Chè?

«Che è?», la tua prima domanda.
O forse non è proprio così,
forse solo «Chè?», a proposito di tutto:
dei suoni, della luce lontana
delle stelle, del tuo corpo
e del nostro, delle formiche,
perché bastano poche lettere in fila
per aprire sprofondi, baratri,
orridi che noi ricopriamo con affanno
di parole, balbettii:
è il ginocchio, sono le stelle,
sono formiche che risalgono il muro
e lì il cancello. Tu però non desisti:
«Chè?», continui a chiedere,
anche dopo le risposte. Sillabiamo,
ripetiamo, ma sappiamo benissimo
che hai ragione tu.

Massimo Gezzi (S. Elpidio a Mare, 1976), da Il numero dei vivi (Donzelli, 2015)

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Aruspicina

Gli aruspici infilavano le mani nelle viscere
e decifravano il futuro: un nodo, un filamento
fuori posto dialogavano con un sogno,
con il passaggio di una cometa. Chiusa
nel tuo scrigno di pelle e amnio tu borbotti
silenziosa, affidi ai pugni, alle gambe
i tuoi messaggi misteriosi. Dici che saremo
due, tre, indissolubilmente. Anche dopo la lontananza,
la chiusura delle porte, la corsa verso il mare
che anche a te nasconderà ciò che nasconde.
Aggiungi che sarà faticoso: che i desideri
provocheranno fratture, partenze, e a sera pianti
nelle camere. Dici che la vita ti appartiene
e ti scuote con un sussulto, batti un colpo
sul palmo e prometti che la farai viva,
la popolerai di mille suoni.
Sussurri che ti piacciono le sciarpe, la musica
post rock, le scie degli aerei intrecciate
in quelle x. Qualche volta dormi pure e predici
che tutti veglieremo scrutandoti,
contando i tuoi respiri.

Massimo Gezzi (Sant’Elpidio a Mare, 1976)

 


Direzioni

Certe direzioni sono modi
improvvisati di restare in equilibrio,
gesti istintivi comandati da un niente.
Per questo le traiettorie precise
sono cose da aeroplani, da stormi in migrazione
che capiscono il vento. Gli uomini onesti
non dicono io vado: cantano pianissimo
se una strada li porta, se una curva spalanca
un mare abbagliante.

Massimo Gezzi (Sant’Elpidio a Mare, 1976), da L’attimo dopo (Sossella, 2009)

 


Domande

Piove da due giorni: la tenda degli scrosci
s’infittisce e si dirada,
ma ininterrottamente si propaga
la sua nuvola d’acqua. La ragazza
stringe una tazza bianca, da cui sale
un fumo chiaro. Sorseggia lentamente,
tiene il sorso nella bocca prima di spingerlo
in gola. Si chiede se la pioggia
rappresenti un nuovo stato, se tirando
le radici di un luogo le scopriamo
infinite. Si abita così, credendosi per sempre.
Lei beve a sorsi brevi, nel pensiero raccoglie
i frammenti dei volti, si domanda
perché mai con la pioggia
rifioriscano i ricordi.

Massimo Gezzi (Sant’Elpidio a Mare, 1976), da L’attimo dopo (Sossella, 2009)


Mattoni

Se volessi un mattone dovresti prendere
un mattone, per rabberciare una muraglia
o per tappare una buca
in un pavimento a lisca di pesce.

Un mattone: un solido che vive dentro tre
dimensioni, pesa, al tatto sembra
ruvido o poroso, e lasciato ammucchiato
assieme ad altri per lungo tempo fa
da nido a millepiedi, ragni e forbicine.

Un mattone che esiste, che spaccato col martello
fa tac una volta sola, un suono bello,
di mattone, secco, preciso.

Un mattone conta più delle parole
che lo imitano appoggiandosi
una sopra l’altra.

Io con la poesia vorrei fare mattoni.

Massimo Gezzi (Sant’Elpidio a Mare (AP), 1976), da L’attimo dopo (Luca Sossella Editore, 2009)