Jackson Pollock

Non ho paura di distruggere l’immagine.
Lei viene fuori comunque,
riconoscibile, sempre.
Sgocciolo, faccio giardino con il mio sangue, sperma, sudore,
alcol-colore.
Sono l’umile servo di lei,
Necessità.
La più bella tra le dee, l’idea
che sta al di là delle idee,
«senza mani, senza forme»,
che informa la natura delle cose.
La mia è la cerimonia
più oscura
per onorare le forme.

Rosita Copioli (Riccione, 1948), da Le acque della mente (Mondadori, 2016)

 

 

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È senza audio

È senza audio
stasera il cielo, ragazza impasticcata la
luna,
semivuoto l’hangar dell’universo

i bicchieri inutilmente in fila

il respiro pieno di ferite
vite molte in una

chi se ne frega se sono poesie sbagliate
versa amico,
l’infinito è una sbarra che ci traversa,
la Natura mai pura imperversa.

E noi, siamo di nessuno?
curvi alla ringhiera,
dici un po’ bevuto: la cosmologia
che non spiega l’amore no, non è vera

Io lo so, in petto ho
un tir, autostrade, notte, foglie
contro i vetri, pianure,
sterminate nevi, animali d’ombra in corsa lungo i fossi,

mente piena di doglie- ma vedo

la mano dell’amore da autista
manutentore
ha un anello nelle dita grosse

un sigillo lavorato

riflette nel cristallo del parabrezza
alla radiotrasmittente dice
con voce un po’ impastata ma lo dice: ehi, ehi!
mi chiami, mi chiami, bellezza?

Davide Rondoni (Forlì, 1964), da La natura del bastardo (Mondadori, 2016)


questo è un quaderno per cacciare col falco

la ragazza beve latte e assenzio,
solo nell’ora
del sole più caldo diventerà sirena
corpo tiepido in acqua misto ad alghe

traccia sensibile all’avvicinamento
sta davanti al tuo corpo,
dentro di te si muove, grano come mare

interrogheranno i girasoli
le viscere, le api: ha un sapore di ouzo,
di plastica al sole

e il terreno è sensibile al tuo peso,
si modifica come uno schermo: scorreranno
viste della città d’oro

la città temporanea nel tempo
che ti abita, sai
la posizione esatta della nuca,
e dalle spalle ai calcagni: a ogni tuo passo

questo che sei nel centro, rilégalo
con lacci, tocca i talloni, la pelle
delle braccia dove trema: hai freddo e vai
avanti:

corpo piú profondo e sconosciuto,
riscrivi le tue leggi:
non sei piú, acqua mista a mare,
sei che brucia sostanza e continua bruciando

questo è un quaderno per cacciare col falco
scrivi le prede:

questo è un libro, oppure
il bosco diventa un diverso bosco
il tuo corpo è un profumo
fatto d’unguento

Laura Pugno (Roma, 1970), da il colore oro (Le Lettere, 2007)


Un alce squartato rammenta

Un alce squartato rammenta
la foga del padre

nel riprodursi.

Francesco Maria Tipaldi (Nocera Inferiore, 1986), da Nuova Poesia Extraterrestre (Carteggi Letterari, 2016)

 


Rimossi i vecchi

Rimossi i vecchi
e più recenti ingombri
dalle scansie,
ritorneremo ai muri
la loro metratura originaria.
Sotto il tinteggio
non tarderanno a scomparire
il profilo di anni imballati
e l’odore di sgombre anse di casa.
Allora solamente deporremo,
passati a solvente e sciacquati
con cura,
gli utensili a svernare.

Sebastiano Gatto (Mestre, 1975), da Horse Category (Il Ponte del Sale, 2009)


Stenditi a terra – Sestina di Crimea

tutto ciò che si sapeva
rimarrà come eredità

 

…come spesso gli uomini singolarmente intelligenti, aveva un numero limitato di idee,
un numero limitato di supposizioni, per ogni singolo soldato steso a terra:
rifare il campo di battaglia, se non si può proprio tutta la guerra, girare
al largo da queste vere carogne repellenti, ricreare da vicino se non il morbo
del vero, il vaccino del veritiero: fare la carogna per intero, in sostanza,
dare la notizia non della mattanza, ma della “bellavista”:
vedi che il braccio non sia fuori retta con la testa rotta, assesta
il colpo definitivo al cavallo centrale, centra la vera carne
malata, prima che infetta: una degenerazione veramente battagliera
di una schiera di inermi frantumati, a sfondo perduto, una quinta di fondamento
per una storia fotografica del genere umano davvero alla mano:
quella che raccolto ora, sanguigna, dal bordo della scena

 

[Su come nell’Ottocento si ricreavano a posteriori i campi di battaglia per fotografarli]

 

Giovanna Frene (Asolo, 1968), da Tecnica di sopravvivenza per l’Occidente che affonda (Edizioni Arcipelago Itaca, 2015)


I dintorni

Il parco fuoriporta mi fa triste
come un nemico vinto da curare.
Più in là, come il passato, il mare quasi
non esiste – ma strega la città
increspando tovaglie tra i parcheggi
travestito da vento, da ricordo.
Io resto a casa, mentre tu mi leggi
viaggiando per l’Europa: il solo accordo
rimasto nel mio mondo è sulla pagina,
il posto nuovo è quello che s’immagina
un cieco senza urtare negli ottusi
spigoli umani o nelle rotte dighe
di un senso dissipato in troppi rivoli –
e l’unica vacanza è tra le righe.

Matteo Marchesini (1979, Castelfranco Emilia), da Cronache senza storia (Elliot, 2016)