Discorsi

Parlare con la gente
è fatica:
sempre spiegarsi, ripetere,
mettersi nei suoi panni.
E comunque alla fine
cosa si ottiene?
È dura, la gente.
Tocca sempre riprendere da capo,
chiarire, chiedere, rispondere,
senza mai essere sicuri
se quello che si vuol dire
è veramente arrivato.

Arrivato poi – dove?
Dentro le teste
è buio, non lo sappiamo.
Uno di fronte all’altro
siamo affacciati a un pozzo senza fondo.

Ogni volta ci chiama, tutto quel vuoto,
ci vuole. E noi, giù frasi.

Dirsi quelle due cose,
con le persone,
più ci si tiene più
sembra impossibile.

A volte si sta lì davanti a loro
come i parenti al cimitero
coi fiori in mano
davanti ai marmi, alle foto.

 
Umberto Fiori (Sarzana, 1949) da Poesie 1986-2014 (Mondadori, 2014)


Se il nostro luogo è dove

Se il nostro luogo è dove
il silenzioso guardarsi delle cose
ha bisogno di noi
dire non è sapere, è l’altra via,
tutta fatale, d’essere.
Questa la geografia.
Si sta così nel mondo
pensosi avventurieri dell’umano,
si è la forma
che si forma ciecamente
nel suo dire di sé
per vocazione.

Silvia Bre (Bergamo, 1953), da La fine di quest’arte (Einaudi, 2015)


In quei pochi minuti quando affiora

In quei pochi minuti quando affiora
come un volto la voglia
(quando zampilla da sotto la lingua)
non c’è più tempo per i corollari,
vuoi tutto, anche la sua ombra,
fino al prosciugamento,
fin quando non rimanga della fine
che il contorno, il tuo riflesso sul vetro,
la linea che separa le infinite
galassie dal tuo vero appartamento.

Federico Italiano (Novara, 1976), da L’impronta (Aragno, 2014)


Il salmo di Marijana alla figlia Sara

presso l’acquasantiera col dragone,
sotto le teste di serpente sul rosone

avvicinati alle campane, battile per quattro volte,
solleva l’icona della vergine, sollevati dagli uomini in nero,
e bagnati la fronte di acqua come i delfini
sulle spalle di una ragazza tatuata che si fa il segno

trasforma in roccia i serpenti sotto il sole
sul rosone che la mattina si ribella al bianco,
inghiottendo i veleni del mondo,
combatti dolcemente per dare senso

e porta la mia richiesta, anche il suo pudore,
sulle spine del capitale come susini e uva –
gustano la tua bocca, ascolteranno la libertà
e il sapore quando sanguinano le labbra

Christian Sinicco (Trieste, 1975), da Ballate di Lagosta (CFR, 2014)


Succede. È successo più volte

Succede. È successo più volte
sempre quasi fuori quadro di sbieco
tra le tempie e le lenti.
Succede che qualcosa si rompe
che si sgretola il soffitto sul sofà
appena intravisto nell’atto
di cedere, di essere cenere
bianca: crepa.
Avviene un principio
un seguito e un esito
che mentre succede accade una svista
ma già sapevamo sarebbe successo
che il bicchiere sull’orlo sarebbe
caduto.
Succede e anche spesso
dell’altro di fianco, un alone
di fatti, un lenzuolo disteso
che si alza atterra in giardino e ricopre
la nostra visione: un ospite

atteso e la pioggia di rane.

Luciano Mazziotta (Palermo, 1984), da Previsioni e lapsus (Zona, 2014)


tutto quello che serviva

tutto quello che serviva
stava nella scatola
una scatola piccola piccolissima
perché l’amore – era scritto sopra
non occupa spazio 

Roberta Durante (Treviso, 1989), da Club dei visionari (Di Felice Edizioni, 2014)


Pagina del Sole Buffone

Il posto della testa non è la testa, ma l’ombelico
spesso è tra le gambe,
a volte l’inverno se ne va, ma il gelo rimane,
viene la primavera ma non i fiori,
a volte l’autunno è a settembre e l’estate a maggio,
dalla polvere s’innalza il ponte del sole,
dalla pioggia vengono le radici del fango.

 

Adonis (Qassabīn, 1930), da Singolare in forma di plurale (Guanda, 2014)