Mandami le ossa, mandami il cranio senza gli occhi

Mandami le ossa, mandami il cranio senza gli occhi,
la mascella aperta, spalancata, fissa nei denti,
e i calzini sotto la tuta, eri rigido, eri rigido, eri una cosa
come un’altra, senza la forma che hanno i tavoli,
morso dallo stento del vivere, una cosa inservibile,
indecisa, un terriccio che non si nota, un pezzo di asfalto
di una strada anonima, eri tu, quella cosa, eri tu,
quella cosa, eri uno che è morto. Così fragile il tuo sorriso,
lo sguardo blu e gli zigomi, il metro e settantacinque
portato come un uomo che piace, che vive per sempre,
per sempre dentro una vita che per poter essere
vissuta deve sembrare una vita per sempre, mentre eri
della carne, quello che io sono uno per sempre ancora.

Mario Benedetti (Udine, 1955), da Tutte le poesie (Garzanti, 2017)


Prologo

Tu mi chiedi cose strane, figlio.
Cose difficili da spiegare:
come fece il primo uomo a sapere che aveva fame, e sete?
E chiedi se sia lecito pensare che aver quella contezza
sia costato vittime innocenti.
E chiedi quale adulto avesse capito per poter insegnare,
e, se solo, a chi insegnasse?
Tu chiedi chi fu il primo dei primi.
E io non so rispondere.
Posso solo tentare di raccontarti che i millenni
e i millenni di millenni son stati attimi.
E crescerai senza percepire la brevità della tua
permanenza.

Per questo fai queste domande,
immaginando che all’uomo bastasse guardarsi intorno
vedere le bestie che spalancavano le fauci e ingoiavano
quanto con i denti, con le zanne, depezzavano.
Pensi che per questo capí come cibarsi.
Dici che capí la morte e la vita insieme.

Parti da te figlio, da quello che sei…

Marcello Fois (Nuoro, 1960), da L’infinito non finire (Einaudi, 2018)


Nel tuo petto c’è una piccola faglia

Nel tuo petto c’è una piccola faglia. Quando lo stringo o vi poso la testa c’è questo soffio d’aria. Ha l’umidità dei boschi e l’odore della terra. Le montagne vicine con i loro torrenti gelati. Da quando l’ho sentito non posso fare a meno di riconoscerlo. Anche quando, uno dopo l’altro, nella tua voce passano uccelli d’alta quota, segnando una rotta nel cielo limpido.
La faglia è in te, si allarga. Un soffio di freddo ti attraversa le costole e ti sta scomponendo. Non hai più un orecchio. Il tuo collo è svanito. Tra una spalla e l’altra si apre un buio popolato di fremiti, di richiami da ramo a ramo, su un pendio scosceso a dirotto, non attraversato da passi umani.

Franca Mancinelli (Fano, 1981), da Libretto di transito (Amos Edizioni, 2018)


Riflessioni sul fallimento

I

Erano le notti che si automobilava
senza (naturalmente!) meta, parlando
di Artaud, di Stanislawskij, di Jerzy
Grotowski, della Comuna Baires, poi miseramente
finita in delirante nulla; di sesso e psicanalisi, certo,
di politica. Si pensava a uno spettacolo
sul terrorismo tedesco, sull’alienazione svizzera;
si girava in macchina di notte. Io imparavo a guidare.

II

Sia chiaro subito a tutti: quei sogni
rimasti lì (la sala buia, i ritagli
di tendoni alle pareti, per l’atmosfera,
la balaustra cadente, i tavolini del vecchio
sanatorio, il fallimento
totale), inespressi, pure larve, i monologhi,
la girandola di attori pezzenti e tutto ciò
che è sepolto
(a meno che anche tu, gettato
in avanti, in fuori, teso in movimenti,
a brandelli, in goffe danze), e i volti
eccetera, quei sogni lì dico
o si hanno oppure no.

III

E questa, vedi, è la scrittura
della rabbia inespressa, covata in sentina.
La scolpirei su pietre dure,
irosamente (ricordo un’iscrizione
pompeiana: quisquis ama valia, peria
qui nosci amare, bis tanti
peria quisquis amare vota).

Fabio Pusterla (Mendrisio, 1957), da Concessione all’ inverno (Casagrande, 1985)

-consigliato da Marco Malvestio


La ricompensa dell’armadio

Appare una perfetta ricompensa
il lavoro speso assieme:
un intero pomeriggio con mio padre
a montare l’armadio grande,
quello della stanza del sonno.

Appare una perfetta ricompensa
la gioia di puntellare assieme
i chiodi come idee,
di martellare forte a fissare i concetti;
dentro l’armadio ci appenderemo i ricordi,
vestiremo a festa
durante le lunghissime memorie familiari.

Intanto appare una perfetta ricompensa
aver imparato come far scorrere le ante:
vanno fissate salde come l’amore,
larghe abbastanza per respirare,
ma prima a cercare le viti
perché si avvita – a vita
come a cercare ognuno il proprio corridoio
penetrando i trucioli del tempo.
L’armadio è pronto,
va sollevato, messo in piedi:
ci vuole forza,
non basta un padre
né un figlio,
va alzato insieme
quasi accarezzandolo.

Simone Di Biasio (Fondi, 1988), da Assenti ingiustificati (Edilet, 2013)

-consigliato da Claudio Damiani


Se ci pensi è un film

Se ci pensi è un film      visto da dietro il telone
con gli spettatori dentro le cose che guardano
mentre accadono – a loro: sono anche gli attori –
e fino alla fine nessuno muore
in nessun tempo che non sia vero e di tutti.

Perché fa male come una colpa non odiare nessuno
quando pensi a chi ha macchiato di sangue l’erba,
il cielo, le pagine – quel segno
nero che c’è in ogni immagine?

Gian Mario Villalta (Pordenone, 1959), inedito

 


Al parchetto dell’autostazione

Tutto è bello,
mi dici entrando al parchetto
dell’autostazione,
mio dolce uccelletto, anche se
il dromedario di legno è scassato, lo scivolo
è arrugginito, il percorso ondulato d’assito
in più punti è sdentato, l’intero settore
che doveva essere musicale
con l’altalena sonora, il simil-pianoforte d’acciaio a pedale,
è guasto, non funziona più niente, i vandali
si sono portati via le manovelle che azionavano
l’organo pneumatico al centro del piazzale, qualcuno
ha otturato col chewing-gum
la trombetta sospesa, a soffiarci
ora emette uno strido lamentoso, nasale –
ci veniamo
al mattino, anche se non c’è mai nessuno,
in altre ore pare sia meglio
stare alla larga: zona di spaccio, si dice
e si vede a un tratto da certi
movimenti loschi, bruschi assembramenti e scatti, scambi, sotterfugi
dalla parte delle altalene: del resto anche di buonora
all’incrocio vicino, stretta in tubino, s’è vista
sostare in assetto professionale più di una “signorina” –
ma ci veniamo
volentieri, anche solo per una mezzoretta – ogni strumento
benché rovinato, ogni gioco
benché rotto o proprio perché
rovinato, perché rotto, ogni panchina
imbrattata apre ad usi impensati, scaturigini
ignorate del senso – e ti basta
per centuplicare palmo a palmo la negletta porzione
che il mondo, la città dichiara di serbare
ai suoi cuccioli, ai suoi puri futuri:
che si arrangino – completo in silenzio

Paolo Donini (Modena, 1962), inedito

-consigliato da Emilio Rentocchini