Si piange soprattutto di domenica

Si piange soprattutto di domenica
davanti a certe palme altissime
che sbandierano al vento del golfo dita verdi fiammanti.

Ci si piega,
accosciati di lato, a piedi nudi
sul pavimento di scaglie miste,
freddo, delle case in affitto

che ritenevo seriamente – e raccontavo –
contenesse alcuni diamanti ed altre gemme,
e si vedeva bene da quei luccichii.

Organizzavo tutti gli altri bambini del palazzo,
le loro piccole teste ben pettinate.
Preparavo spedizioni, scavi…

Rossella Tempesta (Napoli, 1968), da Libro domestico (Ghenomena, 2011)


CRIPTA DEI CAPPUCCINI

anche loro sono posti a sedere in attesa
anche lui il primo a sinistra dopo le scale.

dopo lo strappo del ticket fracasso che scende
rimbomba la cripta ma è sonnolento il rimbombo.

PER FAVORE SILENZIO PER FAVORE RISPETTO
del luogo e dei sintomi e delle mummie in platea.

si instilla il sospetto siano di più nei comparti
a seguire il passaggio dei muti nel tunnel.

NO FOTO fa fresco divieto di farli immortali
PER FAVORE SILENZIO per favore i farfugli

i morti li odiano. ad esempio quello con l’abito
scuro somiglia ad un vivo rimasto alla luce

ché qui non voleva incontrarsi. guardalo: è lui.

Luciano Mazziotta (Palermo, 1984), da Posti a sedere (Valigie Rosse, 2019)


Due tempi

La civetta è un uccello pericoloso di notte
quando appare sul suo terreno
come un attore sulla scena
ha smesso la sua parte di zimbello.
Con una strana voce
fa udire il suo richiamo,
vola nell’aria notturna.
Allora tace chi si prendeva gioco,
si nasconde dietro un riparo di foglie.
Ma è breve il seguito degli atti,
il teatro naturale si allontana.
All’apparire del giorno
la civetta ritorna al suo nido,
al suo dimesso destino.

Giampiero Neri (Erba, 1927), da Liceo (Guanda, 1986)


Lo splendore del buio

E la sera discese come uno che se ne va via
recando oltre la porta l’estremo bagliore
del corridoio, lasciando odore di freddo
oltre la soglia adorata e ignare
dove al mattino col primo oro radioso
era passata come una fata la sposa,
interrompendo la clessidra, suscitando le ore,
muovendosi tra i davanzali come in una piscina.

Là, oltre l’argine oramai buio,
dove si genera il desiderio e il sogno si prepara,
siepe su siepe l’occhio fissò ogni sera,
nell’aspro confine tra la regione oscura
e l’ultimo odore dell’erba conosciuta,
premendo la nostalgia del ripetuto addio

lontano, dove si rigenera il fiore del sogno,
nel buio che risplende a poco a poco
sui fiumi oblianti e ricordati dal cuore,
quando nella sala senza suono brilla un bicchiere
e il sonno nutre la memoria gloriosa.

Roberto Mussapi (Cuneo, 1952), da Gita Meridiana (Mondadori, 1990)


L’erosione non ha fine

L’erosione non ha fine.

«Il resto è sospiro. Simulazione.
Miseria della bocca».

Domenico Brancale (Sant’Arcangelo, 1976), da Per diverse ragioni (Passigli, 2017)


La cavalletta sulle scale

Non fu empio il mio piede: si fermò
in tempo per non cancellarti, cavalletta.
Non so da che cosa ti avvertii:
so che passò la fretta di rientrare

a casa: e mi curvai, a guardarti:
eri regale, delicata, assente
come nessuna donna è: muta
come un monile, ma insistente

tentavi lo scalino troppo alto
per te. Ti avvicinavi con delle zampe
che parevano passive, meccaniche, tanto
erano oscillanti e filiformi, e cominciavi

di sbieco la risalita, con una specie
di fatica, di impassibile
tremore. Più lunga e magra del mio
indice e chiara, color avorio, è

possibile? Salivi e poi tornavi
giù, padrona appena dei tuoi movimenti;
e io sempre più curvo sino a guardarti
negli occhi lucenti, nerissimi.

Eri forse così vecchia, o l’autunno
iniziava a poggiare su di te
la sua mano che fa freddi,
fragili? Ma perché volevi salire

quello scalino, perché ti affaticavi, per
raggiungere la cima, dove c’è
la mia casa, e perché mi hai fermato,
per dire cosa?

Giuseppe Conte (Porto Maurizio, 1945), da Le stagioni (Rizzoli, 1988)


risate nella notte

la tavola sopra lascia
che il vino leghi  labbra alle parole
e amici spalla a spalla
ma sotto, proprio là tra il buio
si aprono promesse
tra pelle e gambe e ossa conficcate
che il passo asciutto
conosce nelle scarpe quel limite
bordo che intero unisce
bene e male: al centro
dove il silenzio inventa la paura
dove scordo le frane della vita

e intanto le risate della notte
si sfanno a una a una senza amore

Gabriela Fantato (Milano, 1960), da Northern Geography (Gradiva Publications, 2002)