E c’è chi vide / antologia, Luciano Cecchinel

contorte sagome di cenere
come affranti mendichi nella nebbia
brancolare per segni in lunghi intrichi,
reggersi alle ossee betulle,
poi sparire in vorticoso frantume,
anime del rimpianto,
dell’ira, del dolore.

 

Luciano Cecchinel (Lago, 1947), da Le voci di Bardiaga, Il Ponte Del Sale, 2008)

 

Ciò che avrebbe negato in Cecchinel qualsiasi possibilità di rappresentare in chiave bucolica il mondo della montagna fu la scoperta, ad opera del poeta adolescente e dei suoi giovani amici, di resti umani al fondo di un’orrida spelonca.
Si trattava delle terribili tracce di un’esecuzione di nazifascisti e probabili collaborazionisti, come ce n’erano tante a ridosso della guerra.
Ne Le voci di Bardiaga, la pietas e il suo indispensabile esercizio sono condotti con un procedimento affatto particolare, sulla base cioè della dichiarata discontinuità ideologica esistente tra l’autore, fervido sostenitore della Resistenza (Perché ancora è dedicato al martirio dei partigiani del Vittoriose), e le vittime del massacro.
La pietas è dunque il movente più forte, al punto da indurre il poeta alla catalogazione delle tracce dei tanti che furono travolti dagli sconvolgimenti della Storia, sottraendoli così a un precipite oblio.

(Giovanni Turra)


Ohio Blues / antologia, Luciano Cecchinel

Ohio State
Ohio State
dusty clouds of the fate
sparklin’ clouds of the fate
oh Lawd, do I come too late
all’s gone, all’s gone
all’s gone, all’s gone
and I’m here to weep and moan
and I’m there to weep and moan
about my old folks gone…
and death is death
and death is death
no sad song can bring them back
no glad song can bring them back
along this long lost track…
Columbus day
Columbus day
I’m goin’ down my old sparklin’ way
I’m goin’ down my new dusty way
and I ain’t gonna feel this way…

 

Luciano Cecchinel (Lago, 1947), da Lungo la traccia (Einaudi, 2005)

 

Blues dell’Ohio Stato dell’Ohio / Stato dell’Ohio / nuvole polverose del fato / nuvole scintillanti del fato / oh, Signore, arrivo troppo tardi… / è passato, è passato / è passato, è passato / e sono qui a piangere e a lamentarmi / e sono là a piangere e a lamentarmi / per la mia vecchia gente andata… / e morte è morte / e morte è morte / non c’è canzone triste cha possa riportarli indietro / non c’è canzone lieta cha possa riportarli indietro / lungo questa lunga traccia perduta… / Columbus day / Columbus day / percorrerò la mia vecchia strada scintillante / percorrerò la mia nuova strada polverosa / e non mi sentirò più in questo modo…

 

Nel recensire Lungo la traccia, Maurizio Cucchi ne ha parlato come di «un romanzo in versi», da ordinarsi lungo un tracciato che riporta il poeta negli Stati Uniti, dove agli inizi del Novecento emigrarono i suoi avi.
Cecchinel vi narra di un discessus ad inferos in terra d’America, verso la deriva di «gnesuloc» (‘nessun luogo’).
Il fine è quello di ricomporre i fili spezzati tra le due coste dell’Atlantico, ma la scelta di allontanarsi dai vivi per schierarsi con i morti non libera il poeta dall’angoscia di sentirsi manchevole. Troppo tardi è giunto infatti nella valle dell’Ohio River.
Non resta che intonare il mea culpa di un blues ipnoticamente cadenzato in nenia, disposto ancora una volta a un penoso recupero memoriale.

(Giovanni Turra)

 


par na ultima òlta / antologia, Luciano Cecchinel

trar tel fogo arte vèci
par no èser rivadi
a ciaparghe la òlta al tènp
l’è cofà scanzelar par rabia
e po’ ciamarse grami
par oler ben
i screcoléa, i scròca
ma no rivarà, nò, forèsti:
l’é fursi àneme che lontan le ciama
o che in tra de lore le se ciama
par na ultima òlta
fa par colpi de tos
cusì l’è n’antra mòrt
che se dà col gòs sgonfi
de ’n oler ben perdest
e s-céṡene del cor i crèpa i lenċ
par senċ de fun che i se pèrz, i se scònz
in tra stele forèste

 

Luciano Cecchinel (Lago, 1947), da Sanjut de stran, (‘Singhiozzo di strame’, Marsilio, 2012)

 

per un’ultima volta buttare nel fuoco utensìli vecchi / per non essere riusciti / ad aggirare il tempo / è come cancellare per rabbia / e poi chiamarsi grami / per amore //  crepitano, crocchiano / ma non arriveranno, no, forastici: / sono forse anime che da lontano ci chiamano / o che tra loro si chiamano / per un’ultima volta / come per colpi di tosse // così è un’altra morte / che si dà con il gozzo gonfio / di un amore perduto / e schegge del cuore si crepano i legni / per segni di fumo che si perdono, si nascondono, / tra stelle estranee

 

