Rumore, fa’ silenzio!

C’è gente che trova figure
nascoste nella carta da parati
o nelle nuvole.
A me succede lo stesso coi rumori.

Per essere più esatti, ho un vecchio phon
che appena si accende comincia a vibrare
e man mano
emette un lamento profondo.
È l’elica difettosa, o i cuscinetti a sfera,
non ne ho idea,
ma so che inizia a intonare una trenodia,
o meglio, a sussurrarla sottovoce.
Prima si avvertono solo suoni indistinti,
una folla che fugge, moto che si avvicinano,
ma facendo attenzione
appaiono via via urla, richiami.

Io mi concentro; una sera, addirittura,
sono arrivato a bruciarmi, tale è lo sforzo
per afferrare il groviglio, il nodo acustico
dell’asciugacapelli.
Perché il suo sferragliare non resta sempre uguale:
più dura, più si sciolgono gli intrecci
del fragore, le voci si distinguono.
Sento dialetti slavi, minacce, spesso spari:
un giorno sono rimasto ad ascoltarlo quasi dieci minuti
per seguire le fasi di un rastrellamento
in un lontano villaggio dei Balcani.

A volte ne esce uno squillo familiare,
credo che sia il telefono, spengo,
vado a rispondere,
ma non c’è mai nessuno: quei segnali,
si vede che provengono da un’altra parte,
sempre.
Se qualcuno ti chiama, non ci credere,
sarà un miraggio uditivo, un’impressione.

La verità è diversa:
mentre mi punto alla tempia quell’attrezzo
che sembra una pistola,
viene fuori il racconto di storie terribili,
fucilazioni, il pianto di bambini.
È come una confessione non richiesta,
una registrazione spedita per errore.
Che c’entro, io, con tutto questo sangue,
io che mi voglio solo asciugare la testa?
Ormai ci penso due volte, prima di adoperarlo,
prima di sprofondare in quell’orrore
e assistere impotente a certe scene.
Meglio bagnato, allora.
Mi verrà il torcicollo? poco male.

Valerio Magrelli (Roma, 1957), da Il sangue amaro (Einaudi, 2014)

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Guarda questa bambina / la poesia alle elementari

Guarda questa bambina
che sta imparando a leggere:
tende le labbra, si concentra,
tira su una parola dopo l’altra,
pesca, e la voce fa da canna,
fila, si flette, strappa
guizzanti queste lettere
ora alte nell’aria
luccicanti
al sole della pronuncia.

 

Valerio Magrelli (Roma, 1957), da Disturbi del sistema binario (Einaudi, 2006)


Rumore, fa’ silenzio! / antologia, Valerio Magrelli

C’è gente che trova figure
nascoste nella carta da parati
o nelle nuvole.
A me succede lo stesso coi rumori.

Per essere più esatti, ho un vecchio phon
che appena si accende comincia a vibrare
e man mano
emette un lamento profondo.
E’ l’elica difettosa, o i cuscinetti a sfera,
non ne ho idea,
ma so che inizia a intonare una trenodia,
o meglio, a sussurrarla sottovoce.
Prima si avvertono solo suoni indistinti,
una folla che fugge, moto che si avvicinano,
ma facendo attenzione
appaiono via via urla, richiami.

Io mi concentro; una sera, addirittura,
sono arrivato a bruciarmi, tale è lo sforzo
per afferrare il groviglio, il nodo acustico
dell’asciugacapelli.
Perché il suo sferragliare non resta sempre uguale:
più dura, più si sciolgono gli intrecci
del fragore, le voci si distinguono.
Sento dialetti slavi, minacce, spesso spari:
un giorno sono rimasto ad ascoltarlo quasi dieci minuti
per seguire la fasi di un rastrellamento
in un lontano villaggio dei Balcani.

A volte ne esce uno squillo familiare,
credo che sia il telefono, spengo,
vado a rispondere,
ma non c’è mai nessuno: quei segnali,
si vede che provengono da un’altra parte,
sempre.
Se qualcuno ti chiama, non ci credere,
sarà un miraggio uditivo, un’impressione.

La verità è diversa:
mentre mi punto alla tempia quell’attrezzo
che sembra una pistola,
viene fuori il racconto di storie terribili,
fucilazioni, il pianto di bambini.
E’ come una confessione non richiesta,
una registrazione spedita per errore.
Che c’entro, io, con tutto questo sangue,
io che mi voglio solo asciugare la testa?
Ormai ci penso due volte, prima di adoperarlo,
prima di sprofondare in quell’orrore
e assistere impotente a certe scene.
Meglio bagnato, allora.
Mi verrà il torcicollo? poco male.

