dovremmo fare entrambi più attenzione a questi lunghi

dovremmo fare entrambi più attenzione a questi lunghi
silenzi per telefono in cui si agitano
correnti sottomarine come nell’oceano Indiano, perché non
ci vuole nulla a fare riaffiorare carcasse di pesci, occhi di balenieri –
né dovremmo giocarci la sera a dadi perché in fondo
davvero siamo leggeri e questo filo che tendiamo
tra noi con tanto sforzo non è che un’esca per il Leviatano

Massimiliano Aravecchia (Sassuolo, 1983), da La valigia e il nome (L’Arcolaio, 2012)

-consigliato da Marco Bini


L’energia della noia, di ciò che – musica conversazione atmosfera amata – recide ogni

L’energia della noia, di ciò che – musica conversazione atmosfera amata – recide ogni immedesimazione, di tutto quel tempo sprecato aspettando che passi, possiamo            cominciare a vederla, concentrarla
come un tizio qualunque seduto in una città
guarda e nemmeno si illude di reggere guardando –
non è nessuno ma è qualcosa, un fantasma
che distribuisce spazio, una ripetizione
giornaliera (nei suoi sogni
c’è sempre una forma che si scioglie
vene in sangue, passi in oceano, terra in cielo
ma lui tiene, non vende luoghi morti) –
pensa alla sete estinta, al nessun sapore in bocca,
a reticoli depurati da fantasie
sulle sue dita che si muovono e si stringono,
non assorbe la strada e, prima di alzarsi,
si sente un organismo volatile
e ben congegnato
per lo più costituito da acqua.

Ho pensato di scrivere sul disprezzo del mondo.

Marco Villa (Lecco, 1989), da Un paese di soli guardiani (Amos, 2019)


Gelsi

Hai fatto questo semplice gesto con la mano:
l’hai sollevata fino al volto,
l’hai tesa verso il mio finestrino,
mentre guidavo: ho guardato,
e contro la luce caliginosa
della mattina li ho contati,
otto, otto gelsi a chioma aperta
come la coda di un pavone imbalsamato,
in processione lungo la linea
del nostro sguardo, così perfetti
che per un attimo ho scordato
orari coincidenze
e ho rallentato per capire
come mai di otto alberi in fila si possa dire
“guarda che belli!”, come hai detto,
se loro non decidono di esserlo e tutto
è un avvicendamento senza senso,
o se basta un movimento della mano
e un sorriso per fare di otto alberi
in riga un’illusione di riscatto.


Massimo Gezzi
 (Sant’Elpidio a Mare, 1976), da L’attimo dopo (Sossella, 2009)


la notte è ancora lunga quando ottobre

la notte è ancora lunga quando ottobre
è la prima stagione dei monsoni
di questi caratteri tropicali:
certamente qualcosa è cambiato
fra te e il mondo
se nemmeno riposiamo in pace
non del tutto eredi di qualcosa.
e noi siamo quelli premuti
con la testa contro il piede
al pari dei serpenti
per le nostre oscenità
dette altrimenti debolezze.
Marco Corsi (Montevarchi, 1985), da Le acque (L’Arca Felice, 2014)


Dicembre

Dicembre, non ancora Natale, e neppure Hanukkàh.
Ancora poche luci accese nelle strade,
nessuna slitta con renne sui vetri dei negozi.
Al posto della neve pioggia nera battente,
a cui sfuggire mentre i passanti ci respingono.
Niente abeti, ma platani macchiati dal loro cancro bianco.
Può stupire non associare tutto questo alle tenebre,
al vuoto, alla paura. Eppure il buio non è buio,
l’acqua non è disagio, né l’indifferenza un’offesa.
Succede a volte fino a che siamo vivi,
di provare una pace inspiegabile. Forse la letizia
di cui parlano i santi e che non chiede niente,
è solo attenta, premuta sulla terra, distante dalle stelle.
Antonella Anedda (Roma, 1955), da Historiae (Einaudi, 2018)


La sirena copriva la città col sacrificio

La sirena copriva la città col sacrificio.
A lungo ho sentito solo sentito
la voce della sirena.
Saliva regolando la vita della pianura
e limava ogni cosa al dovere
voltando da sotto la città satellite.

Antonio Riccardi (Parma, 1962), a Gli impianti del dovere e della guerra (Garzanti, 2004)


Uno dei miei io dorme sempre

Uno dei miei io dorme sempre,
dietro i miei occhi c’è sempre un occhio
chiuso – così il mio cervello è nutrito
e intanto posso guardare la terza stagione
di Gomorra, Bucks Cavaliers, sfornare
articoli, mangiare con, bere con,
forse innamorarmi, forse fare
la scelta consapevole di avere figli,
provare a dare forma al mondo come
in questa poesia, crescere, crescerli,
meditare su come svegliarmi.
Marco Villa (Lecco, 1989), da Un paese di soli guardiani (Amos, 2019)

-consigliato da Simone Burratti