Storie dell’armadillo, 2

Addosso la corazza e l’elmo in testa: così va
con la sua vista scarsa e le sue carni
deliziose e protette. Va perché va,
perché bisogna andare, perché il mondo
è grande, il tempo breve. Poi il profumo
di certi fiori, davvero delizioso.

Fabio Pusterla (Mendrisio, 1957), da Corpo Stellare (Marcos y Marcos, 2010)

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‘na broca de giazo che se spaca in

‘na broca de giazo che se spaca in
tel selase: e ti che te scondi i tochi
drio le rosare brusà de polvare.
‘na bisa che fin che te dormi la se
slonga pian tra i nizoi e pare che
a zuga. Inveze a te ciapa e misure.

Andrea Ponso (Noventa Vicentina, 1975), da I ferri del mestiere (Mondadori, 2011)

Una brocca ghiacciata che si spacca in
cortile: e tu che nascondi i pezzi
dietro i roseti bruciati di polvere.
Una biscia che mentre dormi si
allunga piano tra le lenzuola e sembra che
giochi. Invece ti prende le misure.


Notturno

A così breve distanza di me
asse e buio della mia gravitazione
faccio irruzione nella mente di chi sono
celebrando l’ascensione del sonno:
ecco la terra persa, notte
vento d’estate vieni
vento che mi sottrai e imporpori
e viene un notturno che si depone
come il palmo di un padre
ma dove vai ma dove
ma ‘ndolà vastu, ce fastu, tu, garibaldìn
tu così qualunque
avevi dieci anni leggeri
vele mosse dalla medesima brezza
avevi due mani un faccino
dieci dita per contare gli anni
e tutto un suolo, piumato di freschezza;
avevi di te
quanto bastava di te.

Pierluigi Cappello (Gemona del Friuli, 1967), da Dentro Gerico (Circolo Culturale di Meduno, 2002)


Chè?

«Che è?», la tua prima domanda.
O forse non è proprio così,
forse solo «Chè?», a proposito di tutto:
dei suoni, della luce lontana
delle stelle, del tuo corpo
e del nostro, delle formiche,
perché bastano poche lettere in fila
per aprire sprofondi, baratri,
orridi che noi ricopriamo con affanno
di parole, balbettii:
è il ginocchio, sono le stelle,
sono formiche che risalgono il muro
e lì il cancello. Tu però non desisti:
«Chè?», continui a chiedere,
anche dopo le risposte. Sillabiamo,
ripetiamo, ma sappiamo benissimo
che hai ragione tu.

Massimo Gezzi (S. Elpidio a Mare, 1976), da Il numero dei vivi (Donzelli, 2015)


Comincio a crescere…

Dite che dovrei essere nato nel 1798:
vi rispondo di sì, che lo so,
ma cosa cambia adesso?
ho la stessa pelle di allora,
Monaldo si chiama Walter,
Adelaide Giusy, e non muta
l’immutabile tangenza del destino,
caro Giordani, di un continuo ora
senza sangue blu ma col telefunken,
non si muore più di vaiolo o scrofolosi, lo sa?
sono cambiati i sensi di marcia
delle carrozze, molti più segnali per strada
e i cocchi vanno veloci che è una meraviglia…

Da piccolo avevo una corporeità raminga,
impugnavo la bicicletta a ventisette dita io!
Senza dimenticare i piedi acronimi,
io ci facevo le parole crociate. Giovinezza
lene con questi stupidi (o stupiti?) giochi;
la grande scoperta
e rivalutazione del sagnue
tra i due e i tre anni;
le spugnette nella bacinella
dei quattro coi fianchi tiepidi. Bambino con schiuma:
sì rido, potrebbe essere
il titolo di un quadro di… Poussin?
Ma io guardo di sbieco
e non ricordo nessun pittore, solo
quel tipino che mi fece il ritratto
sul molo di Porto Recanati, tenendomi vicino
al foglio, nero su bianco, Biagio
lui il suo nome, Blaise
se fossi andato in Francia,
che so a Parigi, o nel Perpignan,
per me lui contava più di un padre
– avuto e mai rinnegato. Del resto -.
Uno così la giovinezza
gli avanza, non sa mai che farne:
non tua moglie però, Questo
mi verrebbe da pensare
vedendomi adesso
se io fossi un altro.
Tra i Duran Duran e Aristotele
mi si sono allungate
le unghie, da bimbo a ragazzino facendomi.
Petulco ero, come
si dice in buon idioma carducciano
e come da foto risulterebbe.
Ma non è bello – lo giuro –
non ridere quando tutti i bambini dell’asilo
ridono; non sospirare
quando tutto lo fa.
L’unico modo che paga
la mia diversità è l’arroganza
della debolezza, spergiurare
di essere diverso perché migliore.
Migliore nel darsi da fare,
a leggere, a tradurre, a mentire.
Scuola: mia sacra e unica famiglia.
Professori o padri da rispettare,
madri da amare,
sorelle da desiderare,
fratelli da rimproverare;
tutto il nucleo stretto e diretto
dell’amor proprio.

Flavio Santi (Alessandria, 1973), da Il ragazzo X (Atelier, 2004)


Chi separa e scarta secondo un progetto

La grandezza è una disinvoltura, non è uno stile.

A. Martín

 

Chi separa e scarta secondo un progetto
crea esuberi incessanti.

Scriviamo senza calore
non ciò che avreste voluto
ma quello che non avete
pensato. Non per riscatto
ma per vendetta.

Non è mai
ciò che abbiamo scritto.

 

Alberto Pellegatta (Milano, 1978), da Ipotesi di felicità (Mondadori, 2017)


Le attese hanno nomi precisi

Le attese hanno nomi precisi
soste verso il futuro,
si muovono su grandi quaderni della lezione
attraverso filamenti e carta di luce.

 

Luca Minola (Bergamo, 1985), da Pressioni (Lietocolle, 2017)