È senza audio

È senza audio
stasera il cielo, ragazza impasticcata la
luna,
semivuoto l’hangar dell’universo

i bicchieri inutilmente in fila

il respiro pieno di ferite
vite molte in una

chi se ne frega se sono poesie sbagliate
versa amico,
l’infinito è una sbarra che ci traversa,
la Natura mai pura imperversa.

E noi, siamo di nessuno?
curvi alla ringhiera,
dici un po’ bevuto: la cosmologia
che non spiega l’amore no, non è vera

Io lo so, in petto ho
un tir, autostrade, notte, foglie
contro i vetri, pianure,
sterminate nevi, animali d’ombra in corsa lungo i fossi,

mente piena di doglie- ma vedo

la mano dell’amore da autista
manutentore
ha un anello nelle dita grosse

un sigillo lavorato

riflette nel cristallo del parabrezza
alla radiotrasmittente dice
con voce un po’ impastata ma lo dice: ehi, ehi!
mi chiami, mi chiami, bellezza?

Davide Rondoni (Forlì, 1964), da La natura del bastardo (Mondadori, 2016)

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A Giuseppe Ungaretti, visto di notte alla televisione leggere “I fiumi”

Non ho fiumi io,
non ho mai vissuto sporgendo
il volto sull’acqua
che quieta o vorticosa
taglia la città, nobilita o nel gorgo
ruba via tutti i pensieri.
Non ho avuto
gradoni di pietra su cui disteso
perdere sotto il sole
il lume della mente, addormentando.

Ho avuto viali,
strade larghe, rumorose, il getto alto
di tangenziali,
braccia aperte di povera madre
vene da cui entra in città
ogni genere di roba.
Ho avuto viali d’alberi
o rapide vertigini tra l’acciaio di pareti
e vetro oscuro.
Il caos
Li rende identici, sotto la pioggia
sono l’inferno,
sono frenetici.
Ma la notte, quando cade
la notte
si ridisegnano,
viali nuovi
d’ombra e di solitudine,
quando li illumina il lento
collo dei lampioni e lo spegnersi
delle ultime réclame.
Si muovono allora leggermente,
ramificano, forse rotea un poco
tutta la città;
qualcuno finisce
in faccia a un castello, a una
cattedrale, altri smuoiono
sotto i fari arancio di un nodo autostradale –
i viali la notte respirano
con le foglie dei platani, larghe, nere,
le grate dei metro e l’aria nenia
che dorme sui bambini.
Tirano il fiato quando va
il passeggero dell’ultimo tram –
I viali mi danno
una vita speciale,
che non è pianto e allegria
non è, ma una ventosità,
un andare
ancora andare
che viene da chissà che mari,
da quali valli, da grandi fiumi.

Davide Rondoni (Forlì, 1964), da Il bar del tempo (Guanda, 1999)


Sembra venire a volte

Sembra venire a volte
come opera del niente
il giorno
nei tram, nelle vetrinette
dei bar.

Non hanno sentinelle le nostre città,
chi veglia lo fa per mestiere
o per disperanza.

E il nemico nessuno
lo ha mai visto arrivare.

 

Davide Rondoni (Forlì, 1964), da Il bar del tempo (Guanda, 1999)


Claudio Damiani consiglia “Pro nobis, Pantani” di Davide Rondoni

E adesso non devi vincere
più
ti levi in silenzio
sui pedali
sulla linea del mare – –
potevi far morire il ciclismo
due battute ai giornali
ma hai piegato sul petto
le ali delle vittorie, smarrito anche
il cinismo e come un Charly Parker
hai cercato notte e crepacuore –

Vinci per me adesso Pantani,
per le volte che mi cadono le mani,

il fiato in salita
non ce la fa, e

vinci braccia alzate
sulla linea dove crollano
le corse degli amori,
per i visi cari
che si perdono lontani –

pirata di noi che sbagliamo
guizza via dalle ombre
che allungano giorni vani,

lucertola sii ancora
della nostra anima
malata e vittoriosa –

continua a salire per noi, Pantani
vedi dopo la curva come trema
la luce del vento
l’aria grandiosa

 

Davide Rondoni (Forlì, 1964), da Apocalisse amore (Mondadori, 2008)

 

Davide Rondoni ha la capacità di non sottrarsi disgustato davanti ai miti mediatici di oggi, ma anzi li affronta tagliando via con ampi gesti – la poesia ha di queste armi invisibili – le montagne di spazzatura che li ricoprono, e che spesso li hanno uccisi. Qui Marco Pantani, il “pirata” del ciclismo morto a trentaquattro anni di overdose e depressione, non deve più vincere, pedala tranquillo sulla linea del mare, la notte del crepacuore è un’alba tiepida ora, un’aria forse grandiosa come quella che sembrava spuntare, salendo, dietro la curva successiva. Vinci allora per noi, Pantani, tieni alzate le nostre mani che ci cadono, “pirata di noi che sbagliamo”,”lucertola della nostra anima”.

Claudio Damiani


Voler bene a una persona

Voler bene a una persona
è un lungo viaggio – –

rupi, cadute d’acqua e bui
improvvisi, dilatati
il chiuso di foreste,
lampi a volte
sul silenzio così vasto del mare

e strade sopraelevate, grida

viali immersi all’improvviso
in una luce sconosciuta.

Voler bene a uno, a mille, a tutti
è come tener la mappa nel vento.
Non ci si riesce ma il cuore
me l’hanno messo al centro del petto
per questo alto, meraviglioso fallimento.

Sugli altipiani di ogni notte
eccomi con le ripetizioni e le mani rovesciate della poesia:
non farli stare male, sono tuoi, non farli andare via.

Davide Rondoni (Forlì, 1964), da Avrebbe amato chiunque (Guanda, 2003)