chi entra nella stanza sa che il piede non è mai fermo

chi entra nella stanza sa che il piede non è mai fermo,
e i compagni si dileguano a ogni svolta del giorno:

apre le mani al mondo, oscilla dietro la porta
siede, si scosta, si piega, insegue un’ombra sul fondo;

chi si affaccia sulla stanza vede gli altri aggirarsi,
se batte il capo sull’uscio, sente il rumore degli arti:

come vuole toccarli per sapere cosa è vero
fende il vuoto con la mano, la ritrae, misura il foro;

chi esce dalla stanza sa che ogni volta è per sempre,
qualunque passo intrapreso a liberarsi dal peso,

slacciare il corpo gravato dalla presa del suolo,
è come aprire sul retro una finestra nel buio.

Italo Testa (Castell’Arquato, 1972), da L’indifferenza naturale (Marcos y Marcos, 2018)

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ma le foglie di gelso premono alle finestre

ma le foglie di gelso premono alle finestre
e la tua gola bianca, sul banco, offerta,
Gloria di un giorno, la luce nell’aula
leva dall’ombra l’insidia degli occhi:

noi, saremo presto invasi dalle foglie,
tu, crescerai paziente nell’aperto dei giorni.

Italo Testa (Castell’Arquato, 1972), da L’indifferenza naturale (Marcos y Marcos, 2018)


lara, i gigli

dovevo apprendere la meraviglia
se un giorno guardando dalla finestra
ho visto nel sole tua figlia
correre incontro ai gigli già sbocciati,

negli occhi una letizia, una festa
che solo vergogna era il malumore
di fronte agli occhi chiari, spalancati
sull’incanto pauroso delle ore:

dovevo apprendere la dedizione,
il candore feroce delle mani
per cui le cose sono nuove e buone
e senza nome è il frutto del domani.

Italo Testa (Castell’Arquato, 1972), da L’indifferenza naturale (Marcos y Marcos, 2018)

– consigliata da Paolo Maccari


perché sono arrivati e ci chiamano

perché sono arrivati e ci chiamano
dalle cascine sparse nella neve
e nel dicembre luminoso affondano
dietro le quinte mobili del giorno;
ho provato a fermarli: non ascoltano,
camminano sugli argini, proseguono
stringendo le spalle contro il vento
si piegano in avanti, a passi lenti
raggiungono il cofano innevato,
l’auto lasciata in mezzo al campo;
ho provato a chiamarli: non guardano
in nessuna direzione, s’inoltrano
sulla pianura estesa del chiarore
da cui sono arrivati infine tornano.

Italo Testa (Castell’Arquato, 1972), da L’indifferenza naturale (Marcos Y Marcos 2018)

– consigliato da Giovanna Frene


La lenza

guarda la vita che anonima fermenta
il ritmo uguale dei giorni senza meta:

da qui ti parlo, da questa indifferenza
che nel torpore consuma le cose:

le senti in aria, le gemme già esplose,
come chiaro e tremendo il verde incomba?

lo sguardo sbarrato, la bocca aperta,
l’incuria mi ha preso alla sua lenza.

Italo Testa (Castell’Arquato, 1972), da L’indifferenza naturale (Marcos y Marcos, 2018)


ma la luce non avrei visto

ma la luce non avrei visto
se non avessi bruciato le carte
un giorno, uscendo per strada
ho sentito di essere nudo.

ma la folgore non mi ha colpito
ho continuato a camminare in silenzio
sulla piazza, già sterminata
al primo sguardo sarei caduto.

e la vita che punge nel vento
scorticandomi vi ha vendicato
quando gli occhi mi ha aperto il canto
di tutto quello che non ho amato.

Italo Testa (Castell’Arquato, 1972), da L’indifferenza naturale (Marcos y Marcos, 2018)


ed è mio il silenzio, mia questa paura

ed è mio il silenzio, mia questa paura,
tu non tremi, tu ti offri, ti esponi
a questo aspettare, a labbra aperte
sempre più mio il taglio, sempre più pura
la ferita si allarga, non è violenta
la voglio così, la voglio tutta,
portala come un ricamo di sangue
come la luce stampata sui balconi:
e poi saranno gli altri a contarci, a dire
che bastava guardarsi, aver taciuto
nel momento esatto, fermi a ripetere
mentalmente il canto, l’elenco dei vivi:
ma tu ti muovi, non lasci scampo, offri
tutto con un solo gesto, senza rete
provi ogni passo, tenti ogni cosa e ancora
è mio il silenzio, è mia questa paura.

Italo Testa (Castell’Arquato, 1972), da La divisione della gioia (Transeuropa, 2010)