DIE NULL

Capitiamo ogni giorno dentro il nulla:
conciliante sospensione
nell’attimo in cui il sonno ci sorprende
e ultima boccata di vuoto al risveglio
prima di arrendersi ai pensieri.
Ma sempre dentro il vuoto
lo spillo di un’ape si aggira:
è quella punta di risentimento
quando si affaccia l’ombra della morte
al davanzale mentre stiamo vivendo.

Anna Elisa De Gregorio (Siena), L’ombra e il davanzale (Seri Editore, 2019)


La lingua del destino

Queste sono solo le mie strade, alla fine. Un mondo
che possiamo meditare e proteggere
mentre si addensa, onda o punto o nulla.
Questo: le origini, i flussi del cosmo sulle erbe
di ogni notte, il bosco e la corrente
che mi porti vicino, una domenica sul tardi.
Mi sento pensato in un linguaggio.
Ci sono le stelle, dici. Tante sul terrazzo.
Per questo dico: ho visto quell’uomo camminare
– e lo dico solo a te – nel buio, ho pensato
fosse venuto per te,
ho pensato a difenderti.
Ogni formula adesso è attraversata
da quel vento che ruota fra queste montagne
e colpisce la nostra casa più di altre. Fende
i numeri, le combinazioni astrali, quasi fosse
amore, questo vento, il viso che sorride
mentre giochi e sembriamo vicini alle vette.
Mi piace qui lo dico anch’io.
A volte per primo.
Sorridiamo ancora, compariamo le grandezze,
e ci dimentichiamo della casa.

Tutto questo, ora lo so, ha un valore collettivo.

Gabriel Del Sarto (Ronchi, 1972), da Il grande innocente (Aragno, 2017)

-consigliato da Gianluca D’Andrea


Mattino

Luccica un vetro
– e un altro, più in alto –
in un palazzo là in fondo.

Sul mio terrazzo
sento che sole e casa
e mondo e sguardo
mi guardano da dietro.

Umberto Fiori (Sarzana, 1949), da Poesie 1986 – 2014 (Mondadori, 2014)


È morto oggi il bicchiere azzurro latte

È morto oggi il bicchiere azzurro latte
scivolato da un gradino troppo alto
della credenza, avrebbe versato ancora.
Se n’è discusso a tavola
come di una cosa viva, un vecchio
che assieme a noi beveva molto.

S’è infranto il sogno del bicchiere azzurro latte
di essere infrangibile: il silicio s’è sciolto
pure nelle nostre bocche ed è parso testamento,
i minuscoli detriti sparsi ovunque
una memoria esplosa di  tutto un firmamento.

Ha dato da bere agli assetati, compito assolto
nella forma ed assoluta trasparenza.
Simone Di Biasio (Fondi, 1988), da Panasonica (Il Ponte del Sale, 2020)


N.

Continuava a scrivere in una forma ossessiva,
mi guardava, e poi (sopra a tutto)
le accensioni a intermittenza, gli sguardi abbassati
mentre mi accanivo su me stesso.
“Osservami”, mi dicevo,
gli occhi che camminano e le cicale
che gracchiano sopra la corrente,
oppure più in là, sebbene fosse impensabile,
dove qualcuno controlla tutti i messaggi
e li trascrive, e le forze che si concentrano
sui marciapiedi, fra passo e passo,
svelano altri dettagli, più veri, dolorosi.
Ma questo cammino: le balze, i querceti
i trabatelli altissimi e profondi, era sempre
un andare-oltre e cadere, un farsi
del male: non c’era solidità né crescita
nella progressione, non era progressione. C’era tutto
un baratro da attraversare, e da capire.

Mi sono perso d’animo e ho abbandonato
la vitalità, scarna ma sempre vitalità
“vi-ta-li-tà” ripetevo. Sono
diventato astioso: “la soluzione più degna”
forse, è vero, eppure evitabile, così
che oggi ricordo poco se non gli sguardi dall’alto,
i più crudeli, e le mani, strette, venose
sempre in anticipo sul niente, e il sorriso crudele.

Ecco la soluzione, non era
era il tiglio sul marmo di casa, l’acero splendente
ripulire le foglie a una a una, accompagnarle
con cura al cassonetto. Finalmente
eravamo in due, eravamo gentili.

Pietro Cardelli (Borgo San Lorenzo, 1994), da Quattordicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos Y Marcos, 2019)


Sosta

Il treno porta ritardo
e non si muove, non parte.

Il sole non si vede quasi
ma è già chiaro dall’altra parte
come se tutta questa luce che viene
la facessero quattro case.

Umberto Fiori (Sarzana, 1949), da Poesie 1986 – 2014 (Mondadori, 2014)


UN MISTERIOSO ALBERO-MOTORE

E poi un giorno c’investe
un ordigno
tralucente e radioso, che non abbiamo scelto
e chiamiamo vita.

L’impulso anima e flette
un suo morbido grommo di materia
viva, un insieme di organi legati − con tubicini,
cavi e percolature − a una bocca che evoca il mare.

Ma un impasto di conseguenze illogiche, di stranianti e disutili
connessioni, inverte la dialettica
di causa-effetto dell’inanimato,
se è vero che l’amore, entro i limiti dati
dalla sopravvivenza, influisce sul corpo più del pane. Intanto l’invisibile
fabbrica chimica
sèguita a distillare, disseziona e sgocciola in cavità
infinitesimali
il frutto dissolto.

Dunque un giorno veniamo in possesso
del sogno della materia
che misteriosamente, come vedi, si muove
e appartiene a sé stessa e si pensa
e lentamente impara a non ferirsi.

Alla fine, un’altezza con figure.

Roma, 2 marzo 2018

Maria Grazia Calandrone (Milano, 1964), da Giardino della gioia (Mondadori, 2019)