Forma-luce

Riconoscerti era la vera proiezione,
vedere te, non la forma che ti sfida,
le sue astrazioni, nel distinguere
che non ha corpo, farti quadro
e dire di averti salvata: l’intuito
questo era, ma vero, sincero, materia:
la fontana stinge riflessa da una luce
metallica, il suo calore silenzia
le ultime parole, si deposita sul fondo,
riceve le monete più o meno piccole,
il rame fluorescente – ma l’occhio
vede sempre più di quanto vorrebbe,
lui e le sue stratificazioni, la segue
lei che che è la vittima più pura, la preda
definitiva, mai doma
ora che si sono invertite le parti –
se cammino tocca pensare, tocca
percepire te che sei un fantasma, sei
la mia mente, o forse
no – la fontana era finta, era
un sogno, una proiezione dall’alto
a volte interrotta, c’era un errore,
un malfunzionamento: era un noi, un voi,
eravamo tanti e la luce resisteva,
non cessava: il semaforo
lampeggia arancio, è un’ipostasi
del presente, mi trascende e mi segue
fino agli ultimi passi prima
del cancello poi del portone: dietro
la luce si fa fioca, non ha forze,
è un neon esausto e incerto:
una macchina da presa lo cattura,
nasconde le forme, rende un passato.

È tornato dalla comunità e
disperde ciò che ha costruito, trova pace
nella contemplazione. Il market all’una di notte,
la radiazione della corrente, sottilissima, la serratura
che si ritrae e indietreggia, quasi anche lei
si opponesse, quasi avesse parola
sono gesti conosciuti.

Ho atteso qualche secondo prima
di aprire la porta, volevo che l’apertura
avesse un suo significato, una sua
solennità, fratellanza.

“Se spingo e qualcuno si oppone sto bene”

Pietro Cardelli (Borgo San Lorenzo, 1994), da Quattordicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos Y Marcos, 2019)


Aprile

Ecco il ballo, la danza a me estranea
“Guardati” non hai più inibizioni, hai finito
le scorte, le paure sottili, tutti
gli accorgimenti nascosti, appostati
negli anni, e giustamente. Non devi fare altro
“Quale il prezzo?” volevo domandarmi
e il rifugio stava nelle cose, non c’era
aprendomi a quel mondo, negandolo poi
nelle coperte di lana così tardi, nel cuscino
uno sopra l’altro: il collo preme forte,
si forma un livido nerissimo.
Il prezzo c’era,
questo è il punto; accettarlo era un nuovo
gesto, l’impensabile. Dopo
le urla di chi muore davvero: i cappi
al collo, la sedia che si muove, il baratro.

Hai la schiena inarcata, quasi cadi,
ma c’è una forza che ti sorregge,
che non ha forme: si arrende a te
come tutti, ti riconosce nei capelli
che precipitano, nello specchio
dove rifrangi. La gravità t’impone
dei doveri, tu li rispetti, sei calma,
sfioro la nevrosi.

Anche perchè le immagini sono
una truffa ben architettata, e lo sanno,
sono un’impudenza, un’oppressione
senza confini. “Eccomi che mi dono a te,
guardami” e non c’è salvezza
se si riproducono così velocemente,
saltano e si ripresentano, si moltiplicano
nell’ansia, negli schermi: mi guardi,
nella cornea si apre il vuoto:
bianco-e-nero, sorriso, l’ulcera
si amplia, si diffonde: è la sottotraccia,
il destino, l’incompiuta mente.

Pietro Cardelli (Borgo San Lorenzo, 1994), da Quattordicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos Y Marcos, 2019)


Si muoveva senza alcun tipo di controllo

Si muoveva senza alcun tipo di controllo,
i suoi movimenti, anche i più futili o insensati,
si adeguavano a un ordine prestabilito,
il suo esistere si verificava nell’accettazione.

Era facile trovare la giusta posizione allora,
il tono con cui pronunciare discorsi importanti,
la postura ben eretta, le spalle larghe, il bacino vivo.
Gli altri si conformavano a lui, lui agli altri
c’era rispetto e ammirazione.

Di colpo, dunque, il vetro si è infranto
ma l’insetto dietro la finestra
non ha reagito né ha fatto parola.
L’argilla solidissima si è disseccata.

Avevamo bisogno di un consiglio, di un ordine,
di un destino, non di frammentarci qui dentro
come anmali metallici; è rimasta la paura quindi,
fangosa come una memoria a venire,
profonda nella pelle scavata. Servirà del Cif
per cancellarla, un coltello.

Pietro Cardelli (Borgo San Lorenzo, 1994), da Quattordicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos Y Marcos, 2019)


Mulinuccio

I piloni altissimi, incombenti, strati
di cemento e blocchi, uno sopra l’altro,
a costruire strutture ruvide, inattaccabili
e le faglie che si aprono sono memorie
sono solchi nella pelle, quando
non c’era più niente da fare e dall’alto
li vedevi che precipitavano “Fermatevi
un momento, aspettatemi, vi prego” e loro
non aspettavano, non potevano.

Eccoli per terra che ti guardano.
Così gli anni passano lenti
sono scorati come i volti, nodosi:
la moglie che ti caccia di casa, esausta
i vicini stizziti, l’arancio, l’arancio
in ogni spostamento e la vertigine
purissima.

Sopra c’è tutta una velocità diversa,
c’è un trangugiare i chilometri. Si sentono
esplosioni, camion pesantissimi, e
anche quando si capiscono i perché
(eccola la ragione, eccolo il suo sgranocchiare)
non per questo non c’è napalm e baratri
profondi: c’è quiete, ma è indifferenza,
e anche il fiume , l’oltrefiume, la Lora
sono sommersi, si abbandonano al flusso.

Guardaci qua sotto, guarda noi
che non ti vediamo tanto sei alto,
consegnaci qualche parola, abbi pietà
se ridiamo; non vogliamo recarti dolore,
un gesto, un segno, è abbastanza, poi
ce ne andiamo, lo prometto, perdonaci.

Pietro Cardelli (Borgo San Lorenzo, 1994), da Quattordicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos Y Marcos, 2019)