Il padre chiama tutta notte.
La madre scaglia l’apparecchio
(non ce la fa più
a sentirlo) sul letto.
Lo riaccosta all’orecchio (ché è ancora là),
per sentirsi ripetere
che lui non è mai venuto meno
– lo riconosca, quello
almeno – alle sue responsabilità.

L’albergo dove dorme non ha gli scuri:
ogni volta che squilla di nuovo il telefono
riapre gli occhi e nell’albume di luce si vede i piedi, le gambe magre.
Potrebbe spegnere, invece aspetta, risponde, si lascia invadere.
Per punizione.

La bimba piange, con il padre.

Il padre aspetta che la bambina si riaddormenti
e chiama ancora (è mattina
ormai) la prega: “Puttana… crepa… non andare”.

La bimba ride, con la madre, nel sogno.
Ride fino a farsi venire la febbre.

La madre, disperata, scrive mio
all’uomo che nel giorno dopo,
nella vita dopo, la attende.
Lui risponde subito sì.

La bimba chiede (è andata via
la febbre) se è sabato, al padre che oggi non va al lavoro.

Che cosa sarebbero
queste quattro persone sole
(la bimba sola, come si è soli
a tre anni, senza neppure se stessi)
che cosa farebbero senza l’amore?

Gian Mario Villalta (Visinale di Pasiano, 1959), da Vedere al buio (Lietocolle-Pordenonelegge,2016)

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Certe mattine

Certe mattine
al risveglio
c’è una bambina pugile
nello specchio,
i segni della lotta
sotto gli occhi
e agli angoli della bocca,
la ferocia della ferita
nello sguardo.
Ha lottato tutta la notte
con la notte,
un peso piuma
e un trasparente gigante
un macigno scagliato
verso l’alto
e un filo d’erba impassibile
che lo aspetta
a pugni alzati:
come sono soli gli adulti.

Chandra Livia Candiani (Milano, 1952) La bambina pugile, ovvero La precisione dell’amore (Einaudi, 2014)


bisogno della di

bisogno della di
tutta la verità intima
il ritrovato del perso
attaccare ai muri le lettere
le una a una lettere
l’alfabeto.

e dimmi il dirmi
le parole buchi che vincono
la fatica la mancanza di
per pensare la corsa
il così sbagliato andare
le case il ritmo/le cose.

poi a volte il mio bambino ride.

Silvia Salvagnini (Venezia, 1982), da Il seme dell’abbraccio (Bompiani, 2018)


Sei rimasto seduto

Sei rimasto seduto
dove stavi seduto da prima
senza il cappello per tenere il posto
che comunque nessuno vuole.

Ti attieni ai fatti.
Te li tieni stretti.
Guardi sembrare immobile
l’acqua dei rubinetti.

Luigi Socci (Ancona, 1966), da Prevenzioni del tempo (Valigie rosse, 2017)


Non vi sarà parola, nome, data

Non vi sarà parola, nome, data
vita che non sarà scontata –
tutto è scritto, per sempre, su questo
referto senza verità –
polvere nelle vene
vento nelle mani
anni di nessuno – un’ora
insanguinata
che ci conosce e chiama,
dentro noi,
cancellando il tempo.

Attraverseremo
ancora una volta vivi questo sparo,
questo sangue imprigionato
nel nodo di un’arteria
nel soffio divorato di un respiro,
ce ne andremo soli, controluce,
nel luogo disabitato
nel nudo feroce –
un silenzio
precedente
che ci appartiene.

Alessandro Bellasio (Milano, 1986), da Nel tempo e nell’urto (LietoColle – Pordenonelegge, 2017)


Le fasi della luna

Trapela, nella camera oscura
come l’intelligenza nel cuore.
Illecita, ingannevolmente stanziale.
Chinata sulla sua metà in ombra
sul fianco di una panca
la faccia girata a non guardarsi
in un confuso abbracciarsi di gambe
come fosse questa l’ultima notte
per dormire insieme
non il mio sonno senza sollievo
ma il nostro che non ha rimorso.

Biancamaria Frabotta (Roma, 1946), da Da mani mortali (Mondadori, 2012)


Chat sciatt

Grz x il msg
t risp in rit
xke sn
smpr trp occ
ma tvb tvtrb tat
spr di ved prst
t asp
cm
s asp il sle
dp un tmprle

Chiara Carminati (Udine, 1971), da Viaggio verso. Poesie nelle tasche dei jeans (Bompiani, 2018)