L’amicizia per te non è stata da sempre

L’amicizia per te non è stata da sempre
lotta assidua, inclemente
contro l’immobilità? quella che ora ti è preso,
e solo le scosse di un’auto impazzita
fanno balzare il tuo corpo, imitano
una ripresa della vita?
“So a memoria le poesie che scrivi:
e anche se non le capisco – dicevi –
le recito per te, come l’amore
passa per queste vesti che nessuno cura,
logore, sporche, ora anche tu hai lasciato
l’ordine della casa per un letto di spine,
per i bagliori dell’acqua, per la corrente
impalpabile di questo fiume.
Morissero –
e piangevi sulla tua tonaca – quelli che hanno
pensato anche una sola volta al mio letto,
liberassero il mondo dal peso
della loro spaventosa allegria,
Dio! – gridarti atterrito –
nella tua infinita misericordia ingiustizia
togli loro la vita,
l’idea di salvezza che imbrattano
per non incontrare il dolore”.

Cesare Viviani (Siena, 1947), da L’opera lasciata sola (Mondadori, 1993)

Annunci

Penso ancora ai rischi di essere

Penso ancora ai rischi di essere
perseguitato, le mosse
per sfuggire i pericoli se ho amato
non seguire le regole,
ma no, basta! Lo prendo per mano
il mio vecchio padre e ci mettiamo a correre,
lui ride si scioglie in un riso pieno sereno, inciampa
ma lo sostengo, vola, è leggero, un’anima
esilarante la velocità aumenta il riso
la stretta delle mani “portami con te”,
ma non è lui a dirlo povero vecchio sono io
che chiedo ancora
“portami nel tuo cielo”.

Cesare Viviani (Siena, 1947), Preghiera del nome (Mondadori, 1990)

 

 


Bere i paesaggi, quando tutti dicono

Bere i paesaggi, quando tutti dicono
di confrontarsi con il reale, bere
senza smettere i paesaggi, sentire
che sempre non c’è stato altro che questa
dimensione ultima,
indimostrabile,
inconfutabile.

 

Cesare Viviani (Siena, 1947) da Credere all’invisibile  (Einaudi, 2009)


Come si fa

Come si fa
a sentirsi esclusi in un prato simile,
dove nulla manca
e il terreno non sa
la propria pendenza,
e passano i preticelli, avanzano
e anche loro non sanno
cosa stanno facendo,
né cosa faranno?
E qui cosa appare, e cosa non appare,
si chiedono?
Un’occhiata all’erba
che calpestano,
un lampo di pensiero
ai piatti che aspettano, a pranzo,
e via.

Cesare Viviani (Siena, 1947), da Infinita fine (Einaudi, 2012)


Stefano Dal Bianco consiglia “dame e damine luci e villanelle” di Cesare Viviani

dame e damine luci e villanelle
si fanno intorno a lei lungo la siepe
e siede l’agghindata e quando s’alza
sorprende le fedeli e segue un lampo;
mentre si fa il bagliore c’incontrammo
oscuri portantini

Cesare Viviani (Siena, 1947), da Merisi (Mondadori, 1986)

Di che cosa parla questa poesia? Siamo calati nel bel mezzo di un racconto anacronistico, che sembra la descrizione di un quadro allegorico del Rinascimento. Se ci affanneremo a ricostruire i pezzi mancanti della storia, in cerca di un significato univoco, l’avremo persa. Ma la perderemo anche se ci lasceremo cullare dai soli suoni e dalla musica dei versi, tanto impeccabilmente accordati e intonati da risultare spiazzanti.
Il trucco è stare un po’ di qua e un po’ di là; sospendere tutto e far sì che la musica apra in noi una diversa disponibilità ai significati veri, a quelli che si riverberano di sponda in sponda e si sposano ai nostri, a quelli che già abbiamo dentro e che non si possono raccontare.
E se questa lei, questa nobildonna agghindata e incandescente fosse la poesia, la poesia stessa? È qui che ci incontriamo, è qui che ci riconosciamo.

Stefano Dal Bianco


Finché l’altro è presente

Finché l’altro è presente
non sappiamo cosa siamo.
Cominciamo a saperlo
quando l’altro scompare.

Cesare Viviani (Siena, 1947), da Infinita fine (Einaudi, 2012)