Su un modo di innaffiare i gerani

L’esercizio più difficile è trasportare l’acqua da una stanza
all’altra, quest’acqua tutta
a mani nude. I palmi molli, le unghie come le conchiglie. Il buio
sta in cucina,
sotto al tavolo. La luce si assottiglia in quella linea da seguire,
il fallimento che va dal bagno ai fiori sul balcone.

Alessandro Grippa (Treviglio, 1988), da Opera in terra (LietoColle-Pordenonelegge, 2016)


Forma-luce

Riconoscerti era la vera proiezione,
vedere te, non la forma che ti sfida,
le sue astrazioni, nel distinguere
che non ha corpo, farti quadro
e dire di averti salvata: l’intuito
questo era, ma vero, sincero, materia:
la fontana stinge riflessa da una luce
metallica, il suo calore silenzia
le ultime parole, si deposita sul fondo,
riceve le monete più o meno piccole,
il rame fluorescente – ma l’occhio
vede sempre più di quanto vorrebbe,
lui e le sue stratificazioni, la segue
lei che che è la vittima più pura, la preda
definitiva, mai doma
ora che si sono invertite le parti –
se cammino tocca pensare, tocca
percepire te che sei un fantasma, sei
la mia mente, o forse
no – la fontana era finta, era
un sogno, una proiezione dall’alto
a volte interrotta, c’era un errore,
un malfunzionamento: era un noi, un voi,
eravamo tanti e la luce resisteva,
non cessava: il semaforo
lampeggia arancio, è un’ipostasi
del presente, mi trascende e mi segue
fino agli ultimi passi prima
del cancello poi del portone: dietro
la luce si fa fioca, non ha forze,
è un neon esausto e incerto:
una macchina da presa lo cattura,
nasconde le forme, rende un passato.

È tornato dalla comunità e
disperde ciò che ha costruito, trova pace
nella contemplazione. Il market all’una di notte,
la radiazione della corrente, sottilissima, la serratura
che si ritrae e indietreggia, quasi anche lei
si opponesse, quasi avesse parola
sono gesti conosciuti.

Ho atteso qualche secondo prima
di aprire la porta, volevo che l’apertura
avesse un suo significato, una sua
solennità, fratellanza.

“Se spingo e qualcuno si oppone sto bene”

Pietro Cardelli (Borgo San Lorenzo, 1994), da Quattordicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos Y Marcos, 2019)


mi ero persa

mi ero persa
e sono stata
ritrovata
dalla storia
umana


anni di gatte
che rimangiano la placenta
e io niente


recupererò
il tempo perduto partorirò
figli/e
anche cerbiatti
per compensare


li lascerò liberi
nella foresta a ripopolare

Alessandra Carnaroli (Fano, 1979), Sespersa (Vydia, 2019)


Questa poesia non è

Questa poesia non è
per te né per nessuno
non lascia alone
ha l’aut. min. ric.
non odora di chiuso
e poi
non si fa i fatti miei
ha tutte le carte in regola
è ochei.

Questa poesia è bielastica
può essere una esse
o volendo un’ixelle,
questa poesia si stende
come una parte del corpo,
una pelle.

Questa poesia non quadra
il cerchio casomai
si acumina in un rombo,
questa poesia non è
per te che sparirai
prima che tocchi il fondo.

Luigi Socci (Ancona, 1966), da  Il rovescio del dolore (Italic Pequod, 2013)


Fossi nel pianto, nel rovescio della medaglia, nel disordine

Fossi nel pianto, nel rovescio della medaglia, nel disordine.
Fossi nelle nove code dei gatti, nei numeri divisi, moltiplicati.

Fossi nelle finestre aperte su cortili sbagliati. Fossi varianza, polimetria.
Fossi plurale, incerto, tradotto. Fossi piega della mano.

Altro e identico.
Leonardo Barbera (Catania, 1979), da Varianze (Ladolfi, 2015)

-consigliato da Antonio Lanza


Accumulavi cifre, ordine, controlli

Accumulavi cifre, ordine, controlli
e invece accrescevi sempre di più
l’ignoto. Credevi di essere
in un luogo certo
e invece eri in un altro, sconosciuto.

Il costruito, il detto
è il passato,
appena è compiuto e detto
è stato.
Non c’era altro da fare
che affidarsi all’ampia discesa
e scendere, lasciarsi alle spalle le alture
e scendere,
scendere ancora più in basso,
in silenzio.

Cesare Viviani (Siena, 1947), da Credere all’invisibile (Einaudi, 2009)


Vigilia

Uno strato spesso ci chiude il cielo
e tutto è rivelato: l’albero di giuda
spoglio nel giardino, la solitudine del cane,
l’agrifoglio rosso che guida lo sguardo nella fratta.
Siamo chiusi qui dentro noi, che aspettiamo qualcosa,
il compimento del nostro tempo forse, forse la fiammella
che pure tiene nello spiffero invernale. Fa male
certe volte sapersi vivi, così esposti al lato d’ombra
inadatti, distratti, diseguali, giusto un po’ troppo, o appena meno.
Non proprio fuori del secolo, ma appena, un poco,
a lato. Il volto sfocato della foto, quello che s’è girato,
che è venuto non proprio male, ma gli occhi erano chiusi.
Come sarà il tempo a venire? Nevicherà? Avremo figli?
Barcollano i palazzi nel buio, le ombre
li divorano piano. Avevamo un’altra idea degli eroi
che non queste tiepide case. Dai vetri spiamo
i passanti. Un forestiero che ama la città, i bui
tra l’uno e l’altro lampione. È questo quello che siamo?
Perdersi, stupire, essere come possiamo.

Azzurra D’Agostino (Porretta Terme, 1977), da Alfabetiere privato (LietoColle-Pordenonelegge, 2016)