Luciano Cecchinel è poeta plurilingue: scrive nella parlata di Revine-Lago (alto trevigiano, al confine con il bellunese), in italiano (i testi in lingua di Perché ancora [Vittorio Veneto, ISREV 2005] e tutt’intero Le voci di Bardiaga [Rovigo, Il Ponte Del Sale 2008]) e in inglese (i numerosi passaggi di Lungo la traccia [Torino, Einaudi 2005] e, nella medesima raccolta, il componimento Ohio Blues).
L’esordio è però in vernacolo, come pure l’ultimo tempo del suo opus; a cominciare dai titoli: Al tràgol jért (‘L’erta strada da strascino’) (Pederobba, I.S.Co 1988; Milano, Scheiwiller 1999, edizione riveduta e ampliata) e Sanjut de stran (‘Singhiozzo di strame’) (Venezia, Marsilio 2012).
Da grande lirico qual è, Cecchinel sospinge il dato autobiografico fin sulla soglia dell’emblematicità, avvertendo il proprio ambiente con forza appassionata.
Sull’io poetante incombe la medesima condanna alla rovina che incalza il suo mondo, e il dialetto consente di recuperare al meglio la rappresentazione più fedelmente dolorosa della sua vicenda personale e di quella della sua gente.
Va da sé che l’adesione solidaristica di Cecchinel alla sua heimat s’impone quale ineludibile memento.
Il ricordo dei morti è perciò un dovere continuo; i trapassati sono evocati bruciando gli utensìli che possedevano in vita.
L’efficacia di questa negromanzia (la campata del libro da cui è tratta la poesia s’intitola per l’appunto rituài de larin, ‘rituali di focolare’) fonda sul concetto di contiguità, sebbene si tratti di una contiguità immaginata o anche solo del ricordo di essa.

(Giovanni Turra)


Giovanni Turra consiglia Luciano Cecchinel

Paese

Paese rùspego de burigòt,
de onbrìa umida e petadiza,
ingatedamènt cròt
đe pòrteghi e cortivi
fin a tariói alti stusadi,
ndove che mi vae a scur,
rùmola de la piera,
ndove che fraze,
zinìs-cio de calzina,
ndove che vae in zerca strac de udor vèci,
scròc, susuri, lumin…
pèrs in ti, no pose, no vui scanpar,
inprésteme ‘n ciaro, an ciaro sol
te sto scur tendro e fis,
sol lèđer al me nàser
te la to mort,
al me morir tel to ultimo vìver,
te la luna smarida đe le piere,
paese meo s-cèt de masiere.
Luciano Cecchinel (Revine-Lago, 1947), da Al tràgol jért (Scheiwiller 1999)

Paese. Paese scabro di vicoli diroccati, / di ombra umida e attaccaticcia, / groviglio malato / di portici e cortili / fino a piccoli altari alti spenti, / dove io vado al buio, / talpa della pietra, / dove rovisto, / muschio di calcina, / dove vado alla ricerca stanco di odori vecchi, / crocchi, sussurri, lumini… / perso in te, non posso, non voglio fuggire, / prestami una luce, una luce solo / in questa oscurità tenera e fitta, / solo leggere il mio nascere / nella tua morte, / il mio morire nel tuo ultimo vivere, / nella luna sbiadita delle pietre, / paese schietto di macerie.

Nel descrivere i luoghi intorno a sé, nello spazio del suo orizzonte visibile e vivibile, Luciano Cecchinel ragiona sul senso del proprio essere lì e non altrove. E tuttavia, pur avvertendo il proprio ambiente con forza appassionata, quale forma d’identità cui non poter rinunciare senza essere cancellato dal piano della storia, vi sperimenta fin da giovanissimo una devastante impossibilità di certezze. È questa la posizione fondamentale occupata dal poeta e costantemente ripetuta nella sua opera, in dialetto e in lingua: l’orrore di camminare su un suolo cavo e pieno di agguati, il continuo avvertimento d’una regione dell’essere tanto più nascosta quanto più prossima a noi. Nel testo che segue, tratto da Al tràgol jért (Milano, Scheiwiller 1999), la sua raccolta d’esordio, Cecchinel sfrutta le potenzialità fonico-ritmiche della parlata di Revine-Lago, mai tentate prima, affidandosi alla capacità generativa di quei suoni: l’uso insistito dei monosillabi e delle tronche in consonante, speculari alla natura scheggiosa dei suoi materiali, rende al meglio l’angosciosa difficoltà dell’esistere e del dirsi. (Giovanni Turra)


dentro una piccola luce

per la sera immensa del Midwest
dentro una piccola luce,
stanca incerta stella,
il padre, la madre e sottovoce
il loro minutò sì,
la bambina che saltella
attorno alla mensa pronta
e, esile uccello imitatore, canta
yes daddy, yes ma…

lei, pegno di suoni ignari
come la bandiera dai nuovi colori
nella casa dove il sì
si spegne per la sua dolce voce
– yes daddy, yes ma –
come la piccola luce
che ormai sfila, incerta stella,
si perde nel buio, nel nulla
della notte immensa del Midwest

Luciano Cecchinel (Revine-Lago, 1947), da Lungo la traccia (Einaudi 2005)


Al paez mael

Su la còsta del bosc
tel stornir mataran
de la vèrta ‘l se cata
de òlta in tra mèd i vestì
tèndri de le zaresère
cusì dret, scur
al par an vècio intabarà
restà par sbaljo
in tra mèz tante tosatèle
lidiére de recami
de vènt e de parfun
fursi ‘l se sènt
tel so èser ancora lu,
an putinòt fòra stajon,
gnanca pi bon de far tremar
ma solche de far rider
cor cévedi de fior.

Luciano Cecchinel (Revine Lago, 1947)

Il pino solitario

Sul crinale del bosco
nel frastornare pazzerello
della primavera si trova
improvvisamente in mezzo ai vestiti
teneri delle piante di ciliegio
così diritto, scuro
sembra un vecchio intabarrato
rimasto per errore
in mezzo a tante bambine
leggere di ricami
di vento e profumo
forse si sente
nel suo ancora essere se stesso
un fantoccio fuori stagione,
neanche più capace di far tremare
ma solo di far ridere
cuori tiepidi di fiori.