Il padre chiama tutta notte.
La madre scaglia l’apparecchio
(non ce la fa più
a sentirlo) sul letto.
Lo riaccosta all’orecchio (ché è ancora là),
per sentirsi ripetere
che lui non è mai venuto meno
– lo riconosca, quello
almeno – alle sue responsabilità.

L’albergo dove dorme non ha gli scuri:
ogni volta che squilla di nuovo il telefono
riapre gli occhi e nell’albume di luce si vede i piedi, le gambe magre.
Potrebbe spegnere, invece aspetta, risponde, si lascia invadere.
Per punizione.

La bimba piange, con il padre.

Il padre aspetta che la bambina si riaddormenti
e chiama ancora (è mattina
ormai) la prega: “Puttana… crepa… non andare”.

La bimba ride, con la madre, nel sogno.
Ride fino a farsi venire la febbre.

La madre, disperata, scrive mio
all’uomo che nel giorno dopo,
nella vita dopo, la attende.
Lui risponde subito sì.

La bimba chiede (è andata via
la febbre) se è sabato, al padre che oggi non va al lavoro.

Che cosa sarebbero
queste quattro persone sole
(la bimba sola, come si è soli
a tre anni, senza neppure se stessi)
che cosa farebbero senza l’amore?

Gian Mario Villalta (Visinale di Pasiano, 1959), da Vedere al buio (Lietocolle-Pordenonelegge,2016)

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L’estate non si fa annunciare

L’estate non si fa annunciare,
se è estate vera, non ha false partenze
come la primavera, o l’autunno
che è quasi tutto annuncio.
L’estate viene in un solo giorno.
Un temporale, la polvere, l’asfalto.
È il fresco delle due di notte
quando pensi che l’estate sta passando.

 

Gian Mario Villalta (Visinale, 1959), inedito


Di questa sola immensità degli occhi

Di questa sola immensità degli occhi
non ho potuto dire: mi portava
come un’acqua grande quando cade.
Di questa me stesso che fuori accade,
molto lontano dai nervi
e dalle dita, non ho saputo parlare.

Gian Mario Villalta (Visinale, 1959), Vanità della mente (Mondadori, 2011)

Sono venuto qui a guardare gli alberi / la poesia alle elementari

Sono venuto qui a guardare gli alberi
anche se è buio. Vedo come si incurva
la terra e posso raggiungerla
dove l’erba falciata sbianca.
Sono i miei pensieri più antichi
i rami nel buio, la terra guardata.

 

Gian Mario Villalta (Visinale di Pasiano, 1959),  da Vanità della mente (Mondadori, 2011)


Gli occhi, le mani

Gli occhi, certo, di più di tutto
quando offrono e prendono sguardo,
quando del loro colore ti vestono.
Di tutti i sensi il vedere ha più festa.

Ma hanno le mani riconoscenza
per quello che immensamente
vorrebbero prendere e sempre
perdono in ogni carezza.

Gian Mario Villalta (Pordenone, 1959) da Vedere al buio (Luca Sossella Editore, 2007)


Coniglietto

Poi veniva il lavoro fino: l’incisione tra la polpa e la pelle. Se era perfetta, scuoiarlo era come sfilare un calzino.
Che eri bravo si capiva dalle giunture pulite, senza intaccare i tendini.
All’inizio, però, togliendolo dalla gabbia, non dovevi guardarlo – solo afferrarlo bene, calare il fendente a mano nuda
dietro le orecchie.
Non era tanto il fremito, dopo il colpo, quando entrava nella morte con una scossa che risaliva il braccio fino alla spalla.
Era l’attimo prima quando la potenza degli arti si umiliava, quel cedere, la testa rilassata, come se già sapesse.
Gian Mario Villalta (Visinale, 1959), da La vanità della mente (Mondadori, 2011)