November

We walk to the ward from the badly parked car
with your grandma taking four short steps to our two
We have brought her here to die and we know it.

You check her towel, soap and family trinkets,
pare her nails, parcel her in the rough blankets
and she sinks down into her incontinence.

It is time John. In their pasty bloodless smiles,
in their slack breasts, their stunned brains and their baldness
and in us John: we are almost these monsters.

You’re shattered. You give me the keys and I drive
through the twilight zone, past the famous station
to your house, to numb ourselves with alcohol.

Inside, we feel the terror of the dusk begin.
Outside we watch the evening, failing again,
and we let it happen. We can say nothing.

Sometimes the sun spangles and we feel alive.
One thing we have to get, John, out of this life.

Simon Armitage (Huddersfield, 1963), da Poesie (Mondadori, 2001) 


Novembre

A piedi verso la casa di riposo dall’auto parcheggiata male
a tua nonna occorrono quattro brevi passi per due dei nostri.
L’abbiamo portata qui a morire e lo sappiamo.

Controlli asciugamani, sapone e i ninnoli di famiglia,
le tagli le unghie, le rimbocchi le coperte ruvide
e lei affonda nella sua incontinenza.

È ora John. Nei loro smorti sorrisi esangui,
nei loro seni cadenti, i cervelli frastornati, le loro calvizie
e anche in noi John: siamo quasi mostri come questi.

Sei a pezzi. Mi dai le chiavi e guido
attraverso il crepuscolo, oltre la famosa stazione
verso casa tua, per stordirci di alcol.

Dentro, avvertiamo il terrore dell’imbrunire che avanza.
Fuori, osserviamo la sera che cede di nuovo,
e lasciamo che accada. Non riusciamo ad aprire bocca.

Ci sono volte in cui il sole brilla e ci sentiamo vivi.
È una delle cosa che dobbiamo tirare fuori, John, da questa vita.

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Il mio pezzo forte

My party piece:
I strike, then from the moment when the matchstick
conjures up its light, to when the brightness moves
beyond its means, and dies, I say the story
of my life –

dates and places, torches I carried,
a cast of names and faces, those
who showed me love, or came close,
the changes I made, the lessons I learnt –

then somehow still find time to stall and blush
before I’m bitten by the flame, and burnt.

A warning, though, to anyone nursing
an ounce of sadness, anyone alone:
don’t try this on your own; it’s dangerous,
madness

Simon Armitage (Huddersfield, 1963), da Poesie (Mondadori, 2001)

Il mio pezzo forte:
l’accendo, poi, dal momento in cui il fiammifero
dichiara la luce, sino a quando la luminosità si muove
oltre i propri mezzi e muore, io racconto la storia della mia vita –

date e luoghi, le torce che ho portato,
diversi nomi e volti, chi
mi ha dato amore, chi ci è andato vicino,
i cambiamenti fatti, le lezioni che ho imparato –

poi trovo ancora il tempo di esitare e arrossire
prima di essere morso dalla fiamma, e bruciato.

Un consiglio, a chiunque culli in sé
un’oncia di tristezza, a chiunque sia solo:
non provate a farlo voi stessi; è pericolo,
follia.


White Christmas

For once it is a white Christmas,
so white the roads are impassable
and my wife is snowbound
in a town untroubled by tractor or snowplough.
In bed, awake, alone. She calls

and we pass on our presents by telephone.
Mine is a watch, the very one
I would have chosen. Here is a song,
the one with the line Here come the hills of time
and it sits in its sleeve,

unsung and unopened. But the dog downstairs
is worrying, gnawing, howling,
so I walk her through clean snow
along the tow-path to the boat-house at a steady pace,
then to my parents’ place

where my mother is Marie Curie, in the kitchen
discovering radium, and my father is Fred Flintstone,
lie and I’ll have your teeth for a necklace, boy,
your eyeballs for earrings,

your bullshit for breakfast,
and my two-year-old niece is the baby Jesus,
passing between us with the fruit of the earth
and the light of the world – Christingle – a blood orange
spiked with a burning candle.

We eat, but the dog begs at the table,
drinks from the toilet, sings in the cellar.
Only baby Jesus wanders with me down the stairs
with a shank of meat to see her, to feed her.
Later, when I stand to leave

my Father wants to shake me by the hand
but my arms are heavy, made of base metal,
and the dog wants to take me down the back lane, back
to an empty house again. A car goes by
with my sister inside

and to wave goodnight
she lifts the arm of the sleeping infant Christ,
but I turn my wrist to notice the time. There and then
I’m the man in the joke, the man in a world of friends
where all the clocks are stopped,

synchronising his own watch.


Simon Armitage
(Huddersfield, 1963), da Poesie (Mondadori, 2001)

Bianco Natale

E lo è, una volta tanto, un bianco Natale,
ma così bianco che le strade sono impraticabili,
e mia moglie è rimasta bloccata per la neve
in una città non toccata da trattori o spazzaneve.
A letto, sveglia, da sola. Mi chiama

e ci scambiamo i regali alò telefono.
Per me un orologio, proprio quello
che avrei scelto. Per lei una canzone,
quella che fa Here come the hills of time
resta quieta nella sua copertina

nessuno la canta, la scarta. Ma di sotto il cane
sbuffa, rosicchia, latra
e allora lo porto fuori sulla neve limpida
lungo il sentiero del canale sino alla rimessa delle barche
il passo regolare siamo dai miei

c’è mia madre, Marie Curie che in cucina
sta scoprendo il radio, c’è mio padre, Fred Flintstone
e un’ospite che emerge dal passato sul volto un’espressione
che dice, menti, ragazzo, e mi faccio una collana con i tuoi denti,
gli orecchini con le palle degli occhi,

e colazione con le stronzate che dici,
poi la mia nipotina di due anni, è Gesù bambino,
passa tra noi con il frutto della terra
e la luce del mondo – Christingle – un’arancia rossa
infilzata con una candela accesa.

Mangiamo ma il cane questua alla tavola
beve dal cesso, canta in cantina.
Solo Gesù bambino mi accompagna di sotto
con un osso per vederlo, nutrirlo.
Più tardi, quando sono sul punto di andare via

mio padre mi vuole dare una stretta di mano
ma ho le braccia pesanti, fatte di vile metallo,
e il cane mi vuole trascinare lungo  la strada buia,
di nuovo verso una casa vuota. Passa un’auto
con dentro mia sorella

e per augurarmi la buona notte
solleva un braccio del Cristo in fasce che dorme,
ma io giro il polso per vedere l’ora. Lì per lì
sono il tizio della barzelletta, il tizio che in un mondo di amici
con tutti gli orologi fermi,

sta sincronizzando il suo.