Oltre la pagina / la poesia alle elementari

La poesia ha parole pesanti
che in queste strane pagine
sembrano mobili e leggere.
Viaggiano quasi imprendibili,
cangianti, e disorientano
la nostra vecchia mente di carta.
Chissà se in questa luccicante
casa in affitto
troveranno dimora stabile,
amica, e dunque vita
che si rinnova autentica.
Credo di sì, perché la poesia
chiede di spargersi e andare
lieve e piana nel mondo,
che forse non lo sa
però la sta aspettando.

 

Maurizio Cucchi (Milano, 1945), da Come una nave (L’Arca Felice, 2008)

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Mi muovo verso strati / antologia, Maurizio Cucchi

Mi muovo verso strati
sempre più occulti, come
un archeologo, o un operaio
che manovra, nell’ignoranza
senza fine delle tenebre,
verso residui fossili, e rivoli
nascosti, mentre trabocca
la sua realtà geografica
di intrecci collettivi, emblemi
o approssimazioni di altri
molteplici intrecci sconosciuti.

 

Maurizio Cucchi (Milano, 1945), da Malaspina (Mondadori, 2013)

 

Il poeta è un «archeologo», scava in profondità fino a raggiungere il senso di una vita umanissima e primordiale, passando attraverso i depositi della storia e sprofondando nell’oscurità della natura. Nella sua immersione, tutto si rivela nella sua vera realtà: le trame delle immagini, come ragnatele, attirano sopra di sé gli «emblemi», i simboli e il significato di ciò che vediamo, rallentando la caduta all’interno di una vita non sempre decifrabile. Il lavoro del poeta, qui, non è diverso da quello di certi pittori contemporanei, che usano diversi materiali per realizzare le loro opere, per individuare un senso indefinito di ciò che dicono piuttosto che per raccontare una storia vera e propria: in questa poesia non vediamo un paesaggio, Cucchi non parla di niente a cui ci si possa aggrappare con sicurezza. L’unico dato concreto è quello della terra, la terra che abitiamo, scomposta strato dopo strato, per arrivare al suo centro, al motore pulsante che rappresenta – come già nell’Ungaretti de Il porto sepolto – il cuore e l’abisso di tutte le parole.

(Marco Corsi)


Glenn, come lo chiamavo nella mia mente io / antologia, Maurizio Cucchi

Glenn, come lo chiamavo nella mia mente io,
o com’è più vero e semplice,
com’è più vero:
Luigi.
Resti per me una crepa d’affetto
o un lampo intermittente nel cervello.
E anche tu, che non l’hai mai visto,
lo ami.
Tu che hai taciuto, e oggi non taci più,
hai la memoria smangiata come la tua macula:
cerchi e non trovi più
nemmeno la sua voce.

 

Maurizio Cucchi (Milano, 1945), da L’ultimo viaggio di Glenn (Mondadori, 1999)

 

Il viaggio della poesia di Maurizio Cucchi inizia nel 1976 con la raccolta di poesie intitolata Il disperso: un libro traumatico, che segna non solo la vicenda personale dell’autore, ma che penetra all’interno della sua scrittura, frantumandola in una serie di oggetti, situazioni e voci che prendono il sopravvento sulle parole; diventano quelle parole che il poeta scrive. A distanza di più di trent’anni, dopo il passaggio fondamentale di Glenn (pubblicato da San Marco dei Giustiniani nel 1982), Cucchi ci rivela la vera identità del volto nascosto sotto la maschera di personaggi come l’attore Glenn Ford o il trombettista Glenn Miller: Glenn è Luigi, Luigi Cucchi, suo padre. Finalmente riesce a pronunciare con sicurezza il suo nome (quel «Luigi» isolato al quarto verso lo dimostra): un misterioso incidente l’aveva strappato alla vita e adesso è qui e torna a vivere nella poesia. La sua figura e l’eco della sua voce procurano ancora dolore nella mente, e tuttavia vivono di una nuova consapevolezza più matura e adulta, ora che tutto viene messo a fuoco.

