Mandami le ossa, mandami il cranio senza gli occhi / antologia, Mario Benedetti

Mandami le ossa, mandami il cranio senza gli occhi,
la mascella aperta, spalancata, fissa nei denti,
e i calzini sotto la tuta, eri rigido, eri rigido, eri una cosa
come un’altra, senza la forma che hanno i tavoli,
morso dallo stento del vivere, una cosa inservibile,
indecisa, un terriccio che non si nota, un pezzo di asfalto
di una strada anonima, eri tu, quella cosa, eri tu,
quella cosa, eri uno che è morto. Così fragile il tuo sorriso,
lo sguardo blu e gli zigomi, il metro e settantacinque
portato come un uomo che piace, che vive per sempre,
per sempre dentro una vita che per potere essere
vissuta deve sembrare una vita per sempre, mentre eri
della carne, quello che io sono uno per sempre ancora.

 

Mario Benedetti (Udine, 1955), da Tersa morte (Mondadori, 2013)

 

Questa poesia nasce dalla brutale esperienza della morte di un fratello. Qui è il dolore che parla e l’amara consapevolezza che il corpo che ci ospitò viventi, dopo la morte, si riduce ad una cosa inerte, ad “una cosa inservibile” (v. 6). Tersa morte è un libro dolorosamente autobiografico, ma al contempo in ricerca di un significato universale. La morte, pur essendo un’esperienza comune e diffusa, è perlopiù rifiutata e respinta: messa al bando dalla comprensione, non la vogliamo vedere, non la vogliamo pensare. Sembra che tutto cospiri ad illuderci che siamo eterni, che non moriremo mai: presupponiamo una continuità che la vita in realtà ci nega. Perché ci illudiamo? Perché abbiamo bisogno di questa illusione di eternità per vivere? Alla cruda luce di questi enigmi, Benedetti sembra volerci dire che, se la poesia ha ancora un senso, essa ha il compito della verità: non può far finta che il dolore non esista, che la morte sia una favola. La poesia, allora, può essere il mezzo di un’esplorazione ai limiti della vita, un modo per capire meglio i bordi del nostro vivere e cosa fa sì che siamo umani. Proprio dal confronto con questo tema centrale della cultura, la sua poesia trova uno stile che si fa più esplicito, meno lacerato sintatticamente, più terso, ma non meno denso e carico di energia espressiva. In questa poesia, paradossalmente, la lingua mostra una vitalità ritmica straordinaria: il respiro si fa accelerato, ci sono anafore, polisindeti e frasi nominali che incitano a vedere e a capire cosa si sta vedendo attraverso le parole. Il testo è in grado di farci rivivere il dolore e ci costringe a pensare ciò che appare impensabile e che non vorremmo essere costretti a pensare. La poesia è anche questa sfida.

(Tommaso Di Dio)


Colori 10 / antologia, Mario Benedetti

                                                                           madre

 

E dalle tue foglie viene la vita,
dalle foglie vedute nel muro che guardi.
E niente è qui di quello stasera.
Oh gli anni che hai e che ho.
Lunga non è la mia vita, quanto la tua.
Quello che resta, dopo avere parlato, c’è.
Non qualcuno. Che alberi erano quelli,
mano e nervature, morbide, fresche.
Dove sei? fondo di casa, fermo e vagolante,
nel colore bianco della sera a dicembre.

 

Mario Benedetti (Udine, 1955), da Pitture nere su carta (Mondadori, 2008)

 

Nel secondo libro della trilogia di Benedetti, quella difficile sintesi fra pensare, dire e percepire viene esplorata più drammaticamente. Lo stile è franto; potremmo quasi dire: franato. Le immagini hanno una più alta densità, che può risultare di difficile comprensione ad una prima lettura. Sembra che il poeta voglia condurci a vedere, a toccare le singole parole. I versi qui si fanno brevi, ogni immagine è staccata, separata: ognuna sta sola e pare non comunicare direttamente con la precedente e la seguente. La sintassi, dunque, si fa ellittica, fino proprio a dare una percezione di menomazione: fra i vv. 6 e 7 sembra che un ragionamento più ampio ci sia sottratto e che le frasi sporgano come macerie, dopo un disastro, un terremoto (si ricorda che Benedetti ha vissuto in prima persona il terribile terremoto in Friuli nel 1976). In questa poesia si cerca di esprimere il complesso rapporto fra il poeta e la propria madre. La madre è l’origine della vita, il punto da cui siamo nati; ma subito la figura della madre evoca il paesaggio della memoria e dell’infanzia. Le mani di lei, la loro casa e le montagne boscose del Friuli si confondono: per metonimia, ognuna richiama le altre (come nel v. 8), per metafora ognuna di loro è le altre (come al v. 1). Ma ormai il figlio vive lontano dalla madre e il suo mondo non è più quello in cui ancora essa vive (v. 3); gli anni sono passati e sembrano dividerli ancora di più (v. 4). Eppure madre e figlio sono uniti da un vincolo biologico e affettivo che oltrepassa ogni distanza e fa sì che entrambi sostino come sospesi e riuniti nel ricordo di un passato:“Quello che resta, dopo avere parlato, c’è.”

