Tutti mi dicono che sono una donna

Tutti mi dicono che sono una donna
e bella e che ho spalle ampie
gambe robuste di ferro.
«Cammina da sola ora».
Io non cerco che una mano
grande che mi copra tutta la faccia
non mi faccia invecchiare.

Giulia Rusconi (Venezia, 1984), da I Padri (Landolfi, 2012)

Annunci

Ritornare nei giorni, mandarli avanti

Ritornare nei giorni, mandarli avanti.
Anni fa, adesso, domani. Era così
per te, è così per tutti? Stare nelle ore
per altre ore, nei giorni che ci saranno.
E dire dei morti come se fossero
ancora dei vivi, come è necessario
sorridere quando si è in compagnia.

Mario Benedetti (Udine, 1955), da Tersa morte (Mondadori, 2013)


Vento

I
Non sei venuto questa sera all’appuntamento
va bene che c’era un po’ di vento
e non ti avevo detto da che parte della stanza
e non sapevi poverino l’ora esatta
ma solo la sera della settimana
non mi ricordo più le cose
da quando ti sono stata presentata
proprio quella sera che non mi hai notata
abbiamo parlato solo due tre volte
ti ho detto solo quattro cinque cose
nome cognome e che sono separata
non puoi saperlo poverino
che mi sono innamorata

II
Nonostante ci fosse un po’ di vento
sei venuto questa sera all’appuntamento
e mi hai dato due baci sulle guance
e mi hai fatto una carezza e un complimento
mi gira forte la testa
ma non c’entra il vento

III
Non sei venuto questa sera all’appuntamento
eppure non c’era in cielo il vento
e ti avevo detto da che parte della stanza
e anche son sicura l’ora esatta
non mi muovo sto qui ad aspettare un complimento
e siccome mi sono innamorata io mi sento
con dentro alla testa un po’ di vento.

Vivian Lamarque (Tesero, 1946), da Teresino (Società di poesia, 1981)


Singuri

Mă uit la ei şi mă mir
Cât sunt de singuri.
Şi cât de vinovaţi sunt
Că sunt singuri.
Mă uit la ei îndelung
Şi mă întreb –
Câtă singurătate
Este în stare să îndure fiecare,
Înainte să moară de singurătate?
Dar după?

Ana Blandiana (Timişoara, 1942), da La mia patria A4 (Aracne, 2015)

Li guardo e mi stupisco
Di quanto siano soli.
E di quanto siano colpevoli
Di essere soli.
Li guardo a lungo
E mi domando:
Quanta solitudine
E’ in grado di sopportare ognuno
Prima di morire di solitudine?
E poi?

(Traduzione di Mauro Barindi)

 


Finita l’epoca delle novità

Finita l’epoca delle novità, c’è poco da dire…
eppure nel campo i fili d’erba si danno un gran da fare, già a febbraio senza gli indizi prestabiliti della primavera. Facciamo finta di nulla, qui intorno tutto non ha mai smesso di ricominciare. Quando si scriveva per amore, per essere qualcosa di più della solita cosa. Quando capita di provare: tele e colori, o scrivere per ricominciare, come fare? Si prova e si corregge, non ci sono mezze misure: ricominciare.

Nicola Vitale (Milano, 1956), Chilometri da casa (Mondadori, 2017)


una fauna rissosa riempie i mondi

una fauna rissosa riempie i mondi
appena scheggiati degli angeli,
una tenue atmosfera vi si addensa

e a volte ne rotola via:

dio è un fondato sospetto, è un insetto
grassoccio e sofista, che scava
le polpe di una noce di cocco

su una spiaggia di Gauguin

Roberto Batisti (Bologna, 1985), da Affeninsel, in Hula apocalisse (Edizioni Prufrock spa, 2018)


È notte, sei

È notte, sei
tra le cose del mondo, le cose
solide, vaganti, che si sfanno
in altre cose: cose
su cose, nell’imo che fermenta,
e sprofondi
nella vita che è, nel tutto
che s’invasa in uno, prima
di sfarsi nel crivello della mente

stridi, becchi, blaterii
buchi di lingua, suoni
che si torcono, stipano
si ammaccano
ed è lì, lei, fa un cenno
l’ombra funesta, troppo amata,,
fa freddo, com’è troppa la stagione,
con che tenaglie stride, si torce, scuote

le lusinghe del mondo, “dov’è che sei?”
le chiedo, nel gelo
di biglia delle cose
“sei cosa o altro?”, mentre delira
in delirio il mondo, si sfarina, ed io
“non ho tempo per questo
struggimento stupido, doloroso, di’

soltanto se sei o no”
ma lei: “di’ tu, piuttosto, di’
qualcosa che valga
per me, per noi, che ti guardiamo”, e va
per una strada che non conosco, va, dove non è
altro che lei, che loro, lì, nella gran fossa

del firmamento algido, stipato
di roba ultima, vagante, “di’, se sai, qualcosa
che valga la pena”, continua
stridendo come una stupida
ferraglia

e fa cenno, nel non so dove del sonno, nel
ben maturato senno della mente
a qualcosa che si cela, s’infima
in brividi, in onde
di niente, di poco – cosa
che si fa cosa, verbo
che s’intana

in una lingua di troppo gelo,
di solo, forse,

vuoto?

Giancarlo Pontiggia (Seregno, 1952), da Il moto delle cose (Mondadori, 2018)