I giorni in cui non parli con nessuno

I giorni in cui non parli con nessuno
le cose sono due:
o arrivi a cogliere il senso di tutto
o confondi corrompi ti ingarbugli,
e la tua voce che chiama il gatto
è quella, alla sera, di un crooner
(«eccoti i miei rimasugli»),
l’eco rauca e lunga
nella notte che ti riprende in scacco.

 

Francesco Targetta (Treviso, 1980), da Le cose sono due (Valigie rosse, 2014)


L’ultimo giorno

Non c’è niente da fare l’ultimo
giorno, guardare soltanto
la scala quaranta e fuori i tornei
sui campi sintetici, ovunque nachos
con Coca e sfogliatine, la pelle
già moka per i soli in piscina, noi e loro
come ebbri in attesa del suono
che arriva e libera tutti.

Ma in sala insegnanti sempre scopri
la prof che rimane più del tempo:
lega i compiti con le fascette
e sbarra con la biro i registri.
Troverà, uscendo, le strade più sgombre,
più duro, a casa, il pane in cassetta.

Francesco Targhetta (Treviso, 1980), inedito


Integrazione

Sta a Bologna, contratto co.co.co.,
appartamento condiviso con quattro
studenti, trecentosettantacinque
più bollette, letto e scrivania
acquistati all’Ikea: mi dice che ogni
sveglia delle sette fa rinascere l’idea
di andarsene da lì. Alla Coop
di via Mazzini compriamo le Macine
per domani a colazione: confessa
che forse la tessera del supermarket
gli converrebbe farla davvero, che
sono queste le piccole stronzate
che ti aiutano a prenderla meglio,
anche se poi alla cassa mi parla dell’ex
che spunta ogni tanto dall’angolo
con via Zamboni, e usciamo
sulla strada che già è umida la sera.

“Con tutti ‘sti biscotti, se avevo la tessera,
avrei già preso la caffettiera”.

Francesco Targhetta (Treviso, 1980), da Fiaschi (ExCogita, 2009)


Diciottanni

Se non ti rendi conto, sotto pergole
in tek, del dolore che costa
mollare un ragazzo, se non ti sfili
le calze per sabotare le noie,
se non fatichi a scrollarti
le piccole offese che comporta
di sabato la vita bassa, risparmia,
mi dici, le occhiate di sprezzo.

E il sole brucia il tavolino
in formica, e tu ti aggiusti, intanto,
gli occhiali scuri, per opporti, certo,
al mio silenzio. Mica dico a te,
fai poi, aprendo le mani a ventaglio,
e non capisci che a tacere,
dopo degli anni, non si ammette
lo sbaglio, ma si contano i danni.

Francesco Targhetta (Treviso, 1980), da Fiaschi (ExCogita Editore, 2009)


Il panino col tuo nome

Risentirti almeno nel brie e nel crudo,
nella rucola pressata che s’incaglia
in mezzo ai denti, e slavarti
di nuovo con birre alla spina, fino
a farti scivolare, dopo aver sfiorato
il cuore, per miglia di intestino.

Tre euro e venti, il panino
col tuo nome, e più fame di prima.

Francesco Targhetta (Treviso, 1980), da Fiaschi (ExCogita Editore, 2009)