Perdonami

Perdonami
per non aver compreso allora
quanto profondo fosse l’amore
questo che ha attraversato
primavere renitenti e inverni caparbi
e approda ora alla nostra estate piena
con lo stesso volto
gli occhi arrossati dal rimpianto
le mani giunte in preghiera
per la grazia del qui e ora
noi liberi dal per sempre
ché eterno sarà l’essere stati.

Lucianna Argentino (Roma, 1962), da In canto a te (Samuele Editore, 2019)

– consigliato da Alessandro Canzian


Ora c’è la disadorna

Ora c’è la disadorna
e si compiono gli anni, a manciate,
con ingegno di forbici e
una boria che accosta
al gas la bocca
dura fino alla sua spina
dove crede
oppure i morti arrancano verso un campo
che ha la testa cava
e le miriadi
si gettano nel battesimo
per un soffio.
Milo De Angelis (Milano, 1951), da Millimetri (Einaudi, 1983)

– consigliato da Tommaso Giartosio


La pietraia

Mai ti potrei pensare sul fondale grigio
dei lavori per vivere: sì, forse, povero
vagabondo, artista di strada, clochard…

Io narciso folico costruito
per ottenere risultati nella vita…
Tu stratosferica sfinge
incapace di volere di pretendere…
Vuoi essere mia amica?

Quando emette sospiri la pietraia
nelle notti di vento
tu fai le domande cretine.
Tua amica? Perché? Come?
Quando mai?
Io ti amo più della mia vita
e adesso lasciami perdere.
Franco Buffoni (Gallarate, 1948), da Jucci (Mondadori, 2014)

– consigliato da Maria Grazia Calandrone

 


13 say

13 say

When Neil Armstrong died you called me to your computer:
«Look! Of the 89 comments on the article, 13 say “he’s on
the moon, now”! Why would he be on the moon? It’s absurd!»
So I put my grandmother on the moon. I put Iain, who died,
on the moon with Hilary, who died. I put the great cats on
the moon, bouncing weightless and bemused; and I will put
all of us who are not dead but will be dead, on the moon,
which from here is a quiet place, out of reach and strange,
with a hard wind that rushes through: a rolling headstone
that requires a giant leap, and a sad and happy lie, to get to.
13 dicono

Quando è morto Neil Armstrong mi hai chiamato al tuo computer:
«Guarda! Degli 89 commenti all’articolo, 13 dicono “è sulla
luna adesso”! Perché dovrebbe essere sulla luna? È assurdo!»
Così ho messo mia nonna sulla luna. Ho messo Iain, che è morto,
sulla luna con Hilary, che è morta. Ho messo i gatti grandiosi sulla
luna, che rimbalzano senza peso e perplessi; e metterò
tutti noi che non siamo morti ma che moriremo, sulla luna,
che da qui sembra un posto tranquillo, fuori portata e strano,
con un forte vento che la percorre: una pietra tombale rotante
che richiede un passo da gigante, e una triste e felice bugia, per arrivarci.
Jack Underwood (Norwich, 1984), da Happiness (Faber, 2015)

– consigliato da Alberto Pellegatta


Due nelle forze

Non lo sa, lui, il momento, lui che aspetta
ora, lui
che le chiede con lo sguardo
mentre i campi di neve oltre la strada
li contengono tutti e due
e forse
deve decidere l’aria fredda, senza presunzione,
suggerire l’attimo, il passo
per toccarle il paletò
a sud, a est
dei suoi capelli. Ecco. Il vento
si avvicina. Forse è l’ora, è quasi l’ora.
La guarda, chiude gli occhi, sbaglia.


Milo De Angelis
 (Milano, 1951), da Somiglianze (Guanda, 1976)

– consigliato da Fabio Pusterla


Esili

Oggi penso ai due dei tanti morti affogati
a pochi metri da queste coste soleggiate
trovati sotto lo scafo, stretti, abbracciati.
Mi chiedo se sulle ossa crescerà il corallo
e cosa ne sarà del sangue dentro il sale.
Allora studio – cerco tra i vecchi libri
di medicina legale di mio padre
un manuale dove le vittime
sono fotografate insieme ai criminali
alla rinfusa: suicidi, assassini, organi genitali.
Niente paesaggi sotto il cielo d’acciaio delle foto,
raramente una sedia, un torso coperto da un lenzuolo,
i piedi sopra una branda nudi.
Leggo. Scopro che il termine esatto è livor mortis.
Il sangue si scioglie in basso e si raggruma
prima rosso poi livido infine si fa polvere
e può – sì – sciogliersi nel sale.

Antonella Anedda (Roma, 1955) da Historiae (Einaudi, 2018)

– consigliato da Maria Borio


Di quelli che guardano il mare

Di quelli che guardano il mare
ne arrivano ogni giorno. Gente in fuga.
Spesso rimangono in auto,
schiudono a malapena un finestrino.
Qualcuno invece scende,
fuma adagio appoggiato alla ringhiera.
Mezz’ora, un’ora. Dipende. Poi ripartono
scuotendo con cura la sabbia dai vestiti.
Eppure resta sempre qualche traccia
nei luoghi più impensati: sotto il bavero,
dietro le orecchie, a volte sulle palpebre.
Più tardi, a certi capita
di non sapere dove sono andati,
né tantomeno perché.
Fabio Pusterla (Mendrisio, 1957), da Le cose senza storia (Marcos y Marcos, 1996)

– consigliato da Fabrizio Lombardo