Eloisa

E pensare che quello che ti chiedo è ben poco,
e per te facilissimo!
(Eloisa a Abelardo, Lettera 2)

I

Qui dimora l’intero e tu disperso
ci ragioni. Che io canti, più buia
sordidamente, ombra più pesante
del marmo che mi riposa non conta.
Una sola rondine non mi ti rende
la stagione perduta.
E io troppo tempo ho abitato in te
come la ragnatela in un tronco morto

al limite di una terra promessa
non cogliendomi (fu soltanto evocazione
addestramento allo stupro
il fantastico frutto dell’occidente)
mi hai nominata più bianca della luce
nido di un’idea intricata, torpida fantasia,
pupilla cieca del tuo occhio.

Si sfilava il sibilo dalla teoria lunga
delle stanze: davanti alla porta chiusa
sarò la sorella di quei meli che fuori
si spogliano lisciando a sangue i sensi
e solo la sera ne spegne il tocco.
Un triangolo è divino quando ogni punta è Dio
e ogni lato un’esca. Non c’è veglia più amara
per me che sono lontano dalla festa.

Le parole non ti costavano molto, ricordi?
scivolano via per filo e per segno
come canoe fluiscono sul filo della corrente.
Non c’era rapida che ne scuotesse il corso
scorresse anche fino al mare il discorso
del tuo sogno soltanto noi ne scontavamo il costo.

Ma subito potessi smemorarmi
annottassero ovunque le pupille degli uomini desti
in un mondo di dormienti
un bestiario delicatamente miniato dallo stilo di chi può
almeno fin quando arriverò
placida onda di lago a lambirti
i piedi di umide e molli zolle di prato
almeno fin là dove arriva l’essere
e il chierico si fa pierrot
la canaglia un’ariosa città
ogni passante un amico, un evento
allora
l’acqua coprirà il prato e ogni traccia di nome.

[…]

Biancamaria Frabotta (Roma, 1946), da Tutte le poesie 1971-2017 (Mondadori, 2018)

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Le fasi della luna

Trapela, nella camera oscura
come l’intelligenza nel cuore.
Illecita, ingannevolmente stanziale.
Chinata sulla sua metà in ombra
sul fianco di una panca
la faccia girata a non guardarsi
in un confuso abbracciarsi di gambe
come fosse questa l’ultima notte
per dormire insieme
non il mio sonno senza sollievo
ma il nostro che non ha rimorso.

Biancamaria Frabotta (Roma, 1946), da Da mani mortali (Mondadori, 2012)


Aveva appena chiuso gli occhi sul libro

Aveva appena chiuso gli occhi sul libro
– ne sentiva ancora il peso sul petto –
nella lieve brezza del dormiveglia
rabbrividivano le foglioline del mirto
allo sciame che saliva dalla terra
ma lui non vi faceva caso. Troppo
il pensiero della prova imminente
lo assaliva e altro non temeva
la sua giovane età, cui ogni cosa è amica.
Sognava la patria artificiale dell’infanzia.
Sognava, con una pietra sul petto
l’ultima parola che vi aveva letto.

Biancamaria Frabotta (Roma, 1946), da Da mani mortali (Mondadori, 2012)


Lenti sono in questi orti i progressi

Lenti sono in questi orti i progressi
e qualche volta incorreggibili
come laggiù è il filo delle montagne
o la crescita abnorme delle zucche
che a terra si propaga in un disordine di serpe.
Anche noi, dispersi nel corso sordo delle cose
dovremo cambiare verso al sonno.
Non si dorme dalla parte del cuore.

Biancamaria Frabotta (Roma, 1946), da Da mani mortali (Mondadori, 2012)