La rosa che non vuoi ricevere

La rosa che non vuoi ricevere
quella che non puoi offrire
cresce nella sua gloria senza nome,
sopra scarpate o ghiacci
nel silenzio, ma cresce solitaria
fuori dal tempo, fuori dallo spazio
visibili; sta lì a ricordare la cosa
che hai visto una volta, sta lì
a ricordare la rosa.

Fabio Pusterla (Mendrisio, 1957) da Argéman (Marcos y Marcos, 2014)


Isla persa / antologia, Fabio Pusterla

Crepacci la circondano, le smorfie
raggelate del ghiaccio che si sgretola. Dall’alto
franano sordi blocchi di granito.
E se un camoscio, o uno stambecco troppo audace,
si avventurasse sui costoni e con uno scarto
nervoso scivolasse sulle pietraie in un gorgo di luce,
qui sarebbe inghiottito e nessuno lo saprebbe mai.

 

Fabio Pusterla (Mendrisio, 1957), da Pietra sangue (Marcos y Marcos, 1999)

 

Le cose riflettono la volontà dell’autore di aderire alla superficie del reale (dal punto di vista stilistico ciò è evidente nelle descrizioni, nelle enumerazioni, nella tendenza alla nominazione (Questo è un fiume) o presentativa (C’è il silenzio)). Lo sguardo è una componente essenziale dei suoi versi, ma per ottenere un effetto opposto a quello del soggettivismo: ci osservano / le cose, il loro immobile / resistere a quel vento. Il poeta vuole cioè far uscire la luce dalle cose attraverso le parole, di cui purtroppo è incrostata la storia umana. In questo egli deve lavorare come gli artigiani della Valle Intelvi, che usavano sette tipi di pietre per rifinire gli intonaci, l’ultima delle quali era l’ematite, la pietra sangue, per far uscire la luce dalla materia difettosa. Lo sguardo deve saper essere spoglio per rinunciare al possesso delle cose (v. Appunti di luce e sabbia) e l’io deve darsi da parte, mettersi in ascolto. 

Roberto Cescon


Quello che si può fare

Quello che si può fare
è preservare i luoghi inaccessibili. Costoni
impervi striati di ghiaccio,
rive non accostabili, gole.
Tracce di vita animale che ci sfugge.
Proteggere il silenzio con parole
minime, rispettose, memorabili.

Fabio Pusterla (Mendrisio, 1957) da Corpo stellare (Marcos y Marcos, 2010)


A Nina che ha paura

Gli scricchiolii notturni e quel silenzio
irreale: foglie, voci lontane, uno sciaquìo
forse di grossi pesci nel lago. Anche la luna
che passa ha la sua voce
lunare, di capra gialla. Ed è il tuo turno,
stavolta, di vegliare
su me, sul mio respiro
che ogni poco svanisce nel buio.
Ma non pensarci, se puoi,
non preoccupartene;
so troppo bene cos’è svegliarsi di notte,
tendere invano l’orecchio, maledire
il nulla che ti attornia,
un muro inerte.

Fabio Pusterla (Mendrisio, 1957) da Le terre emerse. Poesie scelte 1985-2008 (Einaudi, 2009)


Scuola per ricchi

Sono berline sportive e neri suv
che varcano gli alti cancelli e di là scaricano
i poveri  figli dei ricchi alla scuola privata.
Ne avrà cura tutoria dietro le reti e le insegne
la scuola fino a sera, e torneranno
al crepuscolo i genitori  e  la loro flottiglia
tenacemente giustificata lungo il giorno,
cromatura per cromatura, investimento
su investimento in assenza di impicci.
I figli, nelle pause,
corrono fuori a fumare nervosi a gridare qualcosa
o restano silenziosi contro un muro.
Non bisticciano quasi mai, non manifestano
pena o interessi particolari per gli effetti e le cause.

Si allenano a diventare come i padri come le madri.

Fabio Pusterla (Mendrisio, 1957), inedito

 


Chi è questo che fuma accanto a me

Chi è questo che fuma accanto a me
il suo mezzo toscano tra mezze parole
di convenienza, e sorride
nell’aria tremolante del mattino, dà
uno sguardo
ai tetti, alle donne che passano, alle
nuvole,
ripiega il suo giornale di rapina, alza
la testa
e si avvia con la moglie col fare di chi
ha vinto ancora, come sempre sa
di avere vinto, e vinto cosa poi?
Lui è lui, io forse io, nessuno è noi.

Fabio Pusteria, da Le terre emerse (Einaudi, 2009)