Stenditi a terra – Sestina di Crimea

tutto ciò che si sapeva
rimarrà come eredità

 

…come spesso gli uomini singolarmente intelligenti, aveva un numero limitato di idee,
un numero limitato di supposizioni, per ogni singolo soldato steso a terra:
rifare il campo di battaglia, se non si può proprio tutta la guerra, girare
al largo da queste vere carogne repellenti, ricreare da vicino se non il morbo
del vero, il vaccino del veritiero: fare la carogna per intero, in sostanza,
dare la notizia non della mattanza, ma della “bellavista”:
vedi che il braccio non sia fuori retta con la testa rotta, assesta
il colpo definitivo al cavallo centrale, centra la vera carne
malata, prima che infetta: una degenerazione veramente battagliera
di una schiera di inermi frantumati, a sfondo perduto, una quinta di fondamento
per una storia fotografica del genere umano davvero alla mano:
quella che raccolto ora, sanguigna, dal bordo della scena

 

[Su come nell’Ottocento si ricreavano a posteriori i campi di battaglia per fotografarli]

 

Giovanna Frene (Asolo, 1968), da Tecnica di sopravvivenza per l’Occidente che affonda (Edizioni Arcipelago Itaca, 2015)

Annunci

Quella cosa di sabbia ritorna sabbia

Quella cosa di sabbia ritorna sabbia
se scrivendo non si è detto ciò che si è pensato
ma solo il modo in cui si è pensato di scriverlo
se tutto ciò che è detto non ricompare indetto
non è stupefacente la velocità con cui la mente
s’immedesima ineternamente nel male.

Giovanna Frene (Asolo, 1968), da Sette sezioni auree in Datità (Manni, 2001)


La grande giustificazione

dopo che è avvenuto: il sepolcro che parla per interposta persona con “egli” come
referente e soggetto, è vuoto, che è vuoto dopo che è avvenuto
non si sa che dopo, come “per natura” definisce il non-casuale, umano,
e deciso, prima, che è avvenuto neppure

è certo: certo è solo non il detto, ma il sentito dire, non il fatto,
ma il fatto fare, o il subìto senza testa, l’agito, tutte le forme del passivo
in sequenza non fanno un attimo, ma di nuovo un vuoto, la soglia dell’attesa, l’ora
perpetua della fine, che avverrà

il “come” sta al gioco come: si diventa nazisti par un long, immense et raisonné dérèglement ecc. ecc.

sempre sparse le sue idee, e universali, mai di fatto natura
prima

Giovanna Frene (Asolo, 1968), da Il noto, il nuovo (Transeuropa 2011)

Giovanna Frene consiglia Marco Giovenale

Le feritoie (duomo, Alba) loro
segnano: mattina.
Agli stalli (al coro) sono
gli intarsi arancio
e di piazze vuote e di fontane; rive e frutta
sono altre
meridiane – mute. Donne
dominate dai
grani che falciano
loro

 

 
Marco Giovenale (Roma, 1969), da Delvaux (Oèdipus 2013)

All’interno della raccolta Delvaux – pubblicata da Marco Giovenale sapendo di avere la testa già fuori del Novecento, e dunque intenzionalmente “come in una data forma” novecentesca, quella stilisticamente propria del poeta – spiccano una serie di poesie incentrate sull’emblema, rappresentazione che di per sé reduplica quello che è la caratteristica maggiore del poeta: la descrizione. La modalità assertiva di questo testo, che appartiene più alla percezione che non all’espressione di ciò che si vede (ne siano esempio per tutto il testo i versi 1-2, che in una successione di giustapposizioni indicano luogo, edificio, parti dell’edificio – queste ultime non a caso reduplicate nel pronome “loro” –, ora del giorno – anche qui reduplicata come meridiana e come cronologia), si arricchisce appunto della valenza dell’emblematicità: il corpo della cattedrale è esso stesso oggetto ed emblema, ossia viene descritto e contiene descrizioni, come gli intarsi del coro rappresentanti piazze e fontane di un altro tempo ormai muto, o come le figurine delle donne oranti, al suo interno, dominate in circolo da ciò che esse stesse scongiurano (la morte), ma allo stesso tempo statici emblemi di antichi lavori nelle vetrate medievali. (Giovanna Frene)