N 6

Le panchine sventrate, i pali della luce, le strade con le buche,
in fondo a tutta questa colla, a questo sapiente magma,
leggo con trasporto l’oroscopo: mi fido ciecamente.

Mi interrogo sulla vita dei moscerini, sull’intelligenza
smisurata delle piante, la gente è stanca – dice.
Il rialzo di venti centesimi delle sigarette
è di certo l’evento più cruciale della gionata.

Allora alzo lo sguardo verso un cartellone:
l’imperdibile volo per raggiungere teneri tropici.
Il sangue circola in eccesso, non vedo l’ ora
di esser sparato in pieno centro.

Augusto Ficele (Terlizzi, 1992), da Planetaria. 27 poeti del mondo nati dopo il 1985 (Taut, 2020)


E poi restano

E poi restano

sul pavimento 
angeli di lettere 
con le ali spezzate 

e voci 

appese per sempre 
agli stipiti delle porte. 

Strano
seppellire così le domande, 
senza un funerale. Strano 
non sentire i tuoi passi su 
per le scale 
ma soltanto queste lacrime 
portate dalla notte 
che cadono senza rumore 
come fossero neve

o bolle di sapone 
spinte dal vento 
contro le pareti del cuore 

Anna Ruchat (dfhgh), da Angeli di stoffa (Pagine d’Arte, 2009)

– Consigliato da Domenico Brancale.


Il sogno di Sironi (un altro abbozzo)

Case, ma come casi esemplari
di mutismo, nient’altro.
A volte, io credo
che le tinteggiano per non farle
tacere del tutto. Certo,
si chiede molto al colore,
forse troppo. Non è onnipotente.
Non ancora, almeno.

Mario Santagostini (Milano, 1951), Felicità senza soggetto (Mondadori, 2014)


Sono tornata a casa

Sono tornata a casa
la casa è senza voci
sottile, bianca, spoglia
salgo le scale scalza
il freddo della sera tra le soglie
non c’è confine
mi accorgo
di averti cercato da anni
sera senza voci
eppure alla soglia del tuo nido
vuoto, magro, chiuso,
ho sentito tutta la mancanza
delle notti
delle voci
dei confini.

Maria Zanolli (Brescia, 1981) da Nel dono del cielo (L’Erudita, 2019)


The Shout

We went out
into the school yard together, me and the boy
whose name and face

I don’t remember. We were testing the range
of the human voice:
he had to shout for all he was worth

I had to raise an arm
from across the divide to signal back
that the sound had carried.

He called from over the park – I lifted an arm.
Out of bounds,
he yelled from the end of the road,

from the foot of the hill,
from beyond the look-out post of Fretwell’s Farm –
I lifted an arm.

He left town, went on to be twenty years dead
with a gunshot hole
in the roof of his mouth, in Western Australia.

Boy with the name and face I don’t remember,
you can stop shouting now, I can still hear you.

Simon Armitage (Huddersfield, 1963), in The Universal Home Doctor (Faber and Faber, 2002)

Il grido

Uscimmo
insieme nel cortile della scuola, io e il ragazzo
di cui non ricordo

nome né faccia. A provare l’estensione
della voce umana:
lui doveva gridare a più non posso,

io alzare il braccio
di là dal divisorio segnalando 
che il suono era arrivato.

Lui gridò da oltre il parco – io alzai il braccio.
Da oltre il confine
urlò in fondo alla strada,

dai piedi della collina,
da oltre l’osservatorio di Fretwell’s Farm –
io alzai il braccio.

Cambiò città e alla fine era morto da vent’anni
con un foro di proiettile
nel palato, nel Western Australia.

Ragazzo con nome e faccia che non ricordo,
puoi smettere di gridare ora, ti sento ancora.

Simon Armitage (Huddersfield, 1963), da In cerca di vite già perse (Guanda 2015)
(traduzione di Massimo Bocchiola).


Io ho visto soltanto cose

Io ho visto soltanto cose
che impietriscono e commuovono
come un perenne addio ai compagni.
La sofferenza obiettiva dell’animale;
le file di bambini di altra nazionalità
su un traghetto straniero andar via;
i verdi pianori dove appaiono le città incendiate
delle popolazioni ignote,
le fedeli agli dèi e fiduciose nell’uomo,
estinte come la piuma e il pelo;
le innumerevoli forze occulte, gelose dei loro possessi,
le terre gli alberi i fiumi
che si debbono continuamente propiziare con sacrifici
disperdere gli illusi della speranza di restar sempre uniti,
perché la patria è soltanto
un campo di tende in un deserto di sassi;
le parole immorali della società civile
baluginare anche negli occhi dell’amata
un attimo prima dell’amore e
la massa occulta e ostile dei tuoi pensieri
scivolarci nel mezzo, gravarmi addosso
come uno sconosciuto che si chinasse all’orecchio
e mi narrasse alcunché di incomprensibile,
per poi dormire e amare me;
la sempre presente stanza accanto
dove sotto lampadine purpuree qualcuno
si pratica l’iniezione che guarisce e
all’aprirsi della porta
comparire l’airone.
Ho visto delle cose, come tutti.

Alessandro Ceni (Firenze, 1957), in Mattoni per l’altare del fuoco (Jaka Book, 2002)


Posso aggiungere solo che incontro

Posso aggiungere solo che incontro
sullo stradone ogni mattina
i pioppi, e uno per uno
fogliano lenti e insieme fanno il tempo.
Ogni giorno anche loro cambiano,
li indovino nel verde più intenso
(vorrei fermarmi, guardarli uno per uno)
e quando ritorno, ogni giorno, nell’altro senso,
li perdo – e allora penso: passano.

Gian Mario Villalta (Visinale di Pasiano, 1959), da Vanità della mente (Mondadori, 2011)