Einer Gepardin im Moskauer Zoo

So teure Pelze sieht man sonst nur auf den Schultern
Der Gangsterbräute vorm Casino. So geschmeidig
Schleicht auf dem Laufsteg nur die androgyne Jugend,
Die Augen funkelnd unterm Blitzlicht. Eine schlanke Katze,
Wie Pisanello sie gemalt hat, mit entzücktem Pinsel
(Das Fell getüpfelt, grannenhaft, ein Goldnes Vlies)
Federt sie schweifend auf und ab. Das Rückgrat
Dosiert die leiseste Bewegung.
Millimeter
Vorm Grabenrand den Schwung der Pfoten umzulenken
Geht ohne Hinsehn ab. Dort wird dem Ohr,
Der feinen Nase nichts geboten außer Lärm und Schweiß,
Jenseits des Drahtzauns, wo sich diese Affen tummeln
Mit ihren Kinderwagen zur Besuchszeit. Hechelnd
Verwandelt sie die schlechte Luft der Großstadt
In ein entferntes Air… die weißen Schleifen
Im Haar der Mädchen in Gazellenfleisch. Faustgroß,
Ihr schmaler Kopf hält wachsam noch die Stellung,
Wenn sie im Flimmern vor den Toren Moskaus Zebras sieht.
Dann gähnt sie lange, die Gefangne des Zements.

A una femmina di ghepardo allo zoo di Mosca

Pellicce così care si vedono solo addosso
alle donne dei gangster davanti al casinò. Così flessuosa
incede sulla passerella solo la gioventù androgina,
gli occhi sfavillanti sotto i riflettori. Felino snello –
come lo fece Pisanello con mano estasiata (il pelo
macchiettato, a resste come cime di spighe, un vello d’oro),
soffice va su e giù, molleggiato.
Il dorso dosa il minimo moto.
A un millimetro
dall’orlo del fossato frena lo slancio delle zampe,
fa dietro front senza uno sguardo. Al suo orecchio,
al suo naso fino, da dietro la rete metallica non viene
che sudore e frastuono – da queste scimmie
che nelle ore di apertura s’affollano coi figli nelle carrozzine.
Ansando trasfigura l’aria cattiva della metropoli
in lontananze ariose, i nastri bianchi nei capelli delle bambine
in carne di gazzella. Grande come un pugno,
la leggiadra testa sta attenta, tiene la posizione
quasi in quelle luci alle porte di Mosca balenasse una zebra.
Poi sbadiglia, a lungo, la prigioniera del cemento.

Durs Grünbein (Dresda, 1962), da A metà partita (Einaudi, 1999)

 


Contatti

Lo vedi come sono
storto, contratto? Lo vedi questo piede,
quando mi siedo, come lo metto?
È tutto per lo sforzo, in tanti anni,
di non urtare le persone. Stretto
contro un sedile, dentro l’autobus pieno,
stare a posto, evitare
coi miei vicini
persino il minimo contatto.

Sulle panchine delle sale d’aspetto
o in treno, in corridoio, era una pena
ogni momento sentire sfiorarsi il buio
del mio ginocchio e del loro.

Ore e ore, giornate intere:
uno di fianco all’altro
stavamo, come i gusti del gelato
nel bare della stazione.

Di vero tra noi, di giusto,
lo spazio di due dita
era rimasto.

Umberto Fiori (Sarzana, 1949), da Poesie 1986 – 2014 (Mondadori, 2014)


13 febbraio, insolazione

Il sole che nel nuovo parco cittadino si appoggia in silenzio sulle schiene
dei cani e delle madri, e si rifrange sulle ciglia dei bambini addormentati,
sulle capigliature rare dei pensionati in vena di pensieri miti,
e che come un ricordo d’amore
pretenderebbe di avere con gli altri anche me
nella promessa della primavera, quasi
quasi ci riesce:
sento che anch’io, basterebbe volerlo,
potrei entrare nella luce di febbraio
e di sicuro sarei già più leggero,
se non fosse la testa intontita e un poco troppo sollevata
per condividere qualcosa, in questo giorno.

Stefano Dal Bianco (Padova, 1961), da Ritorno a Planaval (LietoColle-Pordenonelegge, 2018)


Mattino

Luccica un vetro
– e un altro, più in alto –
in un palazzo là in fondo.

Sul mio terrazzo
sento che sole e casa
e mondo e sguardo
mi guardano da dietro.

Umberto Fiori (Sarzana, 1949), da Poesie 1986 – 2014 (Mondadori, 2014)


N.

Continuava a scrivere in una forma ossessiva,
mi guardava, e poi (sopra a tutto)
le accensioni a intermittenza, gli sguardi abbassati
mentre mi accanivo su me stesso.
“Osservami”, mi dicevo,
gli occhi che camminano e le cicale
che gracchiano sopra la corrente,
oppure più in là, sebbene fosse impensabile,
dove qualcuno controlla tutti i messaggi
e li trascrive, e le forze che si concentrano
sui marciapiedi, fra passo e passo,
svelano altri dettagli, più veri, dolorosi.
Ma questo cammino: le balze, i querceti
i trabatelli altissimi e profondi, era sempre
un andare-oltre e cadere, un farsi
del male: non c’era solidità né crescita
nella progressione, non era progressione. C’era tutto
un baratro da attraversare, e da capire.

Mi sono perso d’animo e ho abbandonato
la vitalità, scarna ma sempre vitalità
“vi-ta-li-tà” ripetevo. Sono
diventato astioso: “la soluzione più degna”
forse, è vero, eppure evitabile, così
che oggi ricordo poco se non gli sguardi dall’alto,
i più crudeli, e le mani, strette, venose
sempre in anticipo sul niente, e il sorriso crudele.

Ecco la soluzione, non era
era il tiglio sul marmo di casa, l’acero splendente
ripulire le foglie a una a una, accompagnarle
con cura al cassonetto. Finalmente
eravamo in due, eravamo gentili.

Pietro Cardelli (Borgo San Lorenzo, 1994), da Quattordicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos Y Marcos, 2019)


Sosta

Il treno porta ritardo
e non si muove, non parte.

Il sole non si vede quasi
ma è già chiaro dall’altra parte
come se tutta questa luce che viene
la facessero quattro case.

Umberto Fiori (Sarzana, 1949), da Poesie 1986 – 2014 (Mondadori, 2014)


Forse non ti dovevo toccare

Forse non ti dovevo toccare
non dovevo venire
a infastidirti.
Dovevo lasciarti come eri
dieci anni fa, con i capelli corti
con la tua cinquecentina
o come sei adesso, donna matura, saggia
o come sarai fra dieci anni,
dovevo lasciarti come eri
come sei, con il tuo mondo nitido
serio e vero, col tuo coraggio chiaro
e la tua fede.

Claudio Damiani (Foggia, 1957), da Poesie (Fazi, 2010)