E questo canto, amore mio, di cicale

E questo canto, amore mio, di cicale
sotto il sole di luglio, in una campagna italiana,
cielo azzurro e poche nuvole, piccole,
odore forte di rosmarino e ginestre
e questo canto pazzo che non si ferma
nell’aria bianca bruciata
e noi, io e te, sotto questi pini
alziamo i calici e brindiamo, silenziosi,
tu vestita come una dea, con lunghe ciocche annodate
e perle tra i capelli,
là sulla collina il nostro capanno di legno
e giù lo scoglio dove passo tutte le notti
a piangere guardando il mare.

Claudio Damiani (San Giovanni Rotondo, 1957), da Cieli celesti (Fazi, 2016)

 

Annunci

Si era fermata all’imbocco della lanca

Si era fermata all’imbocco della lanca, sul fiume, una biscia nera, con il capo eretto fuori dall’acqua.
Voleva arrivare in fondo alla lanca, dov’erano i suoi interessi.
A mezza strada si frapponeva un pescatore con una lunga canna che a occhio poteva coprire in larghezza quel braccio di fiume.
Si doveva o no forzare il blocco?
La biscia alla fine si era decisa e aveva iniziato la sua corsa lungo l’argine opposto del canale.
Avvicinandosi aveva aumentato la velocità fino a un massimo sforzo, guizzando davanti al pescatore, che aveva tentato vanamente di colpirla.

Giampiero Neri (Erba, 1927), da Via provinciale (Garzanti, 2017)


Figlio mio, tu ripeti le giocate

“Figlio mio, tu ripeti le giocate
quando il pallone è lontano, riprovi
il gioco quando ormai è stato e triti
con lacrime infantili la gaiezza
di una breve partita.
Provi e riprovi il passo che hai sbagliato,
il tiro fuori tempo,
il lancio troppo teso.
Così vivrai, più tardi. E io vorrei
che tu ti liberassi di paura,
che è l’unico avversario. Ciò che hai fatto
non sia per te la pietra, ma la rosa:
per l’unica occasione, non temere”.

Daniele Piccini (Città di Castello, 1972), da Regni (Manni, 2017)

 


È fuggito un toro nero

È fuggito un toro nero
erra sul cavalcavia
impaurendo il traffico,
lo rincorriamo
impugnando coltelli
bastoni elettrici e birre
corre si ferma torna
arrivano i carabinieri coi mitra,
ora è steso su un velo d’erba
e sussurra qualcosa alle mosche.

Ivano Ferrari (Mantova, 1948), da Macello (Einaudi, 2004)

 


Lei è sicuramente figlia di qualcuno

Lei è sicuramente figlia di qualcuno
ne vedi la madre forse
scendere nel naso, dentro il bere
un sorso d’acqua, respirare subito
l’occhio nero delle notti africane

lì c’è tua madre le avrei detto
scuce e ricuce la tua partenza
come una ferita colorata

ha messo del latte
dentro un vecchio bicchiere
appoggiato alla finestra
la vedi agitare le mani
come facesse trecce alla pioggia.

Francesca Serragnoli (Bologna, 1972), da Aprile di là (LietoColle – pordenonelegge.it, 2016)


Là ancora brusiscono

Là dove assiduo riscrive
il grillo le sudate erbe del giorno
e la cavalletta fila
affaticata la luce delle stelle,
era smemorato il sonno
sotto le travi trepide
di celesti tetti luccicanti.

Là ti addormentava
– se era vero – di tenebre
e rugiade il soffice bisbiglio
e sfavillante per abbagliate crune
ti svegliava l’oro di fili sospesi.

Tra pietre argentate
sul segreto intrico di odorosi fieni
là ti fissava – se era vero –
il muso sapiente
dell’annoso ghiro.

Là ancora brusiscono
voci che bufere di boscaglia
fervide travolsero
e hanno nelle trafitture d’addiaccio
delle notti tinnii
come di anelli trasalenti sui sordi
legni delle greppie.

Luciano Cecchinel (Lago, 1947), da Da un tempo di profumi e gelo (LietoColle – pordenonelegge.it, 2016)


Presa di servizio

Arrivo all’ora in cui si cena nel paese.
Per raggiungere la stanza di questi giorni
è necessario attraversare il grande atrio
vuoto di poche persone, attardarsi forse
a considerare strade e passaggi
che di fronte al noleggio convergono
nell’unica piazza, come dita in un palmo
e camminare circa la metà di un’ora
piuttosto soli nella notte scura
lasciato il mondo immobile alle spalle
in attesa di niente, scena muta.

Raimondo Iemma (Torino, 1982), da Una formazione musicale (Le Voci della Luna, 2013)