Respirare

L’opacità e la concretezza delle cose che ritrovava-
il corpo voltato, bagnato in quella prima
emersione nell’aria.
La realtà, il suo principio, le flebo nella vena,
esce il liquido, è il distacco
sanguigno dalla madre- ora respirava.

Guido Mazzoni (Firenze, 1967), da La pura superficie (Donzelli, 2017)

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C’è che quel che c’è

C’è che quel che c’è
sotto è nascosto,
il mondo è istante o atomo
di tempo. Non si può essere mai
mare, non si può vedere la luna
ma sulla soglia strofinerò
le polveri delle conchiglie che furono
molti volti. C’è quel che c’è
e è acqua che è fluita
nei tombini all’ombra del ramo,
ha distrutto un’orma sulla pioggia
lasciandoci pesci e insetti.
Falsi indizi dava quel che cade.
Una freccia una treccia sciolta a lato
la feccia di vino che non si lava via.
Sento raccontare ancora che miri
ai piedi, in testa. Non farlo.
Vieni. Non farlo.
Diventa dente, resta come la spina
al sicuro nel cuore del lupo
e annienta il nodo. Senza me non andare
nel viaggio fuori ai fiori
a acqua e fango.
Alberto Cellotto (Treviso, 1978), inedito.

Cantiere

Diventerà finestra
questo quadrato di mattoni,
aperto al primo chiaro
nelle ore di luce, anche d’inverno
(quando è poca, manca) e qui
nell’angolo sarà uno spiffero
la causa di un abbraccio
tra lui che in piedi osserva l’orizzonte
e lei che tutta stretta alle sue spalle
dice ho freddo, non si muove.

Dario Bertini (Legnano, 1988), da Frequenze clandestine (Sigismundus Editrice, 2012)


Il mio demone è un senzatetto

Il mio demone è un senzatetto
senza paura della tempesta
uno che abita la battigia
uno che abita la frontiera
uno che sulla sabbia nera
corre e fa capriole
aspettando che torni il sole.

Onde e vento lo prendono
schiume, salino, nuvole
e lui continua a correre
tra nebbie che disorientano
e fulmini che scardinano.

Se io con lui mi lamento
che sono un bronco gettato
sulla riva dalla marea
orme di cani e gabbiani
un groppo di nudi rami,
ride, mia vita, e dice:
“Tu sei quello che ami.”

Giuseppe Conte (Porto Maurizio, 1945), da Poesie 1983-2015 (Mondadori, 2015)


ma la luce non avrei visto

ma la luce non avrei visto
se non avessi bruciato le carte
un giorno, uscendo per strada
ho sentito di essere nudo.

ma la folgore non mi ha colpito
ho continuato a camminare in silenzio
sulla piazza, già sterminata
al primo sguardo sarei caduto.

e la vita che punge nel vento
scorticandomi vi ha vendicato
quando gli occhi mi ha aperto il canto
di tutto quello che non ho amato.

Italo Testa (Castell’Arquato, 1972), da L’indifferenza naturale (Marcos y Marcos, 2018)


Sono nata a pugni chiusi

Sono nata a pugni chiusi
e a pugni chiusi
rimango a fare muro alle stagioni.
Vorrei poter andare via con l’aria
come i turisti che sciamano leggeri
dentro la sera ferma dell’estate.
Ma stringo sempre meno, tra i capelli
raccolgo tutta l’acqua che non piove
e quando i fuochi impazzano mi pianto
contro le linee accese dei destini
come l’ultimo boato senza luce.

Isabella Leardini (Rimini, 1978), da Una stagione d’aria (Donzelli, 2017)


Il padre chiama tutta notte.
La madre scaglia l’apparecchio
(non ce la fa più
a sentirlo) sul letto.
Lo riaccosta all’orecchio (ché è ancora là),
per sentirsi ripetere
che lui non è mai venuto meno
– lo riconosca, quello
almeno – alle sue responsabilità.

L’albergo dove dorme non ha gli scuri:
ogni volta che squilla di nuovo il telefono
riapre gli occhi e nell’albume di luce si vede i piedi, le gambe magre.
Potrebbe spegnere, invece aspetta, risponde, si lascia invadere.
Per punizione.

La bimba piange, con il padre.

Il padre aspetta che la bambina si riaddormenti
e chiama ancora (è mattina
ormai) la prega: “Puttana… crepa… non andare”.

La bimba ride, con la madre, nel sogno.
Ride fino a farsi venire la febbre.

La madre, disperata, scrive mio
all’uomo che nel giorno dopo,
nella vita dopo, la attende.
Lui risponde subito sì.

La bimba chiede (è andata via
la febbre) se è sabato, al padre che oggi non va al lavoro.

Che cosa sarebbero
queste quattro persone sole
(la bimba sola, come si è soli
a tre anni, senza neppure se stessi)
che cosa farebbero senza l’amore?

Gian Mario Villalta (Visinale di Pasiano, 1959), da Vedere al buio (Lietocolle-Pordenonelegge,2016)