Invito

Dalla stanza dello sposo voce tenue, basse.
i fruscii, avvertibili, sul parquet del corridoio. È qualcosa
di fragile verde quello che accade.
A notte
dopo la musica elettronica, nei silenzi
della campagna, le elegie di giugno
fino nel cuore di un solstizio tedesco.
Penso che forse stiamo fuggendo da qualcosa.

Dentro la casa vecchia guardo
una strada sterrata che taglia il prato,
un’alba come un orizzonte vasto,
fino i colli lontani della Franconia.

Gabriel Del Sarto (Ronchi, 1972), da Sul vuoto (Transeuropa, 2011)

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A Nella Nobili

La fabbrica di vetro anch’io la conosco
e la valle appiattita di nebbia.

Adesso raccoglie l’Abbazia d’Ardenne
le tue carte sgualcite
di pianto: se ne stanno in silenzio
in modesta chiesetta riparate
dal mondo.

Ricordo il tuo viaggio e l’amore
imprevisto, “figure atypique
marginale”, ignorando
la colpa, hanno scritto.

Per le vie di Parigi – solo –
come un fischio sbandato
del vento, raccolgo il tuo nome
con furore e spavento.

Maddalena Bergamin (Padova, 1986), inedito


Immagino, guardo, ragiono 

Immagino, guardo, ragiono – credimi, sono stanco i pensieri
quando viene la sera, da mesi, e per questo non esco più.
I pazienti pensieri, efficienti, fin dal risveglio, lavorano
al rammendo di me, a inseguirmi in altri dove e altri quando,
per riportarmi dentro la data di oggi, i visi dovuti, le voci
dove ho il compito di ripetere
l‟io che devo e che gli altri si aspettano,
dove divento quell‟altro,
sconosciuto, sfibrato nell‟utile sforzo
di trattenere me stesso in sé tutto il giorno.
Capisci perché non esco, da mesi, la sera, e anche se
uscissi – capisci – con questi discorsi sfiniti
che pesano nella testa, dove vuoi che vada, dove vuoi che resti?

Gian Mario Villalta (Visinale di Pasiano, 1959), da Telepatia (Lietocolle, 2016)

– consigliata da Mary Barbara Tolusso


UN MADIDO ABISSO ci ha tra le mani,

UN MADIDO ABISSO ci ha tra le mani,
che venga notte che venga giorno
tundra o tajgà,
nei vetri bianchi di ghiaccio
nei vetri imperlati di pioggia
il treno è in fuga.
Si gioca a carte,
fissi volti rosee mani
fisse nel gesto, come frutti sepolti.
L’artico nulla, un brusio senza sonno
il tutto umano,
Oh! lasciali tutti parlare,
sono bolle che scoppiano
in superficie, gorgogliano,
tu taci, taci, se ti lasci andare
lo sai, parli una lingua insopportabile.

Anna Maria Carpi (Milano, 1939), da Quando avrò tempo (Transeuropa, 2013)


L’amore era silenzioso come una congiura

L’amore era silenzioso come una congiura
nessuno sapeva se la vita era immensa
oppure niente, se il tempo dilagava
oltre le colline oppure un dio venerando
impediva al gesto la sua crescita o impediva
alle more di restare sulle labbra.

Milo de Angelis (Milano, 1951) da Quell’andarsene nel buio dei cortili (Mondadori, 2010)


Fumetto

giunto al frigo l’aprì, non c’era molto,
solo l’austerità delle lamiere
d’alluminio, riempì d’acqua un bicchiere,
restò a guardarlo, ed insipido il volto
galleggiò un po’, poi si mise in ascolto,
niente, ovviamente, poteva sedere
ora, tranquillo, frugarsi, vedere
dentro, più dentro, ecco, non c’era molto

Gabriele Frasca (Napoli, 1957), da Prime. Poesie scelte 1977-2007 (Luca Sossella Editore, 2007)


Tra noi la voce non

Tra noi la voce non
conduce e arriva, come
phon dentro l’acqua,
ma si ferma come
d’interruttore,
acceso o spento
a casaccio. Noi due
siamo un paese
sotto embargo,
che vive di parentesi e
silenzi, di blackouts,
sí che quando la luce poi
ritorna, noi ci si è già
dimenticati cosa dire.

Elisa Biagini (Firenze, 1970), da L’ospite (Einaudi, 2004)