prima descrizione

delle infinite volte a me dicendomi
di parlare l’italiano senza accento
e lasciare il dialetto da me usato
soggiogato da io al mio volere
creduto di saperne di lettere di plurali
di subiettivo e gerundio e coniunzioni
e tutti i resti d’avverbi che di mia vita
mi feci in costruzione o mi disfeci.

Alessandro Ghignoli (Pesaro, 1967), da Amarore (Edizioni Kolibris, 2009)

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Da piccola sbattevo le porte…

Da piccola sbattevo le porte…
Quando sono diventata una che resta
seduta, che svuota le estati
a guardare la stanza dal balcone
per vedere se rientrando
neanche l’ultimo fantasma se n’è andato?
Ho un nuovo cane che dorme di fianco,
ma tornano le stesse sere lunghe
le porte che sbattono addosso
senza la scossa accesa del fragore…
Bisogna avere la natura di chi resta
per saper tenere gli occhi sugli addii
che durano di più a farli da soli.

Isabella Leardini (Rimini, 1978), da La coinquilina scalza (La Vita Felice, 2008)


Rive, pendii romài ribandonàdhi

Rive, pendii romài ribandonàdhi,
pradhi sbièghi senza pì onbre
e radìse, costoni de erbe e pière
frugàdhe da sol e nevi, da venti.

‘Assàdhi da soi parché scomodi
come mì, rùspighi, ièrti. ‘E vostre
distese fiorìdhe, ‘e nostre ferìdhe
stìmate mostràdhe za da lontàn,

brodhe pàidhe de sassi, crèpi fondi
come colpi de badhìl a stacàr
zhope gigante, a stacàr dai ossi
‘a carne, ‘e malghe, nizhiòi bianchi.

Sé sponde franose ‘dèss, dispetose,
‘sassine, te un mondo che vòl tut
fàzhie, da sfrutàr senza fadhìga.
Sé onde de tèra senza pì ‘e verdi

vée dei àlbari, i bari de roe ìsoe
pa’l riposo dei sói, nude de nidi
e canti. Sé dissése ‘ndo’ che core
zo, romài, sol ‘e nostre desgràzhie.
Fabio Franzin (Milano, 1963), inedito.
Rive, pendii ormai abbandonati

Rive, pendii ormai abbandonati, / prati declivi senza più ombre / e radici, costoni di erbe e pietraie / erose da soli e nevi, da venti. // Lasciati all’incuria perché scomodi / come me, scabri, erti. Le vostre / distese fiorite, le nostre ferite / stimmate esposte già da lontano, // coaguli pallidi di sassi, crepe profonde / come colpi di vanga a incidere / zolle maestose, a staccare dalle ossa / la carne, le malghe, candide lenzuola. // Siete sponde franose ora, dispettose, / assassine, in un mondo che esige  tutto sia / in economia, da sfruttare senza sforzo. Siete onde di terra private delle verdi // vele degli alberi, degli arbusti spinosi isole / per il riposo dei voli, nude di nidi / e canti. Siete discese ove rotolano / ormai, solo le nostre disgrazie.


Stare con un bambino

Gli alberi sono verdi, se c’è vento
le foglie tremano, quelle sono rondini, questo posso dirti: nei millenni
attendiamo la sillaba, la clausola assolta
sul labbro, non arriva, basta
a distrarre una caramella nella vertigine, una mentina
è stata promessa all’abisso, non altro: ti porterò a scuola.
Ti porterò a casa da scuola. Ti riporterò a casa
ogni giorno dalla scuola della luce, dai licei del tremore,
quando andrai a giocare fino ai margini, ti prenderò
in tempo prima di quel vuoto. Non altro, ti porterò
a giocare sui confini.
Gli alberi sono gialli, quando piove
vuole dire che è autunno, quelli sono passeri, questo posso dirti, quando
vengono nella mano a beccare è perché
hanno fame, è perché lo so, dà loro
le briciole che abbiamo tenuto da parte, anche tu avrai fame, ti cercherò
il cibo, non altro, posso darti questo: il cibo, il luogo
dove dormire, la veste, le scarpe, la veglia
sul tuo sonno, quando piangerai,
ti abbraccerò. Ti laverò. Nessuno
potrà toccarti finché sarò con te, ti sosterrò
quando ti alzerai e ti terrò nei passi, ti lascerò andare
fino all’aria, all’erba, sul confine. Cadrai,
ti alzerò. Ti lascerò andare. Non altro, ti insegneranno
a scuola. Ti porterò a casa, ogni giorno
ti riporterò a casa dalle scuole, da tutte le scuole ti porterò a casa, ti darò
il cibo, il caldo, il sonno, staremo
insieme, ti farò e mi farai ridere, ti comprerò il quaderno,
altri ti insegneranno, io ti porterò a casa, ti farò e mi farai ridere, staremo
insieme, ti lascerò andare, niente
fin che sarò con te potrà toccarmi.

Paolo Donini (Pavullo nel Frignano, 1962), inedito

– consigliato da Emilio Rentocchini


(a Stefania, finalmente)

Eri troppo minuta per essere donna e sorella maggiore

come sembrava impossibile che tu fossi madre

come sembrava impossibile morire di parto

nell’anno duemila di Dio

 

pesavi di meno di questo cognome che oggi

io porto da solo che se si potesse prenderlo

in braccio e sollevarlo come facevo con te

sarei un uomo diverso e avrei un sorriso

più facile da regalare ai miei figli

Francesco Tomada (Udine, 1966), da L’infanzia vista da qui (Sottomondo, 2005)

 


Poets

A son chei
ch’a scrivin puisìis,
ch’a poin zanzivis e dinc’
tal our da l’anima,
peraulis-grimaldei,
silabis-sbissis,
rimis par vualivà
bùfulis, grops, socs.
Altris a imparin a tetà
dal blanc dal sfuoi,
a fis’cià
da un vint insoterat
drenti.

Giacomo Vit (San Vito al Tagliamento, 1952), da Ciacarada ta ‘na lus verda (Chiacchierata in una luce verde) (Aura, 2000)


poi siamo recisi dal muro

poi siamo recisi dal muro
che fa il toglimento sottile
che fa la frattura dei pochi
richiami / ricamo veloce
di buio
nei corridoi nelle sale
che non fa ricrescere niente
occorre dire il nostro nome
(che ci chiamiamo sempre)

Gian Maria Annovi (1979, Reggio Emilia), da Persona presente con passato imperfetto (LietoColle, 2018)