Guardavo l’officina

Guardavo l’officina
dismessa, i tetti di lamiera,
il vespaio alla parete,
depositi di latta, nafta sui canali.
Pensavo ai momenti
più scuri della materia: non
sono mai abbastanza.
In qualche verità
nemmeno esiste, quella materia.
In altre, è solo afa. O meno che afa,
e paradiso è un verbo,
alla prima persona.
Come, forse, universo.

Mario Santagostini (Milano, 1951), da Versi del malanimo (Mondadori, 2007)

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Gli acquari portatili

All’alba ritiravo i pesci all’aeroporto,
lenti, nei loro acquari portatili:
pesci e crostacei d’appartamento,
alloggiati in buste di plastica
robusta, ordini consueti
per il negozio, consegne
da registrare prima dell’apertura.

Sul furgoncino Blumenthal & Co.
ascoltavo Radio Mambi, sorseggiando
con cautela caffè take-away
da involucri ustionanti.
Non c’è teodicea nell’alba traslunata
di Miami, ma solo l’irriverente occhiolino
dell’ultimo nightclub, fermoposta della bianca.

Un amico portoricano, di tanto in tanto,
m’assoldava come spalla, sebbene
non avessi mai sparato in vita:
altre buste traslucide, ancora plastica,
gonfia, cellofan celesti,
sfrigolii, cruscotti profondi
e caffè e sigarette e tempo.

Così conobbi la speaker,
sul lungomare, aspettando
un cliente. Il whisky
si deglutisce meglio
como agüita, diceva – se lo coadiuvi
idraulicamente con polvere
andina – toma, huevòn.

La seconda volta, non fu più così facile,
dovetti convincerla: non c’è altra sistemazione
possibile, mia cara, per le mani
dell’inquieto se non nel rovente,
perché l’ansia è fredda
come metallo grezzo e duole
per la rigidezza dell’informe.

Lascia allora le mie mani, ti prego,
scendere nelle tue giunture,
un gioco di tre dita, tre dita bastano,
te lo prometto, inumidite
del tuo, brinate
del tuo mattino tiepido, culla, colla
torbida del concepimento.

Federico Italiano (Novara, 1976), da L’invasione dei granchi giganti (Marietti, 2010)


Non vi sarà parola, nome, data

Non vi sarà parola, nome, data
vita che non sarà scontata –
tutto è scritto, per sempre, su questo
referto senza verità –
polvere nelle vene
vento nelle mani
anni di nessuno – un’ora
insanguinata
che ci conosce e chiama,
dentro noi,
cancellando il tempo.

Attraverseremo
ancora una volta vivi questo sparo,
questo sangue imprigionato
nel nodo di un’arteria
nel soffio divorato di un respiro,
ce ne andremo soli, controluce,
nel luogo disabitato
nel nudo feroce –
un silenzio
precedente
che ci appartiene.

Alessandro Bellasio (Milano, 1986), da Nel tempo e nell’urto (LietoColle – Pordenonelegge, 2017)


Два шага до безумия

Два шага до безумия,
Где когти скрипнут нежные,
Где катятся беззубые
Колеса солнц отверженных,

Где запирают в комнатах
И думают, что спрятали,
Где все черты знакомые
Скрывают маски ряженых.

Меня казнят без следствия.
И злые не спасут меня
И сохранят последние
Два шага до безумия.

Два шага до безумия,
Где призраки повешенных,
Где катятся беззубые
Колеса солнц отверженных.

А глазки Наблюдателя
Приклеены в расщелину
Стены. Молчи, пока тебя
Не сдали в обращение.

Сиди. Вонзись в сиденье.
Прорви собой бесшумное.
А от ночного бдения
Два шага до безумия.

Ночное недержание.
Отчетности. Протечности.
Мы выспимся на ржавеньком
Шкафу у бесконечности.

Мы повисим, усталые.
И ты расправишь плечики,
И улыбнешься: «Мало ли,
Зачем нас здесь повесили…»

Alina Vituchnovskaja (Mosca, 1975), da La nuovissima poesia russa (Einaudi, 2005)

Due passi alla pazzia

Due passi alla pazzia,
Dove gli artigli scricchiolano teneri,
Dove rotolano con ruote senza denti
Gli astri dei reietti,

Dove ti chiudono a chiave nelle stanze
E pensano di occultare,
Dove tutti i tratti familiari
Nascondono maschere di mascherati.

Mi puniscono senza processo.
E i malvagi non mi potranno salvare.
E manterranno gli ultimi
Due passi alla pazzia.

Due passi alla pazzia,
Dove sono i fantasmi degli impiccati,
Dove rotolano con ruote senza denti
Gli astri dei reietti.

E se gli occhi dell’Osservatore
Sono incollati all’anfratto
Della parete. Taci, altrimenti
Ti fanno un bel trattamento.

Siedi. Conficcati nella sedia
Squarcia di te il silenzio.
Dalla veglia notturna
Due passi alla pazzia.

Incontinenza notturna.
Rendiconti. Sgocciolii.
Dormiremo bene nell’armadio
Arrugginito dell’infinito.

Stiamo appesi un po’, stanchi.
Tu raddrizzi le spallucce
E sorridi: «Che importa sapere
Il perché ci hanno appeso qui…»


Resterà

Resterà
sulla schiena
il bagliore del sale, il graffio
                                               un vento
la fibra
morsa dal contatto, la furia
l’attrito
un filo
arso di pensiero il
rebbio ossidato
di questa veglia
il maglio
l’ulna lapidata l’alta
rupe
che a ciascuno fu il suo esistere

Alessandro Bellasio (Milano, 1986)da Nel tempo e nell’urto (LietoColle – Pordenonelegge, 2017)


sto zitto e penso

a chi improvvisamente cade e si rompe
a chi serve un dio per paura di spaccare sé stesso conoscendosi
a chi come me apre la catena
e mette     non per cristo ma per etica
la sua vita alla mano
di quelli che gli altri definiscono ultimi

Anna Maria Farabbi (Perugia, 1959), da La casa degli scemi (LietoColle – Pordenonelegge, 2017)


Come posso farti sapere che ti sento

Come posso farti sapere che ti sento
sapendoti materia che non sente?
Questo corpo non mente: ritrovo in te
una parte di me che mi sorprende.

Kabir Yusuf Abukar (Modena, 1993), da Reflex (LietoColle – Pordenonelegge)