Gabriel Del Sarto consiglia Guido Mazzoni

Questo sogno

Ogni voce torna nel risveglio
quando le forze compresse in questo sogno
sono il mondo che attraverso.
La forma della costa dopo il temporale,
l’odore di pioggia nell’aria, la mano
di mio padre che mi porta
in alto, sulla sabbia,
se lo stupore nomina le cose
e le fa essere davvero,
mare e casa, darsena e spiaggia,
mentre nel sole respiro la mia ansia
quando l’infanzia cede alla memoria
la paura, l’origine delle parole, questo squarcio
pieno di cose che parla del paesaggio
di una mattina degli anni Settanta mentre guardo
il mio volto, nel vetro ancora buio,
apparire tra le nubi. Ricordo
sempre più spesso solo gli atomi compiuti,
la vita presso di sé, così perfetta
nelle monadi dove eravamo veri
per un istante indicibile: il suono
della pioggia sui teli, il vento sulla plastica
mia madre chiude la tenda, tra il fulmine
e il tuono un vuoto indefinibile,
fuori dal tempo di tutti
il mare nitido, noi stessi per un attimo.

Guido Mazzoni (1967), da I mondi (Donzelli, 2010)

 

La forma della nostra vita si fonda sulla creazione di piccole sfere private, impotenti e monadiche. In questi “mondi”, ci dice Mazzoni, ognuno di noi è prigioniero, non ha potere, non ha privilegio né morale né conoscitivo. Il cielo è sempre il solito, le periferie hanno gli stessi colori, le stesse sagome di case e le stesse auto nei parcheggi. Omologati sono i luoghi in cui trascorre l’esistenza e si forma l’identità degli uomini e delle donne. Persone colte nella loro quotidianità: tornano a casa dal lavoro, prendono medicine, guardano la TV, costruiscono qualcosa, con dignità partecipano al meccanismo comune della solitudine. L’attimo di una verità possibile su noi stessi appare e immediatamente fugge, ma, non dubito, tornerà. (Gabriel Del Sarto)

 

 

 

 

 

 

 

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La differenza

Una canzone bellissima, ascoltata in auto
alla fine del giorno. Ci sono
le mie sere uguali in città
nei rientri, l’asfalto bagnato
e triste col sacchetto della spesa,
il cibo della famiglia,
quando poi il tempo che mi aspetta
è scandito dai racconti dei figli,
dalle notizie del mondo, la partita,
l’intervallo dei pensieri.
……………………………..Fermarsi
davanti al cancello di casa, un secondo
nel freddo vero,
soli da millenni, conoscendo attese,
e percepire la silenziosa
soglia del tempo e la minima differenza
fra le mie mani e la loro assenza.

Gabriel Del Sarto (1972), da Sul vuoto (Transeuropa, 2011)


Ufficio

Nel profilo dietro la porta a vetri che scorre
non appena entri nel campo d’azione
della telecamera, nessuna sorpresa, solo
si apre pieno il silenzio prima
della domanda di cortesia, il vuoto
di una sala d’attesa
foderata, nella quale sfiorare lo schermo
del telefono cellulare è l’unica forma
di contatto con se stessi – una circolazione fluida
di plasma e sangue – mentre un filo
d’aria condizionata scende dall’alto
e la musica fredda scivola senza fine.
È normale. Siamo qui
complici di questo silenzio e le sorrido
mentre mi offre un caffè. Non so, forse dovrei
dirle di quel Mar Baltico dentro
la sua isola, di quel bianco che vedo.

Il suo corpo scompare veloce
oltre la soglia e lo schermo scuro che stringo
sembra retrocedere verso un’altra epoca,
in un tempo o solco tracciato da altri, non qui,
e per nessuno di noi, che non sappiamo perché
sostiamo in questa veglia, aspettando cosa.
Gabriel Del Sarto (Ronchi, 1972), inedito