L’antica epoca della nostalgia

Those hours given over to basking in the glow of an imagined
future, of being carried away in streams of promise by a love or
a passion so strong that one felt altered forever and convinced
that even the smallest particle of the surrounding world was
charged with purpose of impossible grandeur; ah, yes, and
one would look up into the trees and be thrilled by the wind-
loosened river of pale, gold foliage cascading down and by the
high, melodious singing of countless birds; those moments, so
many and so long ago, still come back, but briefly, like fireflies
in the perfumed heat of summer night.

Mark Strand (Summerside, 1934), da Quasi invisibile (Mondadori, 2014)

Quelle ore concesse al crogiolarsi nel lucore di un fu-
turo presunto, dell’essere trascinati via in torrenti di
promessa da un amore o una passione così intensi che
ci si sentiva cambiati per sempre e convinti che anche
la più minuscola particella del mondo circostante fos-
se carica del proposito di un’impossibile grandeur; ah,
sì, e si sarebbe guardato all’insù tra gli alberi e ci si sa-
rebbe sentiti elettrizzati dal fiume sprigionato dal ven-
to che faceva cascate del fogliame pallido, dorato, e dal
cinguettio acuto e melodioso di innumerevoli uccelli;
quei momenti, così numerosi e così remoti nel tempo,
tornano ancora, ma brevi, come lucciole nell’afa fra-
grante di una sera d’estate.

 

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My name / la poesia alle elementari

Once when the lawn was a golden green
and the marbled moonlit trees rose like fresh memorials
in the scented air, and the whole countryside pulsed
with the chirr and murmur of insects, I lay in the grass,
feeling the great distances open above me, and wondered
what I would become and where I would find myself,
and though I barely existed, I felt for an instant
that the vast star-clustered sky was mine, and I heard
my name as if for the first time, heard it the way
one hears the wind or the rain, but faint and far off
as though it belonged not to me but to the silence
from which it had come and to which it would go.

Mark Strand (Summerside 1934), da L’uomo che cammina a un passo avanti al buioPoesie 1964-2006 (Mondadori, 2011, traduzione di Damiano Abeni)

 

Il mio nome

Una sera che il prato era verde oro e gli alberi,
marmo venato alla luna, si ergevano come nuovi mausolei
di strida e brusii di insetti, io stavo sdraiato sull’erba,
ad ascoltare le immense distanze aprirsi su di me, e mi chiedevo
cosa sarei diventato e dove mi sarei trovato,
e quanto a malapena esistessi, per un attimo sentii
che il cielo vasto e affollato di stelle era mio, e udii
il mio nome come per la prima volta, lo udii
come si sente il vento o la pioggia, ma flebile e distante
come se appartenesse non a me ma al silenzio
dal quale era venuto e al quale sarebbe tornato.

 

 

 


Guardiana

Il sole che cala. I tappeti erbosi in fiamme.
Il giorno perso, la luce persa.
Perché amo quel che svanisce?

Tu che te ne sei andata, che te ne stavi andando,
che stanze di tenebra abiti?
Guardiana della mia morte,

preserva la mia assenza. Sono vivo.

Mark Strand (Summerside, 1934), da L’uomo che cammina un passo avanti al buio (Mondadori 2011)

The sun setting. The lawns on fire.
The lost day, the lost light.
Why do I love what fades?

You who left, who were leaving,
what dark rooms do you inhabit?
Guardian of my death,

preserve my absence. I am alive.


Fiction

Penso alle vite innocenti
delle persone nei romanzi: sanno che morranno
ma non che il romanzo finirà. Come sono diverse
da noi. Qui, la luna osserva istupidita,
tra nubi sparse, la città assopita,
e il vento ammonticchia le foglie cadute,
e qualcuno – vale a dire, io – sprofondato in poltrona,
sfoglia le pagine che mancano, sapendo che non c’è
molto tempo per l’uomo e la donna nella camera a ore,
per la luce rossa sopra la porta, per l’iris
che proietta la propria ombra sul muro; non molto tempo
per i soldati sotto gli alberi lungo il fiume,
per i feriti che vengono trasferiti
in città di retrovia dove resteranno;
la guerra che ha infuriato per anni si concluderà,
come pure ogni altra cosa, tranne una presenza
difficile da definire, una traccia, come l’odore d’erba
dopo una notte di pioggia o quel che resta di una voce
che ci fa sapere senza compitarlo
di non disperare; se la fine è arrivata, anch’essa passerà.

