Verso la casa nuova

I larici e io solo. Le formiche
hanno un altro passo. Come le erbe il fiato che manca.

Se tenessi questi campi dopo la pioggia
in un lento rotolare, un cadere nei campi come i morti della guerra,
vederli, risalire con loro. Anche per me
la stessa cosa, la stessa cosa vostra, un dolore violento,
cosa succede? cosa mi sta succedendo?

La casa nella sua fatica e gli occhi in un globo di panche, di sogni:
i poveri hanno visto le cose,
le fiabe, i miracoli, come un paradiso che non c’è più.

Mario Benedetti (Udine, 1955), da Umana gloria (Mondadori, 2004)


Borgo con locanda

Come in un volo la corriera mi ha dato lo spiazzo con la facciata.
Era bello, i calzoni che cadevano larghi sulle scarpe grosse,
stare in mezzo alle foglie qua e là.
Mattine senza sapere di essere in un posto, dentro una vita
che sta sempre lì, e ha la fabbrica di alluminio, i campi.
Si muove il bancone quando si parla,
le finestre con i vasi, le tende minutamente ricamate.
Fuori i cortili corrono piano, le foglie vanno piano sotto le mucche.
Il cielo gira verso Cividale, gira la bella luce
sulle manine che avevamo, che è stata la vita essere vivi così.

Mario Benedetti (Udine, 1955), da Umana gloria (Mondadori, 2004)


Arrivano a piedi come gli dèi, stanno lì.

Arrivano a piedi come gli dèi, stanno lì.
L’essere di qualcuno tra le case e io
con la mano cancello davanti
un ragnetto sul foglio,
niente non vuole dire se piango.

Luna, corridoio bianco, come ho corso!
e nel vento sono ancora che mi porti, braccio, ramo
nel buio che si muove.
Come corro, come ride l’acqua
e tu mi guardi come qualcuno, perché sono qualcuno?
Corro nell’acqua increspata, cosa c’è
in questa musica visi, fisarmoniche e il volere andare,
e dopo il pianto grande la voce così bella
sai, dice, vieni, sono tutta nel sogno e tu?
Io, le mie scarpe le risa le travi dove?
sono qui i morti? sono qui?

Mario Benedetti (Udine, 1955), da Umana gloria (Mondadori, 2004)


Vedere nuda la vita

Vedere nuda la vita
mentre si parla una lingua per dire qualcosa.
Uscire di sera rende la vita più bella
ma è il poco sole obliquo la sera senza parole.
Vedere nuda la vita quando c’eri con le tue cose.
Adesso le cose sono sole,
non c’è la promessa del tuo svegliarti
e continuare con le ciabatte, le tazze, i cucchiai.
Non è valsa la pena affaccendarsi.
Il gioco dei giorni è la promessa che non sapevi
a perdere sempre da prima.

Mario Benedetti (Udine, 1955), da Tersa morte (Mondadori, 2013)

 


Come dire che due ragazzi camminano

Come dire che due ragazzi camminano
sulla breve salita
e la notte cammina
in quel breve salire,
e in questo poco tempo noi siamo vivi,
erba, fiume laggiù
che mormori a tutto il vuoto e a me
l’eco del salire dei corpi?

Mario Benedetti (Udine, 1955), da Il parco del Triglav (Stampa, 1999)


Ritornare nei giorni, mandarli avanti

Ritornare nei giorni, mandarli avanti.
Anni fa, adesso, domani. Era così
per te, è così per tutti? Stare nelle ore
per altre ore, nei giorni che ci saranno.
E dire dei morti come se fossero
ancora dei vivi, come è necessario
sorridere quando si è in compagnia.

Mario Benedetti (Udine, 1955), da Tersa morte (Mondadori, 2013)


Lacrime 10

In cosa risolti.
Dalle balaustre. Sui binari.

Straziati contro.
Non guardati abbastanza.

Non guardati, abbastanza. Mai.

Sangue, capelli, orbite
nei loro globi. E gonfi,

Nell’acqua, del loro cielo.
Non guardati abbastanza.

Non guardati, abbastanza. Mai.

Mario Benedetti (Udine, 1955), da Pitture nere su carta (Mondadori, 2008)

– consigliato da Giuseppe Nibali