 

Valerio Magrelli (Roma, 1957),  da Il sangue amaro (Einaudi, 2014)

 

È un testo esemplare, questo, dell’importanza che in poesia riveste il fenomeno dell’immaginazione acustica. Mossa da una dominante di umor nero, con il fortissimo contrasto fra l’atto domestico e quotidiano dell’asciugarsi i capelli dopo la doccia; e l’evocazione di scene cruente e di “storie terribili” (come se ne vedono ogni giorno alla televisione), la poesia attribuisce ai rumori prodotti dal “vecchio phon” di casa una facoltà immaginativa del tutto sorprendente. Nel discorso poetico in sé, l’andamento ritmico-prosodico si salda sempre alla dimensione figurale che è prodotta dal lavoro di metafore, metonimie, paragoni, di volta in volta suscitando evocazioni del passato, facendo rimbombare gli stridori che accompagnano gl’incubi, condensando le immagini del sogno o mettendo in prospettiva i paesaggi dell’utopia, della speranza, del fingersi un altro mondo ad occhi aperti. In questo caso, Magrelli è bravissimo a ricostruire una sorta di horror cinematografico, facendo affiorare dal rumore discontinuo e pieno di scoppiettìi di un utensile domestico che ha semplicemente fatto il suo tempo una serie di lingue disparate e minacciose, dentro una congerie rumorosa e traumatica di sottofondi acustici ben poco rassicuranti. I miraggi uditivi possono anche mettere in contatto con un’”altra parte” della realtà, ma quest’altra parte – che sembrava “familiare” come lo squillo del telefono – è minacciosa e inquietante, sospesa fra “errore” e “orrore”, nello straniamento di una domesticità capovolta di segno, capace di proiettare l’io testuale (e mai come in questo caso si può aggiungere che le metafore prodotte dai poeti grandi sono sempre “vere”, per chi legge) dentro lo choc percettivo che alla fine – grazie a un felicissimo contraccolpo umoristico – gli farà preferire senz’altro un torcicollo.

(Alberto Bertoni)


Qual è la sinistra della parola / antologia, Valerio Magrelli

Qual è la sinistra della parola,
come si muove nello spazio,
dove proietta la sua ombra
(ma può una parola fare ombra?),
come osservarne il retro
o poggiarla di scorcio?
Mi piacerebbe rendere in poesia
l’equivalente della prospettiva pittorica.
Dare ad un verso la profondità del coniglio
che scappa tra i campi e renderlo distante
mentre già si allontana da chi osserva
dirigendosi verso la cornice
sempre più piccolo
ma fermo tuttavia.
La campagna lo osserva,
e si dispone intorno all’animale,
al punto che la fugge.

 

Valerio Magrelli (Roma, 1957), da Nature e venature (Mondadori, 1987)

 

Esempio perfetto di metapoesia (vale a dire di testo che, dall’interno, s’interroga su natura e modalità del fare poesia), questo componimento comincia chiedendosi qual è la vera natura della parola: non un semplice medium comunicativo, va da sé, una zavorra atta solo a trasmettere un senso logico; ma un prisma ricco di sfaccettature e di implicazioni, capace di irradiare una polisemia di significati e di suggestioni, di suoni e di visioni. Che cosa prende forma dall’altra parte, rispetto alla “destra” dei referenti concreti? La parola occupa spazio, designa oggetti, dichiara sentimenti, ragiona: ma apre e crea anche una dimensione prospettica. E se è un corpo solido farà ombra, avrà un davanti e un dietro. Nel creare un mondo che non è solo realtà descrittiva, oggettivamente percepibile coi sensi comuni, la parola poetica può  costruire una prospettiva pittorica, con la sua fisionomia multiforme e multanime, che fa interagire musica e pittura, logos e istinto drammatico-dialogico. Allora, se è vero che tutto il mondo che abitiamo è un sistema spettacolare, quasi al modo di un Truman show di massa (si pensi all’estetica attuale di selfie e messaggini), è vero anche che alla poesia è concesso di creare uno spicchio di mondo più autentico dell’esperienza vissuta e fuggitiva, un quadro di realtà strutturato da una”cornice”, in cui l’atto del nominare per esempio un coniglio in fuga lo sottrae all’illusorietà dell’istante effimero, per consegnarlo a una dimensione figurale dotata di profondità e prospettiva, perfetto fotogramma in miniatura. Anche il paesaggio circostante, allora, diventa cosa viva, “osserva” il suo piccolo abitatore e si dispone attorno a lui. E noi lettori siamo a nostra volta dentro il quadro, rassicurati da questa nuova profondità che ci avvolge, assicurandoci orientamento e direzione: e la parola che ci attraversa assicura solidità all’immagine, presenza e senso concreto, da toccare con mano, oltre che con vista e udito.

(Alberto Bertoni)


Questa ragazza si sottrae ad ogni gesto / antologia, Valerio Magrelli

Questa ragazza si sottrae ad ogni gesto
ed è cieca ai miei inganni, né può
scorgere il filo del mio parlare,
né inciamparvi. Attraversa ogni trama
senza nemmeno sapere a cosa si sottrae,
o forse proprio questo incurante sostare
le dona prodigiosa incolumità. Così,
mi sento quasi una terra abbandonata,
su cui di sera quietamente passeggiano
uomini ed animali; e questa donna
cresce dentro di me, dolorosa
come un uccello vivo nel torace.
Paziente dovrò aspettare
la lenta espunzione di questo corpo estraneo,
che varcando l’orizzonte dei sensi
lascerà di sé solo
la sottile firma d’una cicatrice.

