La lenza

guarda la vita che anonima fermenta
il ritmo uguale dei giorni senza meta:

da qui ti parlo, da questa indifferenza
che nel torpore consuma le cose:

le senti in aria, le gemme già esplose,
come chiaro e tremendo il verde incomba?

lo sguardo sbarrato, la bocca aperta,
l’incuria mi ha preso alla sua lenza.

Italo Testa (Castell’Arquato, 1972), da L’indifferenza naturale (Marcos y Marcos, 2018)

Annunci

In morte di Alessandro

Soltanto chi si è trovato davanti alla porta
Dietro la quale viene torturato un uomo
Che senza io si avvierà  alla morte
Sa cosa davvero sia l’assurdità,
Dicevo una sera ad Alessandro
Che mi accompagnava in Centrale
Citando Hermann Broch.
Parlavamo della fine di Regeni.
Adesso da lassù sento quasi
Il borbottio degli angeli più anziani,
E bisbigliano i più timidi,
Ma certi altri alzano la voce
Mentre i grandi candelabri e i ceri spostano
In excelsis, tra Virtù e Principati…
Uscir di vita, se ci sono gli dèi,
Scriveva Marco Aurelio nei Ricordi
Non è affatto cosa esecrabile,
Perché non è possibile che ti vogliano far male;
E se non ci sono, o non si curano delle cose umane,
A che varrebbe vivere in un mondo
Senza provvidenza e senza dèi?
Io non credo in nessun dio, Alessandro,
Per questo adesso ti so
In quell’isola a Nord di Ortigia
Chiamata Syria per il sole al tramonto,
Terra beata dove in tarda età soltanto
Si muore
Per la freccia gentile di Apollo in un istante
E senza provare dolore.

Franco Buffoni (Gallarate, 1948), da La linea del cielo (Garzanti, 2018)


Tutti mi dicono che sono una donna

Tutti mi dicono che sono una donna
e bella e che ho spalle ampie
gambe robuste di ferro.
«Cammina da sola ora».
Io non cerco che una mano
grande che mi copra tutta la faccia
non mi faccia invecchiare.

Giulia Rusconi (Venezia, 1984), da I Padri (Landolfi, 2012)


Ritornare nei giorni, mandarli avanti

Ritornare nei giorni, mandarli avanti.
Anni fa, adesso, domani. Era così
per te, è così per tutti? Stare nelle ore
per altre ore, nei giorni che ci saranno.
E dire dei morti come se fossero
ancora dei vivi, come è necessario
sorridere quando si è in compagnia.

Mario Benedetti (Udine, 1955), da Tersa morte (Mondadori, 2013)


Vento

I
Non sei venuto questa sera all’appuntamento
va bene che c’era un po’ di vento
e non ti avevo detto da che parte della stanza
e non sapevi poverino l’ora esatta
ma solo la sera della settimana
non mi ricordo più le cose
da quando ti sono stata presentata
proprio quella sera che non mi hai notata
abbiamo parlato solo due tre volte
ti ho detto solo quattro cinque cose
nome cognome e che sono separata
non puoi saperlo poverino
che mi sono innamorata

II
Nonostante ci fosse un po’ di vento
sei venuto questa sera all’appuntamento
e mi hai dato due baci sulle guance
e mi hai fatto una carezza e un complimento
mi gira forte la testa
ma non c’entra il vento

III
Non sei venuto questa sera all’appuntamento
eppure non c’era in cielo il vento
e ti avevo detto da che parte della stanza
e anche son sicura l’ora esatta
non mi muovo sto qui ad aspettare un complimento
e siccome mi sono innamorata io mi sento
con dentro alla testa un po’ di vento.

Vivian Lamarque (Tesero, 1946), da Teresino (Società di poesia, 1981)


Homewrecker

& this is how we danced: our mothers’
white dressed spilling from our feet, late August

turning our hands dark red. & this is how we loved:
a fifth of vodka & an afternoon in the attic, your fingers

through my hair – my hair a wildfire. We covered
our ears & your father’s tantrum turned

to heartbeats. When our lips touched the day closed
into a coffin. In the museum of the heart

there are two headless people building a burning house.
There was always the shotgun above

the fireplace. Always another hour to kill – only to beg
some god to give it back. If not the attic, the car. If not

the car, the dream. If not the boy, his clothes. If not alive,
put down the phone. Because the year is a distance

we’ve traveled in circles. Which is to say: this is how
we danced: alone in sleeping bodies. Wich is to say:

this is how we loved: a knife on a tongue turning
into a tongue.

Ocean Vuong (Ho Chi Minh, 1988), da Cielo notturno con fori d’uscita (La nave di Teseo, 2017)

Sfasciafamiglie

& così ballavamo: le vesti bianche
delle madri ci traboccavano dai piedi, fine agosto

ci mutava in rosso cupo le mani. & così amavamo:
una bottiglia di vodka & un pomeriggio in soffitta, le tue dita

tra i miei capelli – i miei capelli foresta in fiamme. Ci tappavamo
le orecchie & l’accesso d’ira di tuo padre si mutava

in palpiti del cuore. Quando le nostre labbra si toccavano, il giorno
si serrava in una bara. Nel museo del cuore

due persone senza testa erigono una casa che brucia.
C’era sempre un fucile appeso

al caminetto. Sempre un’altra ora da ammazzare – per poi implorare
un dio di restituircela. Se non la soffitta, la macchina. Se non

la macchina, il sogno. Se non il ragazzo, i suoi vestiti. Se non vivo,
metti giù il telefono. Perché l’anno è un percorso

compiuto in cerchio. Insomma: abbiamo
ballato così: da soli in corpi dormienti. Insomma:

abbiamo amato così: un coltello sulla lingua
che si muta in lingua.


“Solo compenso a questa perdita / non ti sia dato conoscere i limiti precisi / di ciò che hai perso”

“Sta zitto. Tu parli solo per dimenticare.”
Ma non c’erano muri
e le frasi scomparivano insieme al vento.
“Lo sai, il mio nome
significa: io sono cambiata”
e poi non c’è silenzio, dice, se uno si accorge,
non c’è amore
alla fine di un ricordo.
È scomparsa l’ombra delle case
in questo esterno di autocarri e di calce
e lo spazio è troppo
perché le parole siano lì.
“Non l’hai inventata tu, la gioia, non sei
abbastanza intelligente… tu che ti disperi
perché ciò che fai diventa…”
E questi alberi, sempre più radi
le grandi strade a nord della città
la nebbia che sta coprendo tutto, i passi
“ma così non potrai a lungo…”
e le mani sono umide, come l’erba, oltre la strada
e ferme, non si toccano, non saranno mai
sentimentali.
“Non hai fatto che perdere tempo. Parti,
una volta tanto,
da quello che ti resta.”

Milo De Angelis (Milano, 1951), da Somiglianze (Guanda, 1976)