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E siano i versi

“L’impoetico: raccontalo a lampi.
Nomina le nuove impercepite
cose del mondo in cui ora siamo
immersi. E siano i versi

attenti al comune, alla prosa,
che servi. E all’arso
cicalio delle stampanti, poi che canto
è forza di memoria e sentimento

e oggi nient’altro che il frammento
sembra ci sia dato per istanti,
tu pure tentalo, se puoi, come tanti
durando un poco oltre quel vento…

Gianni D’Elia (Pesaro, 1953), da Congedo della vecchia Olivetti (Einaudi, 1997)

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Non si finiscono mai i sogni

Non si finiscono mai i sogni
non si finiscono le fiabe.
I bambini girano la faccia
un attimo prima della paura
respirano forte fin dentro la notte
fanno buia la stanza: la guardano
da un’altra parte la luce.

Stefano Raimondi (Milano, 1964), da Il cane di Giacometti (Marcos y Marcos, 2017)


Chi ha mai scritto con febbrile incanto

Chi ha mai scritto con febbrile incanto
della troposfera di Saturno,
dei bianchi anelli di ghiaccio
su cristalli di ammoniaca bellezza,
che ha mai cantato l’immensa
tempesta di Giove, la fulgida macchia
rossa che ingigantisce e travolge
la distanza, o chi ha mai detto
dei picchi di luce eterna
sopra i respiri chiari del polo lunare,
là dove è davvero per sempre,
amore o niente che sia,
il sempre per noi, uomini o passaggi
di un cosmico avvenire?

Fabrizio Bernini (Broni, 1974), da Il comune salario (Mondadori, 2019)


Tutto è compiuto

Tutto è compiuto
ancor prima
che accada.
Cos’è accadere
se non l’orma che precede
il passo che affonda?
Combacia sempre la forma
col peso di un’ombra.

Rossana Abis (Cagliari, 1969)inedito

-consigliato da Franca Macinelli

 


I sensi

Il pesco che vedo fiorito tra i cumuli della città di Milano non è l’idea della vita che vince il cemento ma solo un’aria di cemento, una vita di cemento nel pesco, la mia vita. La nostra vita elusa sopra i tetti.

Allora guardo la forma del pesco,
scavo nella sua chioma piccola di ladro
la parola pianta, la parola parola
che lo possa salvare
che mi possa salvare e provo a dire: sì,
per la forza di una parete, sì,
perché il tempo ripeta
tante volte la stessa stagione
e mai nella mia casa.

Sono sul muro sette sensi
legati l’uno all’altro a due a due, consolidandosi
l’uno, l’altro sparendo senza paura di sognare…

Sono disposti in forma di poesia, che dice:

«Il primo senso
è il senso della gioia, senza scopo, come quando
si rivela una cosa.

Il secondo è quella cosa, resa vicina,
di cui non devi mai parlare.

Il terzo senso è notturno,
dove nessuno vede niente
dove la mente resta uguale.
Il quarto senso è con l’amico fiore,
e tu e lui siete una cosa
abbandonata sotto un cielo chiaro.

Il quinto senso è lontano dall’amore.

Il sesto senso è non di te.

L’ultimo senso è tutti quanti,
settimo senso inespiabile,
indurisce
la parola in parola, il muro in
muro».

Umanità minuta,
della stessa sostanza del mio cuore,
fammi dei morti e io sarò salvato.

Stefano Dal Bianco, da Ritorno a Planaval (Mondadori, 2001; Lietocolle-pordenonelegge, 2018)


adombra ma è la soglia

adombra ma è la soglia
derubante insieme al movimento,
disunita suprema, che non saluta
lascia trasparire il mai pronto,
più volte grandissimo;
oggetto imitabile, distanza.

Nanni Cagnone (Carcare, 1939), da Andatura (Società di poesia, 1979)


#50

Mi chiamo Andrea, e potrei approfittare dell’occasione per vendicarmi di te. Te lo meriteresti, ma preferisco rinunciare. Questa mia scelta non ha nulla a che spartire con l’amore o con l’indulgenza. Semplicemente preferisco mantenere la mia posizione di vantaggio nei tuoi confronti, restando dalla parte della ragione, anziché finire poi per cedere ai prevedibili rimorsi che, in un’improvvisa inversione di ruoli, mi spingerebbero a cercare di guadagnarmi il tuo perdono.

Jacopo Ramonda (Savigliano, 1983), da Omonimia (Interlinea, 2018)