In pensiero di casa

Unica anche la tua –
chiede – anche la tua –
sofferenza unicamente
perché.
E non si accontenta
di risposte. Deve assestarsi
come osso,
callo calcareo che asseconda
la lenta ripresa del movimento
nella frattura, un dolore che passa
dentro un dolore diverso, diversa postura,
menomazione più lieve e duratura.
Gian Mario Villalta (Visinale, 1959), Vanità della mente (Mondadori, 2011)


Si diceva che una festa era stare così

Si diceva che una festa era stare così, 
con le braccia vicine, tutto il mangiare nei piatti, 
il buio degli alberi, l’estate piena dei suoi rumori. 
“Possiamo farlo ogni volta…”: 
Dalle parole sapore e parole dai sapori. 
Le nuove serate insieme a tavola, 
i progetti, le date… ci apparivamo migliori, 
gli amici e noi, per prova 
nel ricordo del dopo…una prossima volta 
in questa prima accadeva, pensata, e pareva ripetersi 
come non sarebbe più stata.

 

Gian Mario Villalta (Visinale, 1959), da Nel buio degli alberi (Circolo Culturale di Meduno, 2001)


Tutta la strada per arrivare a questa finestra qui

Tutta la strada per arrivare a questa finestra qui,
di sera, quando è già buio per vedere:
quelle notti insonni, le decisioni, solo per scendere
tra mezz’ora, stare seduti e sorridere ai commensali,
ognuno che racconta l’alba o il pomeriggio o la notte
quando è partito, troppo presto, troppo tardi, come tutti.

Gian Mario Villalta (Visinale di Pasiano, 1959), da Vanità della mente (Mondadori, 2011)

– consigliato da Sabatina Napolitano


Lo sfondo è un cortile, un edificio chiaro

Lo sfondo è un cortile, un edificio chiaro,
platani, altre sagome soffici
come è del resto poco nitido tutto.

A chi assomiglia? Al padre, alla figlia
nata quarant’anni dopo,
a un trisavolo mai conosciuto, come dicono?

Chi è questo bambino, quando
ci siamo persi, io e lui?
Non lo conosco. So che è me
perché è nella foto
vista più volte , ripassando
il passato, soprattutto nei giorni subito dopo
qualcuno che è morto.

Si perde, l’origine. E condividere
la perdita, farne memoria
famigliare, passato per ogni uno suddiviso
e frainteso negli altri, è un dovere
e una necessità.

Ma chi sono diventati, i dispersi, o quando
ci aspettano avanti, tutti i noi stessi
che ci hanno persi?
Gian Mario Villalta (Visinale di Pasiano, 1959), da Telepatia (Lietocolle, 2016)


Se ci pensi è un film

Se ci pensi è un film      visto da dietro il telone
con gli spettatori dentro le cose che guardano
mentre accadono – a loro: sono anche gli attori –
e fino alla fine nessuno muore
in nessun tempo che non sia vero e di tutti.

Perché fa male come una colpa non odiare nessuno
quando pensi a chi ha macchiato di sangue l’erba,
il cielo, le pagine – quel segno
nero che c’è in ogni immagine?

Gian Mario Villalta (Pordenone, 1959), inedito

 


Chiazze di luce sbalzano su lame d’acqua

Chiazze di luce sbalzano su lame d’acqua
tra sghembi di fabbriche e branchi di case in fuga
nel bianco e rosa degli alberi da frutto:
lasciamo il Piemonte a 286 chilometri all’ora
– ostenta il display del vagone –
in un’allegria grigia che sfuma: “A questa
velocità è sopportabile”, dico al signore vestito di scuro
che non ho visto salire,
silenzioso sul treno unico viaggiatore
nella postalba domenicale.
Il mio sguardo insiste sul suo tacere,
finché lo riconosco, quando, quasi distratto: “A questa
velocità, sarebbe forse stata sopportabile
anche per me”, risponde, dopo molti minuti,
Cesare Pavese, e non intende, come io, la vista
sulla campagna informe,
ma – a questa velocità! – la vita.

Gian Mario Villalta (Visinale di Pasiano, 1959), da Telepatia (Lietocolle, 2016)


Non basta mai il buio quando la diga del giorno

Non basta mai il buio quando la diga del giorno
tracima oltre l’unica mezzanotte quando i minuti collassano
e nessuno diventa pensieri nelle immagini dove non puoi
scomparire allo sguardo che ti stana nel cieco del sangue
nei millenni delle stagioni.

Gian Mario Villalta (Pordenone, 1959), inedito