Presa di servizio

Arrivo all’ora in cui si cena nel paese.
Per raggiungere la stanza di questi giorni
è necessario attraversare il grande atrio
vuoto di poche persone, attardarsi forse
a considerare strade e passaggi
che di fronte al noleggio convergono
nell’unica piazza, come dita in un palmo
e camminare circa la metà di un’ora
piuttosto soli nella notte scura
lasciato il mondo immobile alle spalle
in attesa di niente, scena muta.

Raimondo Iemma (Torino, 1982), da Una formazione musicale (Le Voci della Luna, 2013)

Annunci

‘na broca de giazo che se spaca in

‘na broca de giazo che se spaca in
tel selase: e ti che te scondi i tochi
drio le rosare brusà de polvare.
‘na bisa che fin che te dormi la se
slonga pian tra i nizoi e pare che
a zuga. Inveze a te ciapa e misure.

Andrea Ponso (Noventa Vicentina, 1975), da I ferri del mestiere (Mondadori, 2011)

Una brocca ghiacciata che si spacca in
cortile: e tu che nascondi i pezzi
dietro i roseti bruciati di polvere.
Una biscia che mentre dormi si
allunga piano tra le lenzuola e sembra che
giochi. Invece ti prende le misure.


Comincio a crescere…

Dite che dovrei essere nato nel 1798:
vi rispondo di sì, che lo so,
ma cosa cambia adesso?
ho la stessa pelle di allora,
Monaldo si chiama Walter,
Adelaide Giusy, e non muta
l’immutabile tangenza del destino,
caro Giordani, di un continuo ora
senza sangue blu ma col telefunken,
non si muore più di vaiolo o scrofolosi, lo sa?
sono cambiati i sensi di marcia
delle carrozze, molti più segnali per strada
e i cocchi vanno veloci che è una meraviglia…

Da piccolo avevo una corporeità raminga,
impugnavo la bicicletta a ventisette dita io!
Senza dimenticare i piedi acronimi,
io ci facevo le parole crociate. Giovinezza
lene con questi stupidi (o stupiti?) giochi;
la grande scoperta
e rivalutazione del sagnue
tra i due e i tre anni;
le spugnette nella bacinella
dei quattro coi fianchi tiepidi. Bambino con schiuma:
sì rido, potrebbe essere
il titolo di un quadro di… Poussin?
Ma io guardo di sbieco
e non ricordo nessun pittore, solo
quel tipino che mi fece il ritratto
sul molo di Porto Recanati, tenendomi vicino
al foglio, nero su bianco, Biagio
lui il suo nome, Blaise
se fossi andato in Francia,
che so a Parigi, o nel Perpignan,
per me lui contava più di un padre
– avuto e mai rinnegato. Del resto -.
Uno così la giovinezza
gli avanza, non sa mai che farne:
non tua moglie però, Questo
mi verrebbe da pensare
vedendomi adesso
se io fossi un altro.
Tra i Duran Duran e Aristotele
mi si sono allungate
le unghie, da bimbo a ragazzino facendomi.
Petulco ero, come
si dice in buon idioma carducciano
e come da foto risulterebbe.
Ma non è bello – lo giuro –
non ridere quando tutti i bambini dell’asilo
ridono; non sospirare
quando tutto lo fa.
L’unico modo che paga
la mia diversità è l’arroganza
della debolezza, spergiurare
di essere diverso perché migliore.
Migliore nel darsi da fare,
a leggere, a tradurre, a mentire.
Scuola: mia sacra e unica famiglia.
Professori o padri da rispettare,
madri da amare,
sorelle da desiderare,
fratelli da rimproverare;
tutto il nucleo stretto e diretto
dell’amor proprio.

