Da quando il mondo è finito ti scrivo con più regolarità

Da quando il mondo è finito ti scrivo con più regolarità
(ogni giro di luna).
 
Dico finito ma esagero.
Ogni cosa è al suo posto.
Ma sono i posti 
che non ci sono più
che sono incasellati in un termitaio:
un favo abbandonato dalle api.
 
Lì 
probabilmente
esiste un Ordine Conclusivo.
(Voglio dire che il mondo non è stato ammassato a caso).
 
Ma noi non siamo interessati a queste cose.
Noi volevamo affittare un monolocale
per avere qualche rapporto intimo (non proprio sessuale):
ad esempio lavarci reciprocamente i capelli e pettinarci
e poi scegliere i nostri vestiti secondo una logica
che a me piacerebbe definire
stringente.
 
Poi volevamo costruire una libreria in cucina. Un vero ricettario
perché secondo me nella vita non si dovrebbe fare altro che cucinare
anche se poi non si mangia quasi niente.
Roberto Amato (Viareggio, 1953), Il disegnatore di alberi (Elliot, 2009)
– consigliato da Alberto Cellotto
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Quella casa isolata

Quella casa isolata
quasi nel centro del paese
era passata indenne
dalla guerra e dopoguerra
come la salamandra nel fuoco,
adesso sembrava un corpo estraneo
venuto da chissà dove.

Giampiero Neri (Erba, 1927), da Armi e mestieri (Mondadori, 2004)


Ho deciso questa gita in bicicletta

Ho deciso questa gita in bicicletta
in strade che mimano il canale
e lo costeggiano
entrano in paesaggi di traverso
sezionano il mondo per noi
in questo passare ad altro
emigranti in fuga da noi stessi.
Ecco un ponte, una chiusa
che si apre all’evidenza dello sfondo
quando non c’eravamo che tu ed io
sognanti un quartiere
oltre le costrizioni della città regressa.
Ma poi la strada ritorna
in percorsi obbligati che riportano
il nostro desiderio di capirsi
ad argomenti che opprimono
a paesaggi disabitati
di un tempo che non si estingue.
Eppure, chilometri da casa
pedalando sul confine degli ultimi campi
sembra di rivederne i dintorni…
grazia di un dubbio
di fatica non sprecata.

Nicola Vitale (Milano, 1956), da Chilometri da casa (Mondadori, 2017)


Il tuffatore (Prima di ogni epilogo)

Una svolta, fine, poi.
È quel poi che lo assilla.
Come ferve, dietro di sé, l’antico
bulicame delle cose. Buttarsi non
buttarsi. Un ramo oscilla
sul ciglio dell’occhio che precipita
in un’ardesia di fuoco,

immane

Giancarlo Pontiggia (Seregno, 1952), da Il moto delle cose (Mondadori, 2017)

 


Ah smetti sedia di esser cosi sedia!

Ah smetti sedia di esser cosi sedia!
E voi, libri, non siate così libri!
Come le metti stanno, le giacche abbandonate.
Troppa materia, troppa identità.
Tutti padroni della propria forma.
Sono. Sono quel che sono, Solitari.
E io li vedo a uno a uno separati
e ferma anch’io faccio da piazzetta
a questi oggetti fermi, soli, raggelati.
Ci vuole molta ariosa tenerezza,
una fretta pietosa che muova e che confonda
queste forme padrone sempre uguali, perché
non è vero che si torna, non si ritorna
al ventre, si parte solamente,
si diventa singolari.

Patrizia Cavalli (Todi, 1947), da L’io singolare proprio mio (Einaudi, 1999).


Sono libri difficili, pagine oscure, ma non vuoi che ti basti

Sono libri difficili, pagine oscure, ma non vuoi che ti basti
vivere con il pasto che aspetta coperto da un piatto
dopo la scuola, un futuro migliore di speranze non tue.
Viene luce più tardi. Il cielo rimena
macerie. L’erba è bianca. Tu non capisci tutto
ma sei sicuro che capiscono te
le parole che qualcuno ha scritto e ti immagini
la sua vita, con quei pensieri, la pianura
dove la città di ferro si eleva intorno al borgo,
luce che piove amara, uno lo ferma per strada
vicino all’erba, ai cassoni, parlano di queste cose.

Gian Mario Villalta (Visinale di Pasiano, 1959), inedito


La luce sulle tempie

Che strano sorriso
vive per esserci e non per avere ragione
in questa piazza
chi confida e chi consola di colpo tacciono
è giugno, in pieno sole, l’abbraccio nasce
non domani, subito
il pomeriggio, i riflessi
sui tavoli del ristorante non danno spiegazioni
vicino alle unghie rosse
coincidono le frasi
questa è la carezza
che dimentica e dedica
mentre guarda dentro la tazzina le gocce
rimaste e pensa al tempo
e alla sua unica parola d’amore: “adesso”.

Milo De Angelis (Milano, 1951), da Somiglianze (Mondadori, 2015)

– consigliato da Carmen Gallo