L’acquisto della bici

Questa bici era in svendita
nel centro commerciale
sulla Zagrebačka. Seicento kune.
Ottanta euro. Niente male, no?

Ha i copertoni grossi, da sterrato,
le marce fanno comodo
sulle rampe del parco dedicato
alla regina Jelene Madijelevke,
e per scendere in spiaggia ad Arbanasi.

Le manca il campanello
e al posto del fanale
c’è un catarifrangente.
Vabbè, giro di giorno.

Era la prima volta
che ne compravo una
in un supermercato.

Mi ha fatto strano passare alla cassa
con la bici al mio fianco,
farla scorrere in piedi sulle ruote.

Ho guardato la cassiera interdetto,
come per dire: posso?
Quella mi ha fatto un cenno
come per dire: certo!

Sopra il codice a barre
incollato al manubrio
la cassiera ha passato il laser rosso.

Con la sua lucente bacchetta magica
ha trasformato questa bicicletta
in una cosa mia,
una parte di me.

Ridacchiate pure. Ma sulle bici
non si scherza. In sella a loro ho imparato
la cosa più importante.

Noi siamo il nostro carico
ma anche il nostro motore.

Tiziano Scarpa (Venezia, 1963), da Discorso di una guida turistica di fronte al tramonto (Amos, 2008)

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Lettera ai ribelli che verranno

Salutate l’ardore
il braccio che vola,
il vento, la passione.
Disobbedite
alla vita e alla morte,
a voi stessi e agli altri,
Sia febbrile la vostra giornata,
non sia mai opportunista,
sia chiara nell’impeto,
bella e nervosa come una mattina d’aprile.
Io aspetto il vostro aprile,
siate pieni di ebbrezza e di furore,
date gloria al mondo che c’è fuori.
Non vi servono nascondigli
ma comunità dove trovarvi.
Portate il mondo
sul palmo della mano,
andate sull’orlo,
dietro le montagne,
su una spiaggia rovinata,
Nessuno può fermare
il vostro incendio,
perché lo fermate voi,
perché siete in silenzio?

Franco Arminio (Bisaccia, 1960), da Resteranno i canti (Bompiani, 2018)


Tremo

Tremo.

E il suo anagramma esplode
nei luccichii del ghiaccio
come l’acqua sull’acqua cade.

Ingigantisce gennaio nei parcheggi

le auto coperte di brina sono i sarcofagi
per chi chiede al fuggire l’opaca
rifrangenza ai propri destini costretti
in mura trasparenti di vetro e silenzio.

Fabio Franzin (Milano, 1963), da Margini e rive (Città Nuova, 2012)


Casa

E dopo un viaggio così lungo
Ritroverai tutto com’era?
Sarà spuntato un grosso fungo
Sul bordo della cassettiera?
Balzerà un rospo dall’armadio?
Il muro avrà sputato i chiodi?
E più non canterà la radio?
I fili si son fatti nodi?
O da una rianimata trave
Raccoglierai rami di rose?
Anche se chiudi bene a chiave
Il tempo fa di queste cose

Nicola Gardini (Petacciato, 1965) da Il tempo è mezza mela (Salani, 2018) 

– consigliata da Luigi Natale


Guardavo l’officina

Guardavo l’officina
dismessa, i tetti di lamiera,
il vespaio alla parete,
depositi di latta, nafta sui canali.
Pensavo ai momenti
più scuri della materia: non
sono mai abbastanza.
In qualche verità
nemmeno esiste, quella materia.
In altre, è solo afa. O meno che afa,
e paradiso è un verbo,
alla prima persona.
Come, forse, universo.

Mario Santagostini (Milano, 1951), da Versi del malanimo (Mondadori, 2007)


Gli acquari portatili

All’alba ritiravo i pesci all’aeroporto,
lenti, nei loro acquari portatili:
pesci e crostacei d’appartamento,
alloggiati in buste di plastica
robusta, ordini consueti
per il negozio, consegne
da registrare prima dell’apertura.

Sul furgoncino Blumenthal & Co.
ascoltavo Radio Mambi, sorseggiando
con cautela caffè take-away
da involucri ustionanti.
Non c’è teodicea nell’alba traslunata
di Miami, ma solo l’irriverente occhiolino
dell’ultimo nightclub, fermoposta della bianca.

Un amico portoricano, di tanto in tanto,
m’assoldava come spalla, sebbene
non avessi mai sparato in vita:
altre buste traslucide, ancora plastica,
gonfia, cellofan celesti,
sfrigolii, cruscotti profondi
e caffè e sigarette e tempo.

Così conobbi la speaker,
sul lungomare, aspettando
un cliente. Il whisky
si deglutisce meglio
como agüita, diceva – se lo coadiuvi
idraulicamente con polvere
andina – toma, huevòn.

La seconda volta, non fu più così facile,
dovetti convincerla: non c’è altra sistemazione
possibile, mia cara, per le mani
dell’inquieto se non nel rovente,
perché l’ansia è fredda
come metallo grezzo e duole
per la rigidezza dell’informe.

Lascia allora le mie mani, ti prego,
scendere nelle tue giunture,
un gioco di tre dita, tre dita bastano,
te lo prometto, inumidite
del tuo, brinate
del tuo mattino tiepido, culla, colla
torbida del concepimento.

Federico Italiano (Novara, 1976), da L’invasione dei granchi giganti (Marietti, 2010)


Non vi sarà parola, nome, data

Non vi sarà parola, nome, data
vita che non sarà scontata –
tutto è scritto, per sempre, su questo
referto senza verità –
polvere nelle vene
vento nelle mani
anni di nessuno – un’ora
insanguinata
che ci conosce e chiama,
dentro noi,
cancellando il tempo.

Attraverseremo
ancora una volta vivi questo sparo,
questo sangue imprigionato
nel nodo di un’arteria
nel soffio divorato di un respiro,
ce ne andremo soli, controluce,
nel luogo disabitato
nel nudo feroce –
un silenzio
precedente
che ci appartiene.

Alessandro Bellasio (Milano, 1986), da Nel tempo e nell’urto (LietoColle – Pordenonelegge, 2017)