Ci sono istanti che sembrano avere

Ci sono istanti che sembrano avere
parole esatte: silenzi tolti dal respiro
come da un impaccio, come
fossero tagli dentro tagli.

Sono questi i lasciti, i resoconti
di quello che si chiama amore
o quello strano modo di amare
che fa restare soli anche dentro
un fiato che chiede da che parte
appannare, disegnare cuori
sopra i vetri, da che parte stare
sulla parte fresca del cuscino.

Si educano gli amori – mi dicevi –
si educano a resistere
o a guardarsi dalla parte
che non si può mentire.

Tengo da conto mappe
di città lasciate con le mani;
segno dove si poteva andare
se solo il taglio della carta
non avesse tolto il nome alla via
a quell’unico posto dove
stare, è sognare con un respiro
esatto che non faccia paura.

Ci sono istanti che a capirli
non raccontano più nulla
ma fanno strade, piazze, facciate
dove appendere finestre, balconi
ringhiere e non sapere quale sia
la porta, il modo di fare stanza, bocca:
l’abbraccio che fa restare stretti
fino al mattino, senza chiedersi niente
semplicemente, senza niente.

Stefano Raimondi (Milano, 1964), inedito

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Stefano Raimondi consiglia Antonella Anedda

III

Prima di cena, prima che le lampade scaldino i letti e il fogliame degli alberi sia verde-buio e la notte deserta. Nel breve spazio del crepuscolo passano intere sconosciute stagioni; allora il cielo si carica di nubi, di correnti che sollevano ceppi e rovi. Contro i vetri della finestra batte l’ombra di una misteriosa bufera. L’acqua rovescia i cespugli, le bestie barcollano sulle foglie bagnate. L’ombra dei pini si abbatte sui pavimenti; l’acqua è gelata, di foresta: Il tempo sosta, dilegua. Di colpo, nella quiete solenne dei viali, nel vuoto delle fontane, nei padiglioni illuminati per tutta la notte, l’ospedale ha lo sfolgorio di una pietroburghese residenza invernale.

Ci sarà un incubo peggiore
socchiuso tra i fogli dei giorni
non sbatterà nessuna porta
e i chiodi
piantati all’inizio della vita
si piegheranno appena.
Ci sarà un assassino disteso sul ballatoio
il viso tra le lenzuola, l’arma posata di lato.
Lentamente si schiuderà la cucina
senza fragore di vetri infranti, nel silenzio del pomeriggio invernale.
Non sarà l’amarezza, né il rancore, solo
per un attimo le stoviglie
si faranno immense di splendore marino.
Allora occorrerà avvicinarsi, forse salire
là dove il futuro si restringe
alla mensola fitta di vasi
all’aria rovesciata del cortile
al volo senza slargo dell’oca,
con la malinconia del pattinatore notturno che a un tratto conosce
il verso del corpo e del ghiaccio
voltarsi appena,
andare

Antonella Anedda (Roma, 1955), da Residenze invernali (Crocetti, 1992)

Siamo nel 1992. Residenze invernali è il libro d’esordio di una giovane poetessa romana, nata sull’isola della Maddalena in Sardegna. Antonella Anedda in questo suo splendido “incominciamento”, ci dona una raccolta carica di una liricità capace di farci ricordare le pagine asciutte e necessarie dell’Antico Testamento; parole in grado di assieparsi in una riflessione che sa come esporre i particolari del reale e del quotidiano, carichi di una “pietas” per le cose, le inquadrature, senza mai dimenticare gli stati profondi ed empatici dell’essere. Un essere parlante che qui diventa personaggio vivente, nato dal decanto di una parola che si è fatta calco di un “passaggio” soliloquiante e pudico, dove l’attesa e la redenzione, hanno la grazia di una presentificazione continua e ospitale. La parola si fa gesto e ritmo e in questa intimità senza rimandi, la poesia diventa persuasione: invito. (Stefano Raimondi)


Tanto non ti crederanno più!

“Tanto non ti crederanno più!
Neppure chi sapeva della tua calma, la stessa che stillavi dagli sguardi, dalla tua paura-stalattite che mi riempiva percolante. Io ero lontana da sotto.
E ancora dimmi da che parte colano le promesse e dove leggere la frase in pace: «E dì soltanto una parola ed io sarò salvata»? …e a chi ripeterla in eterno, dentro questa grotta e ancora farmi credere dall’aria?
Da qui gocciolo ancora di fiducia, da qui che non finisco di depositarmi inutilmente in te…e mai di te saprò mai dirne l’uscita, la luce e forse ancora, chissà, le stelle.”

Stefano Raimondi (Milano, 1964), da Monologhi slabbrati [Contro la violenza alle donne], inedito

 


Il quartiere è davvero chi saluti

Il quartiere è davvero chi saluti, chi scopri lasciare ombre spesse sopra i muri, come firme, sigle come impronte. Il quartiere è davvero ciò che si vede da quando l’inizio era la scuola la mattina, la merenda il pomeriggio e la paura era la sua sera. È il signore che toglie i cartelli strappati dalle facciate, che prega negli angoli come per benedirli o la zitella vestita d’azzurrino che non cammina mai sul marciapiede, come per provare a rischiare qualche volta, qualcosa di grande, di suo. Camminare qui è come trovare le parole dentro una favola che si conosce fino alla fine. Ma a volte ci si addormenta prima per non sentirla e la via è come se ti chiamasse, per nome, dalle finestre. Un nome intero, chiaro, ripetuto da qualcuno, rimasto vivo lì da sempre.

 Stefano Raimondi (Milano, 1964), da Interni con finestre (La Vita Felice, 2009)