Ha conservato il suo colore rosa il fiore

Ha conservato il suo colore rosa il fiore
nel buio della notte.
Quando una lama lo tagliò non ci fu terrore,
non ci fu dolore, per il fiore
fu come un improvviso colpo di vento.

Cesare Viviani (Siena, 1947), da Credere all’invisibile (Einaudi, 2009)


Ci si perde le notti più belle respirando adagio

Ci si perde le notti più belle respirando adagio.
Si finisce col guardare il buio dentro le palpebre.

Stefano Raimondi (Milano, 1964), da Interni con finestre (La Vita Felice, 2009)


Ma davvero per uscire di prigione

Ma davvero per uscire di prigione
bisogna conoscere il legno della porta,
la lega delle sbarre, stabilire l’esatta
gradazione del colore? A diventare
cosí grandi esperti, si corre il rischio
che poi ci si affezioni. Se vuoi uscire
davvero di prigione, esci subito,
magari con la voce, diventa una canzone.

Patrizia Cavalli (Todi, 1947), da Poesie (Einaudi, 1992)


(Il veleno per l’ultima volta)

caduta la polvere

la consistenza degli alberi
questa volta è assoluta

io so che c’entra l’infanzia
in questa carenza

che le cose scolpisce

come fossero morte

Giorgio Manacorda (Roma, 1941), da Tracce (Guanda, 1977)


Forma-luce

Riconoscerti era la vera proiezione,
vedere te, non la forma che ti sfida,
le sue astrazioni, nel distinguere
che non ha corpo, farti quadro
e dire di averti salvata: l’intuito
questo era, ma vero, sincero, materia:
la fontana stinge riflessa da una luce
metallica, il suo calore silenzia
le ultime parole, si deposita sul fondo,
riceve le monete più o meno piccole,
il rame fluorescente – ma l’occhio
vede sempre più di quanto vorrebbe,
lui e le sue stratificazioni, la segue
lei che che è la vittima più pura, la preda
definitiva, mai doma
ora che si sono invertite le parti –
se cammino tocca pensare, tocca
percepire te che sei un fantasma, sei
la mia mente, o forse
no – la fontana era finta, era
un sogno, una proiezione dall’alto
a volte interrotta, c’era un errore,
un malfunzionamento: era un noi, un voi,
eravamo tanti e la luce resisteva,
non cessava: il semaforo
lampeggia arancio, è un’ipostasi
del presente, mi trascende e mi segue
fino agli ultimi passi prima
del cancello poi del portone: dietro
la luce si fa fioca, non ha forze,
è un neon esausto e incerto:
una macchina da presa lo cattura,
nasconde le forme, rende un passato.

È tornato dalla comunità e
disperde ciò che ha costruito, trova pace
nella contemplazione. Il market all’una di notte,
la radiazione della corrente, sottilissima, la serratura
che si ritrae e indietreggia, quasi anche lei
si opponesse, quasi avesse parola
sono gesti conosciuti.

Ho atteso qualche secondo prima
di aprire la porta, volevo che l’apertura
avesse un suo significato, una sua
solennità, fratellanza.

“Se spingo e qualcuno si oppone sto bene”

Pietro Cardelli (Borgo San Lorenzo, 1994), da Quattordicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos Y Marcos, 2019)


Accumulavi cifre, ordine, controlli

Accumulavi cifre, ordine, controlli
e invece accrescevi sempre di più
l’ignoto. Credevi di essere
in un luogo certo
e invece eri in un altro, sconosciuto.

Il costruito, il detto
è il passato,
appena è compiuto e detto
è stato.
Non c’era altro da fare
che affidarsi all’ampia discesa
e scendere, lasciarsi alle spalle le alture
e scendere,
scendere ancora più in basso,
in silenzio.

Cesare Viviani (Siena, 1947), da Credere all’invisibile (Einaudi, 2009)


Lo sgombero

Riscuotiti al suono fesso
del citofono. Nell’avello
cieco dell’androne, penetrane
l’eco, l’arcano degli oscuri
allacciamenti. Afferra
il saliscendi della porta,
inverti il giro all’ultima
mandata. Fatti viva.

Altro è dire forte
e chiaro senza voce
il nostro nome, nella nostra
casa vuota, occhio per occhio
a cominciare dal letto,
buca d’obice, voragine d’alte
mura, nell’attimo
finale dello sgombro.

Giovanni Turra (Mestre, 1973), da Con fatica dire fame (La Vita Felice, 2014)