Costruire la fonte per disperazione

Costruire la fonte per disperazione
e dal disastro dell’arnia oro e miele.

*

Questo marmo freddo della cucina,
le carni crude ancora accartocciate.

Ci muoviamo tra le sedie, il tavolo,
con la precisione di angeli muti
che per la prima volta abbiamo visto
il proprio viso e il proprio corpo vivo.

Seduti, pensiamo alla fame sorda
degli animali in fuga, impauriti
dal fuoco spento di qualche dolcezza.

*

Quello che vedi scava negli occhi
doveri di fondamenta e cantieri.

Pianta chiodi fissi sull’asse, legno
Cavo di tarli, passi consumati…
La posizione è questa
mentre i cancelli si aprono lenti
sull’erba lenta dei campi a maggese.

*

Scritture fredde dell’inquisitore:
cespi d’erba strappati alle porte,
intonaci caduti come braci.
Pulisce dalla cenere gli occhiali,
le lenti spesse crepate su un lato.
Una genia di topi scivola
dall’avena al grano, dorme tra muri
incarboniti. Sogna il sereno.

*

Sale fredda dai polsi, come scheggia
d’ossa dissepolte dall’erba fresca.
Dove dormono dalie e lavanda
il libro mostra corsie, padiglioni
d’ospedale, acido fenico. Dice
l’incurabile, a mezzo sonno, muto:
calcinate queste tracce, accerchiatele
di laterizi, ferri di sostegno,
stagno – e muratene la luce fioca:
rinverranno l’umido di una porta
cancellata dalle planimetrie…

*

Mi vedi vivo così,
come il cane con in bocca la fine,
senza rimorsi; e dietro alle siepi
le labbra schiuse dei morti: cocci
sparsi sotto la crosta dei campi.

*

Lo sporco degli smarriti, il fieno
pestato e ammorbidito dai corpi.
Essere fieri del cibo, del pane.
Le novene in una lingua di rovi
con i merli a beccare la polvere.
Dietro la rimessa, dove mio padre
riparava i travi, tra l’erba alta,
la precisione fredda dei chiodi.

*

Torneremo sui cumuli muti
a farci calce. Qui, sotto all’edera,
ci sono le pietre bianche
prelevate dal muro per aprire
una porta alla casa nuova dove
sei morto: c’è tanta luce,
e un’aria fresca, immobile. Ho preso
sulle spalle le incombenze, i silenzi,
la voglia di dormire, il mutuo. Ora
lavoro ogni giorno, vengo da solo
a mettere una mano sopra i sassi
mentre mancano le parole giuste.

Sento i nervi e i denti tirarsi piano
nella loro posizione, rientrare
negli alvei come un ordine,
una correzione.

Andrea Ponso (Noventa Vicentina, 1975), da I ferri del mestiere (Mondadori, 2011)

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Amico mio

Amico mio
osserva questo ridere. Sono i colli
dentro una luce di luglio; oppure
sono i denti
che di scatto scivolano in immagine
e restano vicino alla corteccia
come aggrappato muschio e coagulo
sangue di un’ombra. È una materia chiara
liquida; come vista da una vitrea
superficie e attraversata
da una nuvola priva d’affanno
e di dolore. Ritrovalo.
Perso, sperduto dove sia
maledetto e ansante. Ama
questo ridere
amico mio.

Tommaso Di Dio (Milano, 1982), inedito


Album di tutti

Se dormo solo
scorrono le moltitudini,
e io vorrei essere il bordo bianco

dei ritratti
che dentro gli album vivono assopiti
nell’illusione della propria forma.

Luigi Trucillo (Napoli, 1955), da Altre amorose (Quodlibet, 2017)

-consigliato da Franca Macinelli


L’urlo della Sibilla

4 luglio 2015

Manca poco, per l’attimo preciso:
ancora qualche altro grado di sole,
di modo che si accorci l’ombra sul prato
e si arrotondino il naso
e le labbra, poi spalancherò la mia bocca
invisibile, ingoierò lo spazio e urlerò
con il fiato del vento quanto sto per dirvi
e che da secoli tenevo dentro.
Dunque eccolo, il minuto:
fate che le parole vi risuonino
nitide nella mente.

(Adesso che l’ho detto lo sapete.
Adesso che l’ho detto non potete
più fingere: addio, torno nel niente).

Massimo Gezzi (Fermo, 1976), inedito


Si può scavare nella scena del giorno

Si può scavare nella scena del giorno
come l’occhio nel verde
basta un maestro piccolo, una guida
alla volta, uno che è linea di montagna
ramo di salice, lavanda, fatti così
perché lo spazio insegna a conquistare
il cielo dietro e più lontano
è libera pazzia che cerca ancora
e scava in fondo a sé, finché mi avvista.

Silvia Bre (Bergamo, 1953), da La fine di quest’arte (Einaudi, Torino 2015)

-consigliato da Stefano Dal Bianco


De èlare albìssa unbrìa

Nantri semo ancòi l’unbrìa
albìssa de le èlare sbregade
dei paredi.

Sbregadi
sensa virtir in ta la criura
del zorno sbilfà del vent
menà de luntani rivai
nevegadi.

De albìssa
unbrìa semo nantri ancoi.

 

L’ombra bianca delle edere

Oggi noi siamo l’ombra
bianca delle edere strappate
dai muri.

Strappati
senza avviso nel gelo
del giorno aggredito dal vento
portato da lontani declivi
nevicati.

Di bianca
ombra siamo noi oggi.

Ivan Crico (Gorizia, 1968), inedito


Mercoledì 26 Settembre, 2012

Guarda come ti metto davanti nuove forme di inutili emozioni che neanche immaginavi.
Guarda come tutto diventa qualcosa per cui dispiacersi.
Odorare di pulito come una doccia. Scusarmi con mia madre.
Oggi è un nuovo giorno, come tutti gli altri.
Ho l’impulso di spendere 250 dollari per mettere in commercio un nuovo libro.
Tutti ricevono la stessa busta vuota.
Spedire libri mi ha insegnato che alcuni indirizzi sono corti e belli e altri lunghi e umilianti.
Il segreto per non essere uno stronzo è capire quando l’altro è vulnerabile.
Se mai dovessi avere un’interazione spiacevole con qualcuno voglio dirgli “Guarda, ci assomigliamo un sacco. Abbiamo un sacco in comune. Entrambi moriremo”.
Poi dargli un colpetto sullo stomaco per farlo ridacchiare.

Spencer Madsen (New York), da You Can Make Anything Sad (Publishing Genius, 2014)

-consigliato da Simone Burratti