Scompartimento

L’altra sera sul treno
(l’ultimo, sempre pieno) una ragazza,
dando ogni tanto un’occhiata rapida in giro,
scherzava a voce alta sui suoi amori
finiti male,
del suo nuovo lavoro nello studio
di un avvocato, su quanto lei era brava
– però il lavoro: triste – e si faceva
i conti in tasca in pubblico,
lira per lira.
Quando si mettono a nudo
in questo modo, di fronte a gente mai vista,
e la vita – la loro –
te la mettono in piazza come quella
di chiunque, così, ridotta all’osso,
sono talmente belle
certe persone,
talmente pure
che ti fanno tremare.
Parlano come se fossimo
tutti di tutti. Si mettono nelle mani
di chi è lì
come un cane che si lascia
stringere il muso dal padrone,
con le orecchie abbassate
e gli occhi chiusi.
A sentirle parlare
anche tu chiudi gli occhi: sprofondare
vorresti, e invece cresci,
dentro, diventi ripido,
sconfinato e potente
come quel niente che le ha fatte nascere.

Umberto Fiori (Sarzana, 1949), da Tutti (Marcos y Marcos, 1998)

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Sono fatti così gli abbandoni

Sono fatti così gli abbandoni:
restano fino a trovarti, fanno
fino a commuoverti in una parola sola
in poche cose, in quello che tieni
stretto tra le mani e non c’è già più
davvero.

Stefano Raimondi (Milano, 1964), da Il cane di Giacometti (Marcos y Marcos, 2017)


Up with the lark, downtown New York

Up with the lark, downtown New York.
The sidewalks, the blocks.
Walk. Don’t walk. Walk. Don’t walk.

Breakfast to go:
an adrenalin shot
in a Styrofoam cup.

Then plucked from the earth,
rocketed skyward,
a fifth of a mile

in a minute, if that.
The body arrives,
the soul catches up.

Simon Armitage (Huddersfield, 1963), da In cerca di vite già perse (Guanda, 2015). 

Sveglia con le galline, centro di New York.
Marciapiedi, isolati.
Passare. Alt. Passare. Alt.

Colazione da asporto:
botto di adrenalina
in tazzina di polistirolo.

Poi, raccolto dal suolo
e a razzo verso il cielo,
trecento metri e passa

in un minuto al massimo.
Il corpo arriva,
l’anima lo segue.


cosa ho imparato dall’amore con te

cosa ho imparato dall’amore con te:
la tua dedizione, la mia dedizione
– eravamo presi, felici, sospesi
ogni volta tremando insieme

e poi improvviso imbrunire
della nostra piccola fortuna
con l’avviso di una guerra
sotto forma di rimprovero

 

Antonio Riccardi (Parma, 1962), da Tormenti della cattività (Garzanti, 2018)


Orchidee all’amata

Orchis morio, ophrys fusca, gymnadenia,
neottia nidus avis, orchis simia,
dactylorrhyza maculata e fuchsii,
serapias lingua e vomeracea e tante
altre dai nomi e dalle fogge strane
dischiudono corolle non vistose,
simili a vulve femminili o in forme
bizzarre, come d’elmo, con speroni,
con rilievi, con creste, con puntini,
purpuree, bianche, maculate, rosa,
verdastre, gialle, brune, quasi nere,
con placche blu, con strani geroglifici.
Per riprodursi attirano gli insetti
imitando una femmina di bombo,
d’ape o di vespa, oppure col profumo
acuto che diffondono la sera,
o ancora coi colori variegati
e col nettare in gole spalancate.
Ognuna ha un solo insetto che può fare
il miracolo. E poi non è finita:
occorre ancora, perché il seme germini,
che presti un fungo le sue ife e se
prevale il fungo quel germoglio muore,
ma muore senza il fungo. Ognuna ha il suo
terreno: acido, basico, arido, umido,
argilloso, leggero, di pineta,
di quercia, di castagno, di faggeta.
Impossibile farle germogliare
e fiorire a comando; non le trovi
né in giardini né in luoghi coltivati.
Stanno in luoghi selvaggi e abbandonati,
nel sottobosco, in magri pascoli, anche
sul bordo delle strade, ovunque l’uomo
non le disturbi. Sono le orchidee
nostrane, quasi ignote, senza i fasti
letterari di quelle tropicali
(la cattleya di Proust), e l’apparire
ne è difficile, raro ed inatteso.

Silvia Rizzo (Roma, 1946), da Orchidee all’amata (Edizioni di Storia e Letteratura, 2015)

-consigliato da Claudio Pasi


tutte intere le mie generazioni

tutte intere le mie generazioni
le ossa ridotte nelle ossa
fino al restringimento
dei nodi vitali –
mi accompagnano, fanno il colore sfumato
per un breve commento delle immagini.
tutte intere meno le presenze
non più parlanti.

Marco Corsi (Arezzo, 1985), da Pronomi personali (Interlinea, 2017)


Adolescenza

Per M. D.

 

La Riviera è il nostro regno
in questo inizio di estate terso
come una promessa che si avvera
improvvisa e perpendicolare
ai morti orizzonti invernali
il primo amore è la sorpresa
di ritrovarsi in corsa nella luce
aperta della strada, appoggiata
alla tua schiena mentre l’aria
vortica intorno, e ogni cosa
sembra sul punto di schiudersi.
Mi lascio portare, leggera
d’animo e di pensieri, dimentica
di tutte le domande rimaste inevase:
oggi mi basta sapere quale sarà
la spiaggia dove siamo diretti,
da cui ci tufferemo

tenendoci per mano.

 

Giovanna Rosadini (Genova, 1963), da Fioriture capovolte (Einaudi, 2018)