uno stuolo di rondini traversa il cielo di giugno

uno stuolo di rondini traversa il cielo di giugno.
niente è povero, niente
ha più mancanza. il cielo nuovo
assomiglia alla mano di un bambino
che, passando, accarezza le spighe

Maria Grazia Calandrone (Milano, 1964), da Io sono gli altri (Stampa2009, 2018)

 

 


I am just a small girl in a big world trying to find someone to love

io non so che vuol dire provare il microfono del Madison Square Garden con una schicchera svagata,
poi spostare il microfono all’esterno
del leggio, perché tutti mi possiate vedere
soffiarvi contro, con smagata dolcezza, una filastrocca infantile
per l’uomo più potente degli Stati Uniti

io non so che vuol dire vacillare sui tacchi fino a sparire
con quell’aria smarrita. io non so che vuol dire calcare la mano su ogni dettaglio del corpo
fino a farsi male,
atteggiare le labbra come fossero sempre
sul punto di parlare,
poi rinunciare,
come se il cuore non avesse forza

io non so che vuol dire scoprire che la propria radiosità infiamma folle di soldati,
io non so che vuol dire sentirsi morire
quando uomini e donne che ti hanno voluta
ti scrollano via, io non so che vuol dire
quando ti chiamano bambola
e la bambola è la tua stessa carne.
io non so che vuol dire voler essere amata,
io non so che vuol dire voler essere amata
ed essere merce

ma so che vuol dire:
faccio tutto, purché tu mi veda

so che vuol dire
dire
e non dire:
non lasciarmi cadere. per favore

Maria Grazia Calandrone (Milano, 1964), da Il bene morale (Crocetti, 2017)

 

 

 


Risposta per Arturo

Se anche mio figlio, ieri, col libro di grammatica
greca aperto sul tavolo, sorridendo confuso tra il desiderio
di non dispiacermi e il pragma
della cosiddetta realtà, chiede: “A che serve?”
io dico a voi, ragazzi: la bellezza
è gratuità del gesto,
come quando vi amate,
è il momento [l’impulso] preciso in [per] cui un essere umano
si stacca da terra,
s’inginocchia e disegna
un toro
sulla parete
della sua grotta,
a Lascaux. Così,
senza motivo.
O ha scoperto il modo
per non essere solo
– e ha scoperto il modo
per non morire.

Maria Grazia Calandrone (Milano, 1964), inedito.


Canzone

Canto perché ritorni
quando canto
canto perché attraversi tutti i giorni
miglia di solitudine
per asciugarmi il pianto.

Ma ho vergogna di chiederti tanto
e smetto il canto.

Canto e sono leggero
come un fiore di tiglio
canto e siedo davvero
dove mi meraviglio:

all’inizio del mondo

c’è l’ombra bianca delle prime rose
che non sono più amare
perché canto e ti vedo tornare
come tornano a riva le cose:
senza passato,
con il petto lavato
dal mare.

Ecco!,

sali le scale come un ragazzino
che scrolla dalle ciglia una corona di sale,
dà due beccate d’indice
alla porta, s’inginocchia
in fretta, in fretta
dice: “Vieni!,
ti porto al mare” e mi sorride, dalla sua statura
di nevischio e di rose, dalla sua garza d’anima salvata
dalle piccole cose.

Dalla sua bocca bianca ride il mondo
e ridono le cose
trasparenti del cielo
se, girandosi appena
per pudore, dice: “Lo vedi, non ho più paura”

come parlando a un’ombra evaporata
nell’innocenza

calma delle ginestre, a un fiatare di rose
andato via per le finestre
aperte
fino alle fondamenta.

Così mi lasci nell’aperto privo
di peso. E allora canto
lo stare seduti
nel vivo, tutto l’amore privo,
che non smetta

la presenza perfetta
di chi non pesa

ma è senza volontà, senza maceria, senza l’avvenimento
della materia

è solo polvere che tende alla luce.

Roma, 30 settembre 2010

Maria Grazia Calandrone (Milano, 1964), inedito