Caro piccolo anatroccolo / la poesia alle elementari

Caro piccolo anatroccolo
adesso è notte, tu ti sei addormentato,
ti sei messo non so se sull’acqua o a terra sulla riva
forse tra le canne nascosto, tra le foglie secche.
Hai chiuso gli occhi, piccolo tesoro,
hai visto la sera venire,
prima farsi rosea la luce poi diventare buio,
un refolo di vento s’è alzato, l’hai sentito?
ed ecco le cose erano diventate nere,
hai sentito tiepide le pietre della riva,
hai avuto paura di qualcosa, non so di cosa,
ma poi hai giocato con una foglia,
col becco volevi affondarla nell’acqua.
Le mani del mio amore erano lontane dalle tue piume,
non ha potuto vederti, non ha potuto baciarti,
ma un dolce sonno è sceso nei tuoi occhi
e ti sei addormentato,
non so se sull’acqua, o a terra sulla riva.

 

Claudio Damiani (San Giovanni Rotondo, 1957) da La miniera (Fazi, 1997)


Qual è il tuo nome?

Qual è il tuo nome?
Qual è il tuo nome.
Qual è il nome di quell’uccellino
che s’è posato ora sul marciapiede
e becca qualcosa dal terreno?
E adesso a scuola, mentre le ragazze scrivono
guardo sul registro i loro nomi
che non avevo ancora visto.
Ed ecco, per alcune mi sembrano strani,
come diversi da loro;
e penso tra me: ragazze, io vi avrei dato un altro nome,
ma non dico queste parole.
E guardo la loro libera gioia
come una cascata luminosa
che per il tempo si sparge,
come semi che si dividono
e tutti insieme poi si raccolgono.

Claudio Damiani (San Giovanni Rotondo, 1957), da Poesie (Fazi, 2010)


Claudio Damiani consiglia Daniele Bollea

Luna libera

Per quale mai legale analogia
solo perché so in formule il tuo moto
dovrei pensarti schiava,
incatenata all’orbita,
e a questa, assimilare il mio cammino,
di attonito pastore rassegnato.
No,
per me sei vagabonda smemorata,
che sempre in campo aperto s’avventura,
ma la terra da un fianco la richiama.
A questa luna voglio somigliare,
a questa libertà che c’è in natura,
che è quella di seguire principi primi,
mossi da profonde spinte.

Daniele Bollea (Roma, 1945), da Prendere terra (I Quaderni del Battello Ebbro, 2000)

 

Ancora una poesia alla luna. Solo che stavolta l’autore è un astrofisico. E che ci dice il poeta-astrofisico? Che la scienza ha lasciato il meccanicismo, nel quale teneva segregata la natura, e si stupisce della sua libertà. Arte e scienza di nuovo insieme, come nel Rinascimento, e libertà umana non separata, ma strettamente collegata alla libertà della natura.
Scrive il poeta-astrofisico in una nota: “La natura non era più quella prigione da cui il pittore  da secoli era in fuga cercando nell’anima la perduta libertà”.  (Claudio Damiani)


Che bello che questo tempo

Che bello che questo tempo
è come tutti gli altri tempi,
che io scrivo poesie
come sempre sono state scritte,
che questa gatta davanti a me si sta lavando
e scorre il suo tempo,
nonostante sia sola, quasi sempre sola nella casa,
pure fa tutte le cose e non dimentica niente
– ora si è sdraiata ad esempio e si guarda intorno –
e scorre il suo tempo.
Che bello che questo tempo, come ogni tempo, finirà,
che bello che non siamo eterni,
che non siamo diversi
da nessun altro che è vissuto e che è morto,
che è entrato nella morte calmo
come su un sentiero che prima sembrava difficile, erto
e poi, invece, era piano.

Claudio Damiani (San Giovanni Rotondo, 1957), da Poesie (Fazi, 2010)


Canzone dei caduchi

Siamo caduchi, siamo quelli che cadono
sul campo di battaglia della vita.
Ci falcia il tempo, che ci insegue in ogni momento
dopo averci partorito,
ci tiene il fiato sul collo
e non ci lascia respirare.

Se ci fermiamo un momento
lui passa e noi lo stiamo a guardare
come dalla spalletta di un ponte
ma ci divora dentro.

Che cosa succederà domani
tu non lo puoi sapere
per questo sei nelle sue mani
e non ti puoi liberare.

Siamo caduchi, siamo quelli che cadono,
cadiamo come le mosche,
quando nasciamo ce l’abbiamo scritto in fronte
che cadiamo,
ma non ce ne vergogniamo
anzi camminiamo a fronte alta
con la nostra morte nel cuore.

Non siamo soli, siamo tanti,
siamo un esercito immenso,
marciamo insieme, spinti dal tempo
con questa croce sul cuore.

Claudio Damiani (San Giovanni Rotondo, 1957)

 


Mentre i ragazzi fanno il tema

Mentre i ragazzi fanno il tema
e le loro teste sono chine sul foglio
la stanza della classe riposa quieta
e brilla come una luce intorno ai loro capi.
Io li guardo, e la loro forza mi punge
– una ragazza è venuta a chiedermi una cosa
e nei suoi occhi celesti sprofondo –,
alcune delle fanciulle sono meno belle
ma nei loro tratti rivedo la gloria
delle donne latine,
i modi augusti e i lineamenti noti
– penso a giovani donne prenestine, antichissime,
ornate di monili, eleganti,
e a povere fanciulle, a contadine a pastore
dei secoli più bui –e anche i ragazzi, quanta gloria sui loro capi.

Claudio Damiani (San Giovanni Rotondo, 1957), da Poesie 1984-201o (Fazi Editore, 2010)

 


Alberto Garlini consiglia “Cara poesia, se tu vuoi venire vieni” di Claudio Damiani

Cara poesia, se tu vuoi venire vieni,
se non vuoi venire non vieni,
fa’ come fossi a casa tua,
con me devi fare così;
solo, non posso io non venire qui
monte, e non posso non ammirare le tue spalle
e non posso non respirare, qui, la tua aria
che mi nutre e senza la quale
non potrei vivere,
non posso non respirare i tuoi colori
che ti circondano, come vestiti
sempre diversi,
e sentire l’odore delle tue piante, e della tua terra,
e con la mano sentire calda
la tua pietra, come testa d’un bimbo.


Claudio Damiani (San Giovanni Rotondo, 1957), da Il fico della fortezza (Fazi, 2012)

 

Il cantico di frate sole venne scritto da Francesco d’Assisi mentre soffriva degli indicibili dolori che lo avrebbero portato alla morte. Nella difficile realtà disgregata della malattia, Francesco vedeva il trionfo della vita in dio, e nelle sue creature. Sole, acqua, fuoco sono nel cantico come il monte, le piante, la terra, la pietra e la testa di un bimbo nella poesia di Claudio Damiani. Bellezza pura e necessaria. Ma bellezza che a differenza della poesia del santo possiede sia tratti panteistici che di fuga. Fuga da un mondo disgregato, che purtroppo ritrova il miracolo della natura e della bellezza quasi come salvezza quotidiana e non come normale possibilità di vita.

Alberto Garlini