Era la percezione estranea

Era la percezione estranea
di avere di fronte una zona estrema
di gioia,
ma di non potervi accedere.

Così il paesaggio ammirato
dava un impulso frequente,
che respingeva l’infinito.

Così ogni fossa del corpo
evocava la fossa comune.

Cesare Viviani (Siena, 1947), da Credere all’invisibile (Einaudi, 2009)


Dove il fitto bosco

Dove il fitto bosco
scendeva con avvallamento profondo
verso un luogo nascosto
a un tratto gigantesco,
appariva mutato l’aspetto degli alberi
in quel punto
prendeva nome di orrido.

Giampiero Neri (Erba, 1927), Dallo stesso luogo (Mondadori, 1992)


Platano

Sono uscito a camminare verso il mare, ma devo negarlo
perché ero uscito e in realtà quasi subito
ho incontrato un platano e mi tocca di scriverlo,
anche se scrivere è di più che raccontare,
anche se raccontare è già difficile,
anche se il difficile è rientrare
a scrivere del platano,
a raccontare il platano
senza averlo davanti,
cercando di ricordare,
tradendo nel ricordo come se lui non esistesse, veramente
platano di rami e foglie nella luce.

Come dimenticarlo

Descriverlo, accettare le metafore, perfettamente sufficienti, indifferenti in apparenza ma vive del suo sguardo, morte del suo splendore, del male che le fa differenti e lucide di sé. E complimenti al platano e addio alla passeggiata, di chi per un momento ha creduto
di vederlo e l’ha dimenticato.

Ricostruirlo come nuovo

Ritornare sul prato come in cerca di qualcosa che non è più albero,
non più albero di me e di te che mi leggi e non stai sul prato,
e senza amore immagini quest’albero, senza riserve di realtà.
Chiederti di venire senza fissare appuntamenti,
chiedere insieme distrattamente
con la sola energia che ci è concessa
un posto libero nel prato, di fronte al mare,
non lontano dalla stanza dove tutto è raccontato.

Stefano Dal Bianco (Padova, 1961), da Ritorno a Planaval (Mondadori, 2001) 


Sono cresciuti insieme a te i miei capelli

Sono cresciuti insieme a te i miei capelli,
io meno. Ancora sono tentata dallo svanire
se ogni giorno scavo un lembo di pensiero
e mi riduco a un liquido vischioso, irriflessivo,
che non lascio bere a nessuno. Potremmo
davvero esserci tutti senza nient’altro
– solo nutrirsi ogni tanto – umane necessità.
Cosa riempirebbe allora le coscienze,
quale commento, quante penose idee.


Eleonora Rimolo (Salerno, 1991) da La terra originale (LietoColle-Pordenonelegge, 2018)

– Consigliato da Matteo Fantuzzi.


Anche io solo come questo attaccapanni

Anche io solo come questo attaccapanni
come sono i tavoli, com’è l’asse da stiro.
Muri e ringhiere, la poltrona, il camino.
Arde il fuoco bruciando l’intero giardino,
tutto il prato, i boschi, tutte le primavere.

Mario Benedetti (Nimis, 1955), da Tersa Morte (Mondadori, 2013)


VI. il ciglio delle nostre vite

lascio che la macchina scompaia
lungo la strada che mai arriva
inghiottire i chilometri, l’asfalto
consumarlo come queste ruote
che girano dentro la testa,
butto tutte le parole dal finestrino
e solo vorrei non pensare agli scontri
frontali che dentro mi accartocciano,
sul volante tenere salde le mani
nelle raffiche di vento, e scorra
sul parabrezza questo dolore
lo porti lontano la corrente
fino a sparire dallo specchietto.
Questo cielo d’estate vorrei solo
con me i miei figli, non chiedere
nulla nemmeno tu, stammi
solo accanto come questi alberi
che segnano il ciglio delle nostre vite

Piero Simon Ostan (Portogruaro, 1979), da Il verde che viene ad aprile (Qudulibri, 2019)


Case

Svoltato l’angolo di una casa
un’altra casa viene avanti, piena di sole.

A guardarla viene un vuoto,
come una pena, ma poi

viene la stessa faccia da eroe.

Umberto Fiori (Sarzana, 1949), da Poesie 1986 – 2014 (Mondadori, 2014)