 

Valerio Magrelli (Roma, 1957), da Ora serrata retinae (Feltrinelli, 1980)

 

Nella tradizione lirica occidentale, per antico patto fra chi scrive e chi legge, l’Io ipersensibile (che parla, canta e magari piange) indirizza il proprio atto verbale a un Tu assente: o per malattia/morte o perché innamorata di un altro o perché sottratta al suo gesto d’amore da vincoli convenzionali imposti dalla società. È il riprodursi all’infinito del mito di Orfeo, il cantore così bravo da commuovere le divinità infernali, persuadendole a restituirgli la compagna Euridice morta per il morso di un serpente, ma anche così umano da non resistere alla tentazione di voltarsi per controllare se davvero lei lo segue mentre escono dall’Ade, così perdendola e condannandosi a cantarne per sempre l’assenza. In questo testo, che fa parte del suo primo libro di poesia, il ventitreenne Valerio Magrelli capovolge questa situazione idealizzata e consacrata – nel corso dei millenni – dalla tradizione poetica occidentale. Inizialmente il Tu femminile appare sottratto alla sua contingenza umana di corpo che vive e che si muove nella sua realtà storica, quotidiana. Ma, con il “così” che chiude il v. 7, l’io si definisce non più un soggetto umano bensì una “terra abbandonata”, nella quale “questa donna” oggetto del desiderio diventa portatrice di un dolore assimilabile a quello di un uccello che cresca nel torace: escrescenza malata, animale “altro da noi” che si sviluppa dentro il corpo umano (con le sue ali contratte e impossibilitate a spiccare il volo), prodotto mostruoso e fantasmatico di un doppio processo di metamorfosi. E Magrelli rende magnificamente lo stravolgimento e il conseguente capovolgimento del meccanismo di desiderio amoroso, quando l’oggetto del desiderio viene equiparato a un “corpo estraneo” chiamato a varcare “l’orizzonte dei sensi”. Anche un simile rito di passaggio, naturalmente, comporta una serie di conseguenze metamorfiche, fino a lasciare la traccia – minima ma indelebile – di una cicatrice, il residuo di un’operazione chirurgica, sul corpo del soggetto che ha in tutti i modi inseguito quel Tu d’amore, con “inganni”, certo, ma soprattutto attraverso il filo di un discorso e di una “trama” che coincidono col formarsi e il dipanarsi stesso del testo poetico mentre lo stiamo attraversando.

(Alberto Bertoni)


Giacomo Vit consiglia Valerio Magrelli

Giungla d’asfalto

Vagano nella notte
vasti gli autobus,
anime in pena,
scrigni di luce pallida,
tremanti, vuoti, utili
soltanto a chi è lontano,
avanti e indietro
sempre legati a una linea
di dolore
e lasciano salire ad ogni sosta
un sospiro
che sembra una preghiera.

Valerio Magrelli (Roma, 1957), da Nature e venature (Mondadori, 1987)

 

La poesia diventa “magica” quando descrive un oggetto e lo trasforma in qualcosa di diverso, al punto di apparirci nuovo, come se si vedesse per la prima volta. Ecco allora che gli autobus non sono più gli usuali mezzi di trasporto che incontriamo tutti i giorni, ma diventano “scrigni di luce pallida”, “anime in pena”, e sono “tremanti”… Diventano metafore, simboli di qualcos’altro, forse il destino dell’uomo, fatto di partenze, fermate intermedie e capolinea…
Il testo è ricco di figure retoriche, e quel che colpisce il lettore (provate a leggere ad esempio gli ultimi quattro versi ad alta voce) è la rete sonora che lo impreziosisce, attraverso allitterazioni e rime di vario tipo, che ognuno potrebbe divertirsi a individuare. (Giacomo Vit)


Gian Maria Annovi consiglia Valerio Magrelli

Essere matita è segreta ambizione.
Bruciare sulla carta lentamente
e nella carta restare
in altra nuova forma suscitato.
Diventare così da carne segno,
da strumento ossatura
esile del pensiero.
Ma questa dolce
eclissi della materia
non sempre è concessa.
C’è chi tramonta solo col suo corpo:
allora più doloroso ne è il distacco.
Valerio Magrelli (Roma, 1957), Ora serrate retinae (Feltrinelli, 1980)

 

In questa poesia di Magrelli il soggetto è descritto come un corpo che cerca di liberarsi dai propri limiti per trasformarsi in una scrittura fisica, un’ossatura del pensiero. La contraddizione di questa associazione corrisponde al bisogno del poeta di rendere esperibile, toccabile, l’immaterialità del pensiero, che si rivela però essere una struttura fragilissima, che non assicura mai al soggetto di conoscersi, di vedersi veramente dall’esterno. La fragilità della carne fatta segno, cioè di una scrittura intesa come possibilità conoscitiva oltre il corpo, è forse una metafora dell’indebolimento del soggetto postmoderno, che è diventato poroso e debole, proprio come un osso. (Gian Maria Annovi)