12 settembre 2001

Amo il cartone bianco
che tiene in piega le camicie
nuove dentro le loro confezioni in plastica.
Dopo una notte persa nell’insonnia dei giusti,
sui desolati altopiani della cronaca,
fra immagini di stupri, sciagure, fame,
questo cartone bianco
ritrovato in cucina mentre albeggia
mi appare come la colomba biblica
che salutò la fine del diluvio.
Perciò ci scrivo su queste parole come ringraziamento,
anche se nulla è finito e nulla finirà.
Ma mi accontento anche di una schiarita sulla pagina
prima che ricominci a diluviare.

Valerio Magrelli (Roma, 1957), da Disturbi del sistema binario (Einaudi, 2006)


Tardano ad arrivare le cose immobili

Tardano ad arrivare le cose immobili,
gli alberi, gli argini e pure
le cose costruite come immobili
tardano ad arrivare.
Nascono sentimenti nell’attesa.

Cesare Viviani (Siena, 1947), da Credere all’invisibile (Einaudi, 2009)


Non ti scandalizzare

Non ti scandalizzare
se mento su quello che faccio,
credi ancora nella verità dell’enunciato?

Non ti offendere
se ti sono vicino e non ti amo
quando mai l’intenzione porta ai fatti?

Viviamo a fatica mentendo,
chissà che aggravio sarebbe
essere sinceri.
Lorenzo Cianchi (Empoli, 1985), da Iodio (Arcipelago itaca, 2018)


Asparagi

Piumone, 4:00 di primavera. Mi considero un uomo intelligente, ma ci sono molte cose basilari che non capisco. Per esempio il lavoro, gli effetti a lungo termine dell’alcol, che cosa sono gli asparagi.

Gli asparagi sono i germogli della pianta omonima, si usano per fare la frittata con gli asparagi e il risotto con gli asparagi. Si mangiano anche crudi, prendendoli in mano e strappandoli coi denti.

L’ho scoperto su Wikipedia, mentre mi rifiutavo di capire altre cose più importanti. Per esempio che la mia relazione è ormai un contratto a tempo determinato. Questo mi tranquillizza, però non sono sicuro. Mi sento triste in un modo che fa chiudere le finestre.

La lampada illumina l’epoca in cui sono rimasto per l’ennesima volta. Se la spengo, sogno due colonne con una faccia umana scolpita sulla cima. Arriva un nano, prova a buttarle giù, la colonna con la faccia di Grisù si inclina e va a baciare sulle labbra la faccia dell’altra.

Il sogno significa che la mia relazione è finita, che ho fatto in modo che finisse; significa anche che Grisù ne ha cominciata un’altra tutta sua.

Ho sempre voluto essere l’artefice degli avvenimenti, ma senza alcun interesse per gli avvenimenti in sé. Un deus ex-machina, un giudizio, un astrologo della domenica. Adesso, invece, vorrei soltanto dormire la vita, stare a guardare gli altri mentre la realizzano.

Le persone migliori sono quelle che spariscono. Sotto il piumone, alle 5:00 di primavera, respirando l’odore dei calzini. Mi piacciono gli odori che tengo solo per me.

Il nano sbuca fuori dal letto all’improvviso, scintilla i denti gialli masticando gli asparagi. Ride, sputa, dice te l’avevo detto. Quando mi giro sul fianco mi abbraccia, mi lascia dormire.
Simone Burratti (Narni, 1990), inedito 


Autocoscienza

Mi sono udito pulsare. Un orecchio
involontario
annegato nel cuscino.

E ho pensato:
-Sono vivo come altalene e pendoli.
-Il futuro sgocciola nel passato.
-Così pure anche balene e colibrì.
-La mia poesia è in balia delle molecole.
-Un io a ciascuno, non di più.
-Anche questo rintocco ha un numero.
– Mancano tot battiti alla fine.

Poi mi ha rubato il sonno.
Guido Cupani (Pordenone, 1981), da Le felicità (Samuele Editore, 2011)


Tutti essendo fanciulli, abbiamo potuto tener dietro coll’allevare

Tutti essendo fanciulli, abbiamo potuto tener dietro coll’allevare
rane allo sviluppo delle membra a spese della coda.
Quante volte abbiamo osservato i girini mutarsi in rane
e abbiamo visto la coda ridursi
in misura che le zampe s’allungavano?

E noi Monetina restando sull’orlo
della stessa campagna di allora
perderemo con discrezione la coda
o il senso della coda restando ancora cosa?

Antonio Riccardi (Parma, 1962), da Tormenti della cattività (Garzanti, 2018)

-consigliato da Gianluca D’Andrea


Mandami le ossa, mandami il cranio senza gli occhi

Mandami le ossa, mandami il cranio senza gli occhi,
la mascella aperta, spalancata, fissa nei denti,
e i calzini sotto la tuta, eri rigido, eri rigido, eri una cosa
come un’altra, senza la forma che hanno i tavoli,
morso dallo stento del vivere, una cosa inservibile,
indecisa, un terriccio che non si nota, un pezzo di asfalto
di una strada anonima, eri tu, quella cosa, eri tu,
quella cosa, eri uno che è morto. Così fragile il tuo sorriso,
lo sguardo blu e gli zigomi, il metro e settantacinque
portato come un uomo che piace, che vive per sempre,
per sempre dentro una vita che per poter essere
vissuta deve sembrare una vita per sempre, mentre eri
della carne, quello che io sono uno per sempre ancora.

Mario Benedetti (Udine, 1955), da Tutte le poesie (Garzanti, 2017)