I dintorni

Il parco fuoriporta mi fa triste
come un nemico vinto da curare.
Più in là, come il passato, il mare quasi
non esiste – ma strega la città
increspando tovaglie tra i parcheggi
travestito da vento, da ricordo.
Io resto a casa, mentre tu mi leggi
viaggiando per l’Europa: il solo accordo
rimasto nel mio mondo è sulla pagina,
il posto nuovo è quello che s’immagina
un cieco senza urtare negli ottusi
spigoli umani o nelle rotte dighe
di un senso dissipato in troppi rivoli –
e l’unica vacanza è tra le righe.

Matteo Marchesini (1979, Castelfranco Emilia), da Cronache senza storia (Elliot, 2016)

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– ci diciamo voce su voce –

– ci diciamo voce su voce –
una forza infinita in te,
una magia
meravigliosa.
E senza limite.

Domenico Arturo Ingenito (Vico Equense, 1982), da Per camminare rapidi sulle acque (Ladolfi, 2012)


Il giorno che s’avvera; da qualche parte nella mente

Il giorno che s’avvera; da qualche parte nella mente
l’erba, ogni singolo
mattone che all’alba prende
luce e presenza. Poi
la salita lungo i boschi, la spianata
la casa bassa e le poche finestre
i vetri e l’opaco, la porta che si apre e sei
cielo di sguardi dentro tutto questo
sogno innocente. Ma dopo la notte c’è
l’aria fredda e la scura
discesa nella metropolitana; dopo arriva
la catena regale degli abbracci
gli sputi la cenere da scacciare via
a viva forza. E lei è lì; prega
storta e disancorata. Sempre lei
balla cade offende, fa di tutto perché mai tu
l’ameresti così come ora l’ami
tua e di tutti, questa
vita reale più ricca e sgualcita
dal niente che non l’abbandona.

Tommaso Di Dio (Milano, 1982), da Tua e di tutti (Lieto Colle – Pordenonelegge, 2014)


Il mio dizionario era minimo,
la prosa impraticabile.
Ma ho visto nelle parole
ansie di protagonismo che vengono
da lontano, non so da dove.
A volte  penso: stanno
qui, ma come dopo una caduta.
E siamo noi il loro abisso.
Noi autori di opere, intendo.
Chissà cos’erano, prima.

Un surplus d’universo, nemmeno
il più dolente: questo
è stato il mio primo Canzoniere, in fondo.

Mario Santagostini (Milano, 1951), da Felicità senza soggetto (Mondadori, 2014)

 


Na léngua ch’l’an cress ménga, ch’l’as scunsóma

Na  léngua ch’l’ an cress ménga, ch’l’as scunsóma
in el cuseini vedvi, ai let di vec,
bouna a ciamer soul quell ch’l’è dre ch’al sfóma
dre da la lus, deinter l’arseint di spec
in dóve premaveira l’an profóma,
premaveira spieteda con i vec
e al sô baioch ed léngua ch’an cress ménga,
ch’as scunsóma da lonedè a la dmenga.

Una lingua che non cresce mica, che si consuma
nelle cucine vedove, ai letti dei vecchi,
buona a nominare solo ciò che sta sfumando
dietro la luce, nell’argento degli specchi
dove primavera non profuma,
primavera spietata con i vecchi
e il loro baiocco di lingua che non cresce mica,
che si consuma da lunedì a domenica.

Emilio Rentocchini (Sassuolo, 1949), da Lingua madre (Incontri, 2016)


«Ti amo.» «Ho bisogno di un amico.»

«Ti amo.» «Ho bisogno di un amico.»
«Che bella giornata.» «Fumo e non rido.»
«Ti chiamo.» «Il mio pensiero non piace.»
«Sono una donna.» «Bronzi di Riace.»
«Il mare ti assomiglia.» «Sì, ma giura.»
«Terra di nessuno.» «Moda futura.»
«È digitale, guarda!» «Ho mal di testa.»
«Apro la finestra.» «È questa la cesta.»
«Sono malato.» «Mi piace sognarlo.»
«Questo è mio figlio.» «Di questo non parlo.»
«Olio sale pepe.» «È una radura.»
«È morto.» «Vivere tra queste mura.»
Ogni momento è un disallineato
Tempo con l’altro mai ancora nato.

Jacopo Ricciardi (Roma, 1976), da Sonetti Reali (Iride, 2016)


Non puoi immaginare, amico mio, quante cose

Non puoi immaginare, amico mio, quante cose
restano nascoste in una fine, non puoi
capire il pietrame triturato
che diventa la tua vita
eppure era bella, lo ricordo, era quella
che il vigore cosmico chiedeva, una giovinezza di frutteti,
l’arte suprema che mia madre augurava.

Milo De Angelis (Milano, 1951), da Incontri e agguati (Mondadori, 2015)