(Marco Corsi)


Agnese / antologia, Maurizio Cucchi

Il mio risveglio è stato nel tuo nome
sussurrato e un saluto un bianco sogno
Agnese che ritorni ombra che passi figuretta
bianca sottile che non mi ami.
Io ti seguo con l’occhio e con la penna
mentre scivoli e c’è la guerra
in Santa Maria Fulcorina. Sono poco
un adolescente un angelo una fantasia
sono un signore che ti pensa e inventa
mite e vile affettuoso e coltivo
la mia mania.

 

Maurizio Cucchi (Milano, 1945), da Donna del gioco (Mondadori, 1987)

 

Santa Maria Fulcorina è una via centrale di Milano, dietro al Palazzo degli Affari. Siamo in uno scenario di guerra, ma della guerra si avverte solo un’eco lontana, una sensazione di pericolo di cui è simbolo la figura trasparente di Agnese, che avanza come fosse una sorta di fantasma. Chi è Agnese? Cosa rappresenta per il poeta? Agnese è una donna simile a quelle di cui ci parla Dante nella Vita nuova: una di quelle donne che al solo passaggio riescono a suscitare nel cuore di chi le guarda un’immagine di salvezza, specie quando muovono la mano nel gesto di un saluto. Questa poesia di Cucchi è una poesia d’amore, Agnese è l’oggetto del suo desiderio adolescente, di ragazzo che deve crescere nei sentimenti e trovare il proprio posto nel mondo e nella storia, per far diventare la sua «fantasia» qualcosa di reale e di concreto, come il linguaggio che qui viene usato. Si noti in particolare la corrispondenza fra il tono pacato e l’occorrenza di parole «sussurrato», «figuretta», «fantasia», che stemperano il clima della composizione in una felice leggerezza.

(Marco Corsi)


Indugiare nella quiete dei paesetti

Indugiare nella quiete dei paesetti,
divorati con gli occhi dai finestrini;
identici i biglietti, le divise, certe panchine.

(Di fatto, lo spazio era ben poco. Un buco, il fosso, sotto
il balcone.)

Esplora. Nebbia, canali, cascinali.
File di pioppi umidi, marcite. Pavia;
la Pianura Padana vista come terra straniera.

Il vagabondaggio, i brividi. Fantasie, forse;
quasi eroismi di primo mattino. Qui spicca, salta fuori
dalle ombre, goffa figura appesantita: mangia,
assorbe, assorbe…

Maurizio Cucchi, (Milano 1945), da Il disperso, (Guanda 1994)


L’aria d’intorno chissà come

L’aria d’intorno chissà come
placata, e frizzante, e la gente
a spasso sospesa, aerea,
lentissima, vacante

e indifferente a un traguardo,
all’azione, al profitto, ma
più vaga nel giorno, nel chiaro
mattino di luce e parte

persuasa infine del tutto diffuso,
in aperta adesione e armonia,
nel presente assoluto, animato
dalla pace normale dell’esserci

senza conflitti o sfide, senza
miserabile calcolo, ma
nella pace e nella più normale
armonia discreta dell’esserci.

Maurizio Cucchi (Milano, 1945) da Malaspina (Mondadori, 2013)


Forse ho imparato che nulla

Forse ho imparato che nulla
può spingerti fuori da questi confini.
Occorre dunque aderire al disegno,
obbedire ma con fierezza,
essere eroicamente parte che non si afferma.
Come tutti questi volti goffi
che ti stanno attorno, dappertutto,
e che non hanno un destino diverso.
Nella necessità, anonimi,
un attimo di gioia li ravviva,

li fa brillare senza volto, senza distinzione
oltre l’angoscia di sé,
del proprio quotidiano sfarsi e perdersi.

 
Maurizio Cucchi (Milano, 1945) da La luce del distacco (Mondadori, 1997)