È notte, sei

È notte, sei
tra le cose del mondo, le cose
solide, vaganti, che si sfanno
in altre cose: cose
su cose, nell’imo che fermenta,
e sprofondi
nella vita che è, nel tutto
che s’invasa in uno, prima
di sfarsi nel crivello della mente

stridi, becchi, blaterii
buchi di lingua, suoni
che si torcono, stipano
si ammaccano
ed è lì, lei, fa un cenno
l’ombra funesta, troppo amata,,
fa freddo, com’è troppa la stagione,
con che tenaglie stride, si torce, scuote

le lusinghe del mondo, “dov’è che sei?”
le chiedo, nel gelo
di biglia delle cose
“sei cosa o altro?”, mentre delira
in delirio il mondo, si sfarina, ed io
“non ho tempo per questo
struggimento stupido, doloroso, di’

soltanto se sei o no”
ma lei: “di’ tu, piuttosto, di’
qualcosa che valga
per me, per noi, che ti guardiamo”, e va
per una strada che non conosco, va, dove non è
altro che lei, che loro, lì, nella gran fossa

del firmamento algido, stipato
di roba ultima, vagante, “di’, se sai, qualcosa
che valga la pena”, continua
stridendo come una stupida
ferraglia

e fa cenno, nel non so dove del sonno, nel
ben maturato senno della mente
a qualcosa che si cela, s’infima
in brividi, in onde
di niente, di poco – cosa
che si fa cosa, verbo
che s’intana

in una lingua di troppo gelo,
di solo, forse,

vuoto?

Giancarlo Pontiggia (Seregno, 1952), da Il moto delle cose (Mondadori, 2018)

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E leggi

E leggi che durare possono
le cose che non hanno vita,
e tu muori,

e questi versi, che altri un giorno
leggeranno, durano più di te,
e tu non duri,
e li hai fatti

e in queste stanze
dove tante ore hai
dormito, altri
ci dormiranno: e così poco
è la vita,

che un verso, un muro, un letto
sono più lunghi di te,

erano prima, e sono dopo
di te.

 

Giancarlo Pontiggia (Seregno, 1952), da Origini. Poesie 1998-2010 (Interlinea, 2015)

 


Al lettore

Viandante, che tra il tuo passo
per caso presso questo
margo appartato,
tra i fichi, i peschi, le ombre
odorose della grande estate

pensa che qui sovrastano,
ai confini di un campo assediato, cieli più intensi e profondi
del tempo che infierisce con

orrendi oh non più presagi, ma
con fionde, con ferite, clangori
e lenti affioramenti
di miasmi e di occhi
infelici, lesi, tra soglie invase

che nessuno più onora
perché il tempo non è che la metà
brutale, paurosa dei pensieri

che sfiorano in questo mese
di agosto che avanza le nere
capitali del mondo colpito

dove anche tu, già ormai oltre
il cancello mortale dei miei versi,
appari tra la fine di un secolo scuro
e un altro ancora ignoto, troppo, per noi
viventi e non viventi
nel legno minaccioso delle stanze
quando ancora premono le forze
della vita che chiama, chiama
e dice: resta, non fuggire,

guarda!

Giancarlo Pontiggia (Seregno, 1952), Con parole remote (Guanda, 1998)