uccido io per voi”. (Mary B. Tolusso)

 


Che vuoi che ti dica sotto

Che vuoi che ti dica sotto
la coperta ruvida di un albergo a ore?
C’è tutto quello che abbiamo
immaginato e ora la camicia
rattrappita, la spalliera in legno,
l’orologio vicino a un riflettore
congeda la falsità
delle eccedenze, come fosse
possibile dire “può darsi”,
“casomai”, “forse un giorno” si potrebbe
tornare in viale XX settembre
e divenire quel che siamo.

Mary Barbara Tolusso (Pordenone, 1967) da Il freddo e il crudele (Stampa, 2012)


Trieste by day con sole di cotone

Passo di stanza in stanza
chiedendomi dove sono finiti
gli slip dell’anno scorso.
Mangio uno yogurt mentre alla radio
danno l’ouverture di Bach.
Tutti sappiamo più di quello che fingiamo di sapere
e vorremo vivere a Malibu con il culo al caldo.
Per ora ascolto un’orchestra sinfonica
che è più di quanto si possa sperare,
intanto gli slip non si trovano.
Nel giardino di fronte
la famiglia cuore
cerca i pezzi della piscina smontabile
e accende il barbecue per riempire il cielo di maiale arrosto.
Anche loro non trovano qualcosa ma hanno
tutte le mutande al loro posto.
È un quadro orribile
ma è una storia bellissima.

 

Mary Barbara Tolusso (Pordenone), da L’inverso ritrovato (Lietocolle, 2003)