(Tommaso Di Dio)


A D. / antologia, Mario Benedetti

Penso a come dire questa fragilità che è guardarti,
stare insieme a cose come bottoni o spille,
come le tue dita, i tuoi capelli lunghi marrone.
Ma d’aria siamo quasi, in tutte le stanze
dove ci fermiamo davanti a noi un momento
con la paura che ci ha assottigliati in un sorriso,
dopo la paura in ogni mano, o braccio, passo,
che ogni mano, o braccio, passo, non ci siano.

 

Mario Benedetti (Udine, 1955), da Umana Gloria (Mondadori, 2004)

 

La poesia di Mario Benedetti, dopo l’esordio nel 1982 con il piccolo libro Moriremo guardati, trova la sua forma più matura in una trilogia che copre l’arco di un decennio: dal 2004 al 2014, dal libro Umana gloria a Tersa morte, attraverso il capitolo centrale del 2008 Pitture nere su carta. Con strategie e stili di volta in volta differenti, ma sempre ispirati ad un criterio di verità e di lucida osservazione della vita attraverso le nostre percezioni organiche, la scrittura di Benedetti si confronta con alcuni nodi centrali della cultura umana: la fragilità del vivere e le sue minime conquiste, il rapporto fra il vivere contemporaneo e la memoria del passato, il tentativo di comprendere l’esperienza della morte.
La poesia che qui si propone trascrive la gioia di stare accanto alla donna che si ama, la sensazione – fra riso e paura – che accomuna amante e amata nell’incredulità che tutta la grazia d’amore possa svanire nel nulla. Inoltre si possono già notare alcune caratteristiche fondamentali dello stile di Benedetti. Innanzitutto la commistione fra precisione di sguardo e impossibilità di mostrare una visione di insieme. Il verso ha un andamento classico, privo di inarcature e con un ritmo molto rallentato: sembrerebbe prometterci una piena visione delle cose della vita all’interno della parola. Al contrario, la visione che il poeta ci consegna è fatto solo di frammenti, barlumi, spiragli. Da un lato compaiono “bottoni o spille”, “dita” e “i capelli lunghi marrone” e più avanti sono richiamate altre parti anatomiche come “la mano”, “il braccio”. I dettagli sono inquadrati dalla parola come se fossero vicinissimi all’occhio del poeta, ma il volto e il corpo della donna amata ci sfuggono: è come se non fosse messo a fuoco il centro dell’immagine. La fragilità che Benedetti mette in luce è anche questa incapacità di sintesi che caratterizza la percezione del nostro vivere contemporaneo, scomposto e slogato in un’infinita varietà di sentimenti a cui sempre manca qualcosa per dirsi perfetti e completi. A questa difficile sintesi allude il primo verso, che riesce a fondere in uno solo movimento tre dimensioni della vita: il pensiero, il dire, il guardare. Questa è la nostra fragilità: come facciamo a dire veramente tutta la complessità di quello che percepiamo?

(Tommaso Di Dio)


Mario Benedetti consiglia Stefano Dal Bianco

Dalla gabbia

Vi sono giorni di debolezza estrema
poiché – dice qualcuno – la pressione
atmosferica di fuori,
che ha potere sui corpi, essendo bassa,
si consustanzia a noi fin dentro il sangue
con la sua tenera virtù di morte.

Ma altri vi potranno assicurare
(e oggi io sono tra quelli)
che tutto questo spossamento, in certi giorni,
non procede dall’aria né dal corpo
ma è soltanto dolore
di anime costrette,
solitudine di molti,
vuoto vissuto male,
mancanza o assenza di uno scopo.

 

Stefano Dal Bianco (Padova, 1961), da Prove di libertà (Mondadori, 2012)

 

Poesia  di una chiarezza esemplare. La struttura  bipartita prevede appunto che il discorso sia diviso in due sequenze: 1) il sentirsi rinchiusi nel proprio corpo, in una gabbia, equivale  ad avvertire una debolezza estrema come conseguenza della condizione ambientale  in cui ci si trova (la pressione atmosferica bassa); 2) con un passaggio di grande levità,  la stanchezza è poi percepita come una serie di “cose” (correlativi oggettivi?), le quali certamente riguardano lo stato interiore di costrizione, di astenia (sempre l’essere in gabbia): qui  possiamo cogliere rimandi all’accidia petrarchesca o allo spleen baudeleriano, ma privo di quella  sua potente angoscia. Nessun cedimento a momenti di sentimentalismo e il  ritmo è estremamente regolare, in sintonia con il contenuto, con lo stato d’animo espresso. Poesia di encomiabile compostezza.

Mario Benedetti


Sono finiti gli anni della casa

Sono finiti gli anni della casa,
anche quelli che si pensava fossero ancora lì
con abeti, la bicicletta che tenevano su.

Ci sono un ragazzo e una donna
nei movimenti che si rompono senza dolore
lungo quello che è il loro cortile.

C’è dell’erba di là, come non saprei dire,
sotto gli alberi che fa un po’ di prato.
Come le viti sono i legni secchi dei rovi,
qualche foglia strana dei rovi.

Sono un fiore che cresce più di quello che possa,
di quello che è a toccarlo.
Come quando si dice “mi hai portato dei fiori”,
e sono solo dei poveri fiori.
Come quando si dice “così sono stati i poeti”.

Mario Benedetti (Udine, 1955), da Una terra che non sembra vera (Campanotto editore, 1997)