Vedere nuda la vita

Vedere nuda la vita
mentre si parla una lingua per dire qualcosa.
Uscire di sera rende la vita più bella
ma è il poco sole obliquo la sera senza parole.
Vedere nuda la vita quando c’eri con le tue cose.
Adesso le cose sono sole,
non c’è la promessa del tuo svegliarti
e continuare con le ciabatte, le tazze, i cucchiai.
Non è valsa la pena affaccendarsi.
Il gioco dei giorni è la promessa che non sapevi
a perdere sempre da prima.

Mario Benedetti (Udine, 1955), da Tersa morte (Mondadori, 2013)

 

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Come dire che due ragazzi camminano

Come dire che due ragazzi camminano
sulla breve salita
e la notte cammina
in quel breve salire,
e in questo poco tempo noi siamo vivi,
erba, fiume laggiù
che mormori a tutto il vuoto e a me
l’eco del salire dei corpi?

Mario Benedetti (Udine, 1955), da Il parco del Triglav (Stampa, 1999)


Ritornare nei giorni, mandarli avanti

Ritornare nei giorni, mandarli avanti.
Anni fa, adesso, domani. Era così
per te, è così per tutti? Stare nelle ore
per altre ore, nei giorni che ci saranno.
E dire dei morti come se fossero
ancora dei vivi, come è necessario
sorridere quando si è in compagnia.

Mario Benedetti (Udine, 1955), da Tersa morte (Mondadori, 2013)


Lacrime 10

In cosa risolti.
Dalle balaustre. Sui binari.

Straziati contro.
Non guardati abbastanza.

Non guardati, abbastanza. Mai.

Sangue, capelli, orbite
nei loro globi. E gonfi,

Nell’acqua, del loro cielo.
Non guardati abbastanza.

Non guardati, abbastanza. Mai.

Mario Benedetti (Udine, 1955), da Pitture nere su carta (Mondadori, 2008)

– consigliato da Giuseppe Nibali


Non sapevo se le mie parole erano le stesse

Non sapevo se le mie parole erano le stesse
per tutti, la mia notte
se era la stessa nessuno lo sapeva.

Valli, ogni volta che venivo,
erba ripetevo, adesso è ancora questa erba,
e alberi, toccarli, dire alberi.

Viale che non guardo,
rimasto come lo sapevo ma neppure un viale.
E cammino anche più in là di me
adesso che piangere è pioggia,
e stare soli è più grande.

Mario Benedetti (Udine, 1955), da Umana gloria (Mondadori, 2004)


Come dire che due ragazzi camminano

Come dire che due ragazzi camminano
sulla breve salita
e la notte cammina
in quel breve salire,
e in questo poco tempo noi siamo vivi
erba, fiume laggiù
che mormori a tutti il vuoto e a me
l’eco del salire dei corpi?

 

Mario Benedetti (Udine, 1955), da Umana gloria (Mondadori, 2004)


Mandami le ossa, mandami il cranio senza gli occhi / antologia, Mario Benedetti

Mandami le ossa, mandami il cranio senza gli occhi,
la mascella aperta, spalancata, fissa nei denti,
e i calzini sotto la tuta, eri rigido, eri rigido, eri una cosa
come un’altra, senza la forma che hanno i tavoli,
morso dallo stento del vivere, una cosa inservibile,
indecisa, un terriccio che non si nota, un pezzo di asfalto
di una strada anonima, eri tu, quella cosa, eri tu,
quella cosa, eri uno che è morto. Così fragile il tuo sorriso,
lo sguardo blu e gli zigomi, il metro e settantacinque
portato come un uomo che piace, che vive per sempre,
per sempre dentro una vita che per potere essere
vissuta deve sembrare una vita per sempre, mentre eri
della carne, quello che io sono uno per sempre ancora.

 

Mario Benedetti (Udine, 1955), da Tersa morte (Mondadori, 2013)

 

Questa poesia nasce dalla brutale esperienza della morte di un fratello. Qui è il dolore che parla e l’amara consapevolezza che il corpo che ci ospitò viventi, dopo la morte, si riduce ad una cosa inerte, ad “una cosa inservibile” (v. 6). Tersa morte è un libro dolorosamente autobiografico, ma al contempo in ricerca di un significato universale. La morte, pur essendo un’esperienza comune e diffusa, è perlopiù rifiutata e respinta: messa al bando dalla comprensione, non la vogliamo vedere, non la vogliamo pensare. Sembra che tutto cospiri ad illuderci che siamo eterni, che non moriremo mai: presupponiamo una continuità che la vita in realtà ci nega. Perché ci illudiamo? Perché abbiamo bisogno di questa illusione di eternità per vivere? Alla cruda luce di questi enigmi, Benedetti sembra volerci dire che, se la poesia ha ancora un senso, essa ha il compito della verità: non può far finta che il dolore non esista, che la morte sia una favola. La poesia, allora, può essere il mezzo di un’esplorazione ai limiti della vita, un modo per capire meglio i bordi del nostro vivere e cosa fa sì che siamo umani. Proprio dal confronto con questo tema centrale della cultura, la sua poesia trova uno stile che si fa più esplicito, meno lacerato sintatticamente, più terso, ma non meno denso e carico di energia espressiva. In questa poesia, paradossalmente, la lingua mostra una vitalità ritmica straordinaria: il respiro si fa accelerato, ci sono anafore, polisindeti e frasi nominali che incitano a vedere e a capire cosa si sta vedendo attraverso le parole. Il testo è in grado di farci rivivere il dolore e ci costringe a pensare ciò che appare impensabile e che non vorremmo essere costretti a pensare. La poesia è anche questa sfida.

(Tommaso Di Dio)