Il vetrino

Una sera, ero in ritardo, con un asciugamano, inavvertitamente, ho urtato una preziosa bottiglietta di profumo, che è caduta. I pezzi sono stati raccolti, quasi tutti in un primo momento, altri nel corso del tempo, a mano a mano diminuendo le proporzioni dei reperti. Dopo un mese in un anfratto del pavimento è comparso un vetrino trasparente, ma nessuno l’ha raccolto.

È passato altro tempo, ogni volta che entravo nel bagno
lo vedevo e mi ripromettevo: «Prima di uscire
lo raccolgo e lo butto»,
e nelle mie faccende lo tenevo d’occhio
perché non se ne andasse o scomparisse
tra le frange del tappeto o altro.

Ma il bagno libera i pensieri e al momento
di uscire dalla stanza un’altra
memoria ne prendeva il posto,
e il vetrino è rimasto e negli ultimi giorni
è diventato un’ossessione, un’ossessione
all’ultimo secondo regolarmente rimossa.

E oggi mi sono impuntato,
mi sono concentrato più di ieri
e più dell’altro ieri e ce l’ho fatta:
è stata una vittoria graduale
di una memoria su altre memorie.

Ho allungato la mano e con sorpresa
il vetro non ha opposto resistenza:
è stato docile, si è fatto raccogliere
come se per tutto questo tempo
avesse atteso me, il mio intervento.

Adesso non so se per pietà, per un senso del dovere
per rispetto o per amore l’ho posato
sul nero della scrivania, davanti a me,
e scrivendo lo contemplo e raccolgo
la sua storia di cosa legata alla mia,
e uno stesso appartamento ci contiene.

Sono orgoglioso di averlo salvato
e lui risponde alla luce e manda timidi bagliori.
Ma io ci vedo dentro il firmamento e questa notte
lo metto all’aperto e me lo guardo
perché c’è la luna, perché ritorni,
nella chiara altezza di cobalto, il cielo.

Stefano Dal Bianco (Padova, 1961), da Ritorno a Planaval (LietoColle-Pordenonelegge, 2018)


Così trasporti gli anni

Così trasporti gli anni
tra falsi amori
perché nulla cambi,
riducendo in pigrizia
ogni terrore: nel punto fermo
senza distorsioni, tra due inaccessibili
passioni, che nulla si avvicini
veramente, che nulla se ne vada.

Patrizia Cavalli (Todi, 1947), da Poesie (Einaudi, 1992)


Voi, che in alto mare o a cento metri da riva 

Voi, che in alto mare o a cento metri da riva
gettate in acqua i profughi a affogare,
voi che li rapinate del poco rimasto,
lì, ancora a bordo, o con decreto di Stato
(perché rimborsino così l’assistenza),
voi che li chiudete sui treni, che al confine
li bloccate per mesi, che innalzate muri
e reticolati, e voi che ne acciuffate centomila,
giunti – fra guerre, viaggi, fame e centomila
pericoli – e li rimpatriate sui charter,
voi, che vi fate esplodere nei mercati,
o preferite invece imbottire di tritolo
ragazzini innocenti,
voi che bombardate a tappeto,
(e qualche volta – ma chiediamo scusa –
perfino, per errore, gli ospedali)
voi che demolite le case dei vostri oppositori,
voi che radete al suolo città vive
e città monumento (impiccandone i custodi),
o, perché no, la foresta amazzonica,
voi che sparate nei locali sugli inermi,
e voi inventori dei desaparecidos,
dei voli della morte,
voi che rapite, odiate, mozzate
mani, piedi, nasi, orecchie, sessi,
strappate occhi, unghie, lingue e denti,
tagliate teste, filmate, proclamate,
– meglio in nome di Dio, per dare un senso –,
voi che, in nome della giustizia
eseguite condanne a morte,
che trucidate suore e missionari,
cooperanti e volontari,
voi che incendiate prigionieri in gabbia,
che vi schiantate con gli aerei sui palazzi,
che riducete in schiavitù i bambini,
che ne abusate o ne vendete il corpo,
o li gettate dall’ultimo piano,
voi che sparate all’impazzata
in una scuola o in un campus,
che seppellite vivi, che profanate tombe,
voi che create campi segreti
di lavoro e sterminio,
e date corso a aborti programmati,
voi trafficanti di droga, di armi, di organi,
di rifiuti tossici, di cibi avariati,
voi che operate la tratta delle donne,
voi che sfruttate, estorcete, raggirate,
voi bulli, voi ricattatori,
voi che strozzate popoli e nazioni
col debito, voi
che conculcate libertà e istruzione,
e voi che sopra sfoggiate parate,
e sottoterra testate l’atomica,
vivisettori, e voi che costringete
gli orsi sdraiati in gabbie su misura
o che inchiodate i piedi delle oche
per lucrarne fegati più grassi,
che sterminate foche, balene, visoni,
voi che inquinate,
che date fuoco ai gatti, perché correndo impazziti
appicchino ai boschi gli incendi dolosi,
voi che date fuoco ai barboni,
voi stalkers, baby-gangs, ultràs, e hooligans
che circondate una mendicante a terra e le orinate addosso,
voi satanisti, voi squadristi e neonazisti,
voi revisionisti e negazionisti,
voi che perseguitate razze e orientamenti
diversi di pensiero o di sesso,
voi che picchiate la moglie e i figli,
che trucidate madre, padre, moglie, figli,
chiunque, per gelosia, un insulto, quattro soldi,
un sorpasso, un posteggio, una squadra di calcio,
che maltrattate gli anziani e i disabili,
percuotete i dementi, trascurate i malati,
li sopprimete a tradimento in ospedale,
o vi fate, a scherno, un selfie col cadavere.
voi che per denaro operate chi è sano,
voi che abbandonate bambini e animali,
voi che torturate gli inermi,
che rinchiudete nel buco di una cella
ingiustamente (o giustamente, con giustizia
dai modi ingiusti), voi ‘giusti’
che impunemente picchiate i prigionieri,
che con viltà infierite su chi è debole
o privo di risorse, e che ridete
sulla sventura altrui e sul dolore,

