staz i one pioggia

dicono sia la morte questo senso
di spossatezza
questa stazione zuppa
di mosche

si dorme quasi sempre
uno sull’altro,
sui corpi fiorisce l’edera di casa
-io lo so che verrete
madre
il nulla ci mangia nella mano
come fosse un cane

Francesco Maria Tipaldi (Nocera Inferiore, 1986), da Traum (Lietocolle, 2014)

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In quel momento

Non è vero che l’esperienza del dolore è uguale.
Resta alla fine del giorno,
lungo il crinale della sera, un discorso
aperto, qualcosa che non si può dire.
Lo sappiamo:
chi sa come guarire sa anche uccidere. Ancora:
ciò che è universale
è il vuoto e non il senso. Verità
che valgono per tutti. E su questo
i ministri della consolazione inventeranno
anche per te il linguaggio
dell’esperienza del dolore e del male,
appresteranno il codice entro cui leggerai
l’esperienza di sofferenza che ti aspetta.

Ecco il vero punto omega è questo: quando
mi vedrai morire sarai unica,
separata dagli altri, non sostituibile. Ci allontaneremo
anche per questo, in quel momento. Saremo
una scommessa, punti che si cercano, come
lontani pianeti imprudenti, soli
e persi nel desiderio di solcare i cieli.

Gabriel Del Sarto (1972), da Il grande innocente (Nino Aragno Editore, 2017)


Di chi erano poi queste rose

Di chi erano poi queste rose
che tutti rubano sempre a Dino Campana
le sue, dell’altra, le nostre, le mie?
Siamo sempre di troppo, il più uno
del due e persino dell’uno. Le rose
sono stufe, si capisce, di farsi regalare
eppure sono nostre, io le accetto come un segno
cambio l’acqua con lo zucchero
accorcio il gambo le rivendico sbraitando:
sono mie, mie soltanto!

Maddalena Bergamin (Padova, 1986), da L’ultima volta in Italia (Interlinea, 2017)


sto zitto e penso

a chi improvvisamente cade e si rompe
a chi serve un dio per paura di spaccare sé stesso conoscendosi
a chi come me apre la catena
e mette     non per cristo ma per etica
la sua vita alla mano
di quelli che gli altri definiscono ultimi

Anna Maria Farabbi (Perugia, 1959), da La casa degli scemi (LietoColle – Pordenonelegge, 2017)


Sull’albero covano le tortore. È l’ultimo giorno e non è luna piena

Sull’albero covano le tortore. È l’ultimo giorno e non è luna piena.
Dentro, il mondo è livido e vago, guardo la scena nascosta dal vetro – se un vetro
può nascondere – ma il fuori discutibile e di strazio ha un foro da cui entrare e

uscire, da fondo a fondo sulla pietra. Ho agganciato le parti con la colla, ne man-
ca una al centro, ad occhio nudo sembra una stelletta. Se le formiche hanno biso-
gno di tagli sui nodi per camminare, il noi si deve separare con un nodo tagliato.

Le grandi voci che hai chiamato verità e poi bugia non sono che mosche nella
testa, un ronzio di fondo inseparabile, un’allucinazione per non dire vita.
La vertigine è questo corpo senza finestre , un lago artificiale ferito da una diga. Se non è
possibile una diga, fa’ che sia ramoscello. Che un lampo fulmini il larice, fa’ che cada.

Mariasole Ariot (Vicenza, 1981), da Anatomie della luce (Aragno, 2017)


sul concetto di nitore bisogna ancora

sul concetto di nitore bisogna ancora
riflettere perché we know what to do
but we do not do, amico mio, perché
la proposta di una vita più gentile
non è modesta, né passibile di lodi:
bisogna almeno che una neve spezzi
la corteccia dura del cardo,
che svuoti di dentro l’amarezza,
la cruda presunzione di reato…

Marco Corsi (1985), da Pronomi personali (Interlinea, 2017)


Sono passati gli anni della pioggia

Sono passati gli anni della pioggia
e non ho moglie o botte,
siedo allo stesso lume,
dove di notte scrivo, se non esco.
All’università ho trascorso i pomeriggi,
qualche mattina – era gennaio
e il bar era deserto, raccontavi
del modo in cui era morto tuo marito
(tuo figlio era presente) e io ascoltavo.
Lo scorso settembre, in campagna,
la festa dell’inizio dell’autunno, come
l’avevano chiamata
“che non andremo più la notte, ecc.”.
Abbiamo litigato in macchina
incerti se partire
quasi un’ora di strada fosse un viaggio.
Ridevamo al ritorno a cuore pieno
come se poi davvero
fosse l’ultima volta
e non andremo più la notte.
Da qui sono partito
qui dove non arrivo.

Carlo Carabba (Roma, 1980), da Gli anni della pioggia (PeQuod, 2008)