Flavio Santi (Alessandria, 1973), da Il ragazzo X (Atelier, 2004)


epoca del toro

mangia i funghi, dimentica,
dimentica
sillaba per sillaba di lingua,
quello che è lei,
quello che viene
dal dentro della scatola,
ti calpestano i tori
bianchissimi, e te ne andrai
cavalcando un toro

spiriti animali
in ogni tua apparecchiatura,
spirito animale
è la card, registra
ogni tuo mondo,
adesso sai
parlare con la scatola

dorso del toro, tienti
con le mani nel
traversare il mare,
ti leva il toro più rapidamente
di ogni lingua e movimento
umano

e il toro è colore
della scatola è servitore
di lei, saprà
la strada indietro ti
segnerà con uno squarcio
nella coscia ti
sbaverà saliva

addosso (dorso nero
del toro che copre
l’orizzonte nero) sei
coperto dalle zampe,
fanno
fondamenta di città

qui ti fermi, qui
ha deciso il toro, da qui
il tuo viaggio
riprenderà più tardi

stanotte dormi
sotto una yurta e nel fiato
del toro, hai
protezione,
totem

ti mettono a mangiare
erba da un quadrato di plastica,
dove cresce sempre erba

stanno ai tamburi,
di notte sei chiuso nella scatola – lei
e non vedi che buio

non è più la scatola
ma mentre dormi ti sembra,
sei compreso
nel buio,
nella forma del toro

il toro è mondo,
bestia fatta mondo,
ti rovescerai tra le
sue zampe nere

o toro bianco contro
questo toro, è
guerra

Laura Pugno (Roma, 1970), da il colore oro (Le Lettere, 2007)

 


La giovinezza è ancora

La giovinezza è ancora
passare sul Gianicolo di notte
sopra i profili incerti
di occhiali rotti e solo un occhio buono.
Ma in cima sono strade
sconosciute
svolte sbagliate curve e giro a vuoto.
Le macchine affiancate
sono cattivi presagi troppa luce.
E la mia mente è liscia come una fontana
sopra la quale passano i ricordi
le sensazioni appena
vissute e già passate –
dove vorrei tempesta è la bonaccia
e uniti, come è giusto,
paura e desiderio.

Carlo Carabba (Roma, 1980), da Canti dell’abbandono (Mondadori, 2011)


Dovrei proteggerti dal vento

Dovrei proteggerti dal vento
e standoti a ruota impedire
che ti volga indietro temendo
attacchi in salita. Ma il peso
di questi tornanti confonde
il verso dell’aria e la media
della pendenza; cercando l’arrivo
lo sguardo trova la partenza
lasciando per la strada statue di sale.

Mi sento io ogni volta a peccare:
scortarti tenendo il tuo passo,
frenare l’acido fino allo scatto
promesso; piantarmi dopo,
darti ancora un momento
finché non sia ampio il vuoto alle spalle.
E quando sia ampio aspettare da solo
il resto che sale dal fondo,
come il fumo di una fornace.

Sebastiano Gatto (Mestre, 1975), da Horse Category (Il Ponte del Sale, 2009)


Monte Soratte, se ti guardo col mio tempo

Monte Soratte, se ti guardo col mio tempo
tu sei sempre stato e sempre sarai
ma se ti guardo con un tempo più lungo
anche tu morirai
diventando completamente piatto,
ogni giorno infatti diminuisci di un poco
e verrà il giorno che non ci sarai più;
se non, prima che questo accada,
succeda qualcos’altro che ti distrugga
o ti trasformi, infatti come a noi può cadere una tegola
da un momento all’altro, così a te un asteroide
può colpirti, o altri mille accidenti
possono capitarti. Ora tu hai sei cime
e sembra che tu le abbia da sempre
ma c’era un tempo che ne avevi sessanta,eri lungo fino a Sant’Angelo Romano
e non ti eri rotto in più punti ancora
e non c’era ancora il Tevere
in mezzo a te. E prima ancora?
Be’, prima ancora non eri neanche un monte,
eri terra piatta che si faceva su un fondo
marino giorno dopo giorno. Adesso sei bello, sembri
perfetto
ma sei stato bello anche in altri momenti,
posso immaginare che sei stato bello sempre
anche se non ti ho visto
quand’eri lungo e non c’era ancora il Tevere
e quand’eri basso ancora, che la terra si alzava
lentamente
e tu crescevi ogni giorno. Ti guardo
dalla Quadrara delle Aquile, la tua cima a nord,
ogni giorno perdiamo qualcosa, tutti e due,
ma stiamo qui, non ci muoviamo,
tu ti distendi al sole, io sopra di te,
due oziosi difficili da scalzare.

Claudio Damiani (San Giovanni Rotondo, 1957), da Cieli celesti (Fazi, 2016)