considerate la vostra semenza,
considerate se questo è un uomo.

27 gennaio


Alessandro Fo
(Legnano, 1955), da Esseri umani (L’arcolaio, 2018)

-consigliato da Claudio Pasi


Adesso vorrei che fosse tutto ricoperto

Adesso vorrei che fosse tutto ricoperto
come si seppellisce un morto,
che della terra fosse portata, e ricoprisse la casa,
le stanze piene di terra,
che fosse ricoperto il canale,
e solo scavando si riscoprirebbe un giorno la strada,
si ritroverebbero i fili d’acciaio, arrugginiti, della luce,
si capirebbe, forse, che quel villaggio era una miniera,
scavando ancora si riscoprirebbero le gallerie
scendendo sotto nella terra rossa,
si riscoprirebbero cose
che io non ho mai visto.

Claudio Damiani (Foggia, 1957), da Poesie (Fazi, 2010)


Pure, ripete la voce

Pure, ripete la voce: «Non arrendetevi,
se avete conosciuto una forma della vita,
restate fedeli alla vostra ferita,

sappiate che testimoniare il vero
è sempre scomodo nel mondo attuale, e voi
che gridavate il vero, magari male, ricordate

che lo gridavate soltanto per la verità,
e non per il potere, che se ne servirà
sempre, come sempre criminalmente

il potere agisce e copre, devia e mente,
mentre voi che cercavate la verità
in mezzo alla strage della Città e alla cenere,

eravate tra i cittadini migliori della Polis,
e non i delinquenti che vogliono far credere… »

Gianni D’Elia (Pesaro, 1953), da Trentennio (Einaudi, 2010)


Mulinuccio

I piloni altissimi, incombenti, strati
di cemento e blocchi, uno sopra l’altro,
a costruire strutture ruvide, inattaccabili
e le faglie che si aprono sono memorie
sono solchi nella pelle, quando
non c’era più niente da fare e dall’alto
li vedevi che precipitavano “Fermatevi
un momento, aspettatemi, vi prego” e loro
non aspettavano, non potevano.

Eccoli per terra che ti guardano.
Così gli anni passano lenti
sono scorati come i volti, nodosi:
la moglie che ti caccia di casa, esausta
i vicini stizziti, l’arancio, l’arancio
in ogni spostamento e la vertigine
purissima.

Sopra c’è tutta una velocità diversa,
c’è un trangugiare i chilometri. Si sentono
esplosioni, camion pesantissimi, e
anche quando si capiscono i perché
(eccola la ragione, eccolo il suo sgranocchiare)
non per questo non c’è napalm e baratri
profondi: c’è quiete, ma è indifferenza,
e anche il fiume , l’oltrefiume, la Lora
sono sommersi, si abbandonano al flusso.

Guardaci qua sotto, guarda noi
che non ti vediamo tanto sei alto,
consegnaci qualche parola, abbi pietà
se ridiamo; non vogliamo recarti dolore,
un gesto, un segno, è abbastanza, poi
ce ne andiamo, lo prometto, perdonaci.

Pietro Cardelli (1994), da Quattordicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos Y Marcos, 2019)


Periplo

Bisogna prima attraversare il palcoscenico 
di un campiello polveroso messo  sghembo 
con due case rosse a far da quinta e una curva 
per funamboli provetti  

un passaggio  obbligato 
una dogana dove lasciare il pegno 
del tuo irrompere  maldestro  in quell’eden d’acqua 
luce riflessa e orizzonti sconfinati. 

ti spetta ora  una strada stretta fra due rive
che corre tutto intorno alle barene e anche oltre 
dove non credi sia più possibile arrivare

una strada piana talvolta solo un sentierino
che ti porta dove lei vuole e non c’è mai meta
un luogo definitivo in cui sostare

rallenti allora e guardi indietro 
-magari con un poco di apprensione- 
la strada fatta  e la distanza  
da ciò  che hai avuto cuore di lasciare

solo due case  laggiù due tetti grigi
che appena si lasciano scoprire 
sopra il contorno di due aironi in volo
il resto è tutta laguna e il suo cielo orizzontale

e così sai che qui  ogni cosa torna
ed è forse  il momento di rientrare.

Lino Roncali (1949), Lio Piccolo (Lietocolle, 2019)