Mark Strand (Summerside, 1934) da L’uomo che cammina un passo avanti al buio (Mondadori, 2011)

I think of the innocent lives
Of people in novels who know they’ll die
But not that the novel will end. How different they are
From us. Here, the moon stares dumbly down,
Through scattered clouds, onto the sleeping town,
And the wind rounds up the fallen leaves,
And somebody – namely me – deep in his chair,
Riffles the pages left, knowing there’s not
Much time for the man and woman in the rented room,
For the red light over the door, for the iris
Tossing its shadow against the wall; not much time
For the soldiers under the trees that line
The river, for the wounded being hauled away
To the cities of the interior where they will stay;
The war that raged for years will come to a close,
And so will everything else, except for a presence
Hard to define, a trace, like the scent of grass
After a night of rain or the remains of a voice
That lets us know without spelling it out
Not to despair; if the end is come, it too will pass.


Massimo Gezzi consiglia “Poor North” di Mark Strand

It is cold, the snow is deep,
the wind beats around in its cage of trees,
clouds have the look of rags torn and soiled with use,
and starlings peck at the ice.
It is north, poor north. Nothing goes right.

The man of the house has gone to work,
selling chairs and sofas in a failing store.
His wife stays home and stares from the window into the trees,
trying to recall the life she lost, though it wasn’t much
White flowers of frost build up on the glass.

It is late in the day. Brants and Canada geese are asleep
on the waters of St. Magaret’s Bay
The man and his wife are out for a walk; see how they lean
into the wind; they turn up their collars
and the small puffs of their breath are carried away.

Mark Strand (Summerside, 1934), da The Late Hour (Atheneum, 1978)

Povero nord

Fa freddo, la neve è alta,
il vento sbatte nella sua gabbia di piante,
le nuvole paiono stracci sozzi e laceri per l’uso,
e gli storni becchettano il ghiaccio.
È il nord, povero nord. Niente va bene.

Il capofamiglia è andato al lavoro,
vende sedie e sofà in un negozio che sta per fallire.
La moglie sta a casa e fissa dalla finestra le piante,
cerca di ricordare la vita che ha perso, anche se non era un granché.
Fiori bianchi di brina sbocciano sul vetro.

È quasi sera. Anatre e oche canadesi dormono
sulle acque della baia di Saint Margaret.
Marito e moglie passeggiano: guardate come si piegano
controvento; alzano il bavero
e i minuscoli sbuffi del loro respiro volano via.

(in M. Strand, Il futuro non è più quello di una volta, a cura di D. Abeni, Minimum fax, 2006).

Ha scritto Giorgio Agamben che la fotografia è «il luogo del Giudizio Universale», perché «rappresenta il mondo come appare nell’ultimo giorno». Credo che la stessa cosa si possa dire di certe poesie: uno sguardo, uno scatto nitido in cui quello che si vede diventa definitivo, indimenticabile. Non solo per gli elementi del quadro, ma anche per il significato che quella scena – minima, quotidiana, tutto sommato banale –  assume una volta che qualcuno l’abbia fotografata, trasposta in versi. È il caso di questa poesia di Mark Strand (Canada, 1934), nella bella traduzione di Damiano Abeni: il freddo del nord, persone precarie (un negoziante che sta per fallire, una donna insoddisfatta), delle anatre che dormono, due che passeggiano nel freddo e i loro respiri portati via dal vento: un flash sull’orlo del nulla, della rovina, ma che a questo nulla, a questa rovina si oppone con la forza della sua memorabilità.

Massimo Gezzi


Tenere insieme le cose

In un campo
io sono l’assenza
di campo.
Questo è
sempre opportuno.
Dovunque sono
io sono ciò che manca.

Quando cammino
divido l’aria
e sempre
l’aria si fa avanti
per riempire gli spazi
che il mio corpo occupava.

Tutti abbiamo delle ragioni
per muoverci
io mi muovo
per tenere assieme le cose.

 

Keeping things whole

In a field

I am the absence
of field.
This is
always the case.
Wherever I am
I am what is missing.

When I walk
I part the air
and always
the air moves in
to fill the spaces
where my body’s been.

We all have reasons
for moving.
I move
to keep things whole.

Mark Strand (Summerside (Canada), 1934), da Sleeping with one eye open (1964), in L’uomo che cammina avanti al buio. Poesie 1964-2006 (Mondadori, 2007)