Finiranno – si spera – le notti sveglie

Finiranno – si spera – le notti sveglie
come giorni, le sigarette a decine
spente ancora utili, i pensieri.

Deve essere così, Dino
che non servirà più restare vigili
per appigliarsi alla vita
ma che lei ci porterà a dormire
dopo averci preparati al sogno.

Spògliati, quindi, dei tuoi demoni
lasciali a terra a contorcersi e tu
non avere pietà di loro, non sentirne
mai la nostalgia
(Voglio stare solo, o una donna che…)
non conformarti alla seduzione
di ciò che appare facile, lotta
sii ribelle al vuoto.

Naike Agata La Biunda (Catania, 1990), da Accogliere i tempi ascoltando (LietoColle – Pordenonelegge, 2017)

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In alto fino al sonno

Sembrerà strano, ma i gradini hanno
la straordinaria capacità di attrarre
il vero – il suo sapore arriva in bocca
sempre a metà scala, la sera
soprattutto, ritornando a casa,
quando salendo viene meno il fiato.
Sì, ma perché la gravità del fiato
dava ai pensieri quel concertato serio
sospeso sopra i margini del vero?

Forse perché, quando si sale, il sangue,
rimasto in basso a soccorrere le gambe,
lascia deserte le coscienziose altezze
delle mente, che anemizzate e lasche
si trasognano, dimenticano
di stare a sentinella di quel sonno
dove di sghembo sta accartocciato il vero,
che ora, distratto, si stende nel risveglio
e si apre tutto in semplice evidenza
– puro sapore la cui semplicità
stupisce, e ferma i passi e fa più grave
il fiato; e il suo corpo intero, imbarazzato
del suo peso, diventa alato sguardo
in cerca di una forma che trattenga
quell’evidenza, fino a ingolfarsi
in una macchia scura sul gradino
trovando in quella il suo unico traguardo.

E così entravo grave ma sospesa
dentro il mio stesso cuore, quella macchia
era la mappa in ombra del mio cuore
che io dovevo leggere e indagare,
che mi chiedeva, pur senza che io capissi,
di restare, che io restassi lì a guardarla,
restassi lì, dentro l’intimità
di quel sapore, dentro quell’ombra, arresa,
finché il mio nuovo fiato
non mi portasse via
su in alto fino al sonno.

Patrizia Cavalli (Todi, 1949), da Datura (Einaudi, 2013)


Nella boscaglia

Balugina ancora a tratti
la strada maestra fra gli alberi
con le sue luci bianche i rettifili
d’ogni giorno ogni ora e scompare.
Boscaglia adesso e fremiti di bestia.
È che a volte bisogna scartare
di lato gettarsi tra i rovi
rimettersi in cammino fuori via
per non morire. Nelle stazioni
di sosta tra vampe di neon
cecchini e benpensanti vegliano
scrutano gli arrivi,
montano e smontano lesti
fucili perfettamente ingrassati.

Fabio Pusterla (Mendrisio, 1957), da Corpo stellare (Marcos y Marcos, 2010)


la litania dei casi recitata al ginnasio

la litania dei casi recitata al ginnasio
s’è fatta prognosi postuma dei giorni:
se tutto sommato poco frequentati
– anche colpevolmente, lo ammetto –
i primi due,
tra dativo e accusativo invece
s’è consumato il maggior tempo.
Seguiti dal vocativo
per veglie albe notti,
preghiere a volti muti, ascolti
sempre in duplice tensione:
rivolto altrove e ad altri
o nell’attesa di una chiamata.
Ora vivo all’ablativo

 

Enrico Testa (1956, Genova), da Ablativo (Einaudi, 2013)


Gea

Come sono i tuoi fondali?
E dove si incontrano le correnti del tuo mare?
Quanti satelliti hai?
E quando si compiono le tue eclissi? (eclissi totali?)
Di cosa si alimenta il tuo sole?
Dove sono i tuoi ghiacci?
Lo sai che ho un giacimento nascosto d’oro bianco?
(nemmeno io ho ancora scoperto dov’è)
Lo senti il lavorio degli insetti nei prati?
Hai una foresta di querce?
Il tuo clima è abbastanza mite per i pini marittimi?
Ho una magnolia gigante, sai?
Potrei sapere dove vive il tuo animale più raro?
Ti va di ascoltare il mio silenzio?
Credo di aver visto uno stormo di gru cenerine
riempire il tuo cielo – migravano, vero?
Ascolta, le rondini lanciano gridi altissimi dentro i miei tramonti
(diventano un po’ matte la sera)
Il tuo mondo ha grandi città?
Posso venire per un’estate intera sulla tua spiaggia di sassi bianchi?
Ti piacciono i miei scogli?
Scogli rossi.
Ci tuffiamo da qua?

Alessandra Racca, da L’amore non si cura con la citrosodina (Neo Edizioni, 2013)


Mezza luna

Mezza luna
come il tuo cuore sospeso.

Sapessi trovare il tuo campo
quello che guarda ai monti
comporre disegni come
i tuoi pini svettanti,
mi manchi.

È desta l’aria, i suoni
vibranti, tese le corde
ma non c’è confine
tra la mia e la tua presa
che forse non tiene.

Isabella Serra (Tione di Trento), da Notte (Raffaelli, 2016)


Presa di servizio

Arrivo all’ora in cui si cena nel paese.
Per raggiungere la stanza di questi giorni
è necessario attraversare il grande atrio
vuoto di poche persone, attardarsi forse
a considerare strade e passaggi
che di fronte al noleggio convergono
nell’unica piazza, come dita in un palmo
e camminare circa la metà di un’ora
piuttosto soli nella notte scura
lasciato il mondo immobile alle spalle
in attesa di niente, scena muta.

Raimondo Iemma (Torino, 1982), da Una formazione musicale (Le Voci della Luna, 2013)