Posso aggiungere solo che incontro

Posso aggiungere solo che incontro
sullo stradone ogni mattina
i pioppi, e uno per uno
fogliano lenti e insieme fanno il tempo.
Ogni giorno anche loro cambiano,
li indovino nel verde più intenso
(vorrei fermarmi, guardarli uno per uno)
e quando ritorno, ogni giorno, nell’altro senso,
li perdo – e allora penso: passano.

Gian Mario Villalta (Visinale di Pasiano, 1959), da Vanità della mente (Mondadori, 2011)


il corpo è sovrano facendo degli altrui giudizi notte

il corpo è sovrano facendo degli altrui giudizi notte
va senza specchi anche se ascolta e discorre: il giorno
lo svolge come un foglio o un lenzuolo e vi iscrive
i segni che faranno il libro che si chiude con gli occhi

Biagio Cepollaro (Napoli, 1959), da Al centro dell’inverno (L’arcolaio, 2018)

-consigliato da Stefano Dal Bianco


Allarme

In piena notte
sui viali scatta un allarme.
Si ferma, e poi ripete
due note acute, tremende, con la furia
di un bambino che gioca.
Nei muri bui dei palazzi lì sopra
le finestre si aprono, si accendono.

Tranne la strada
in mezzo ai rami, vuota,
niente si vede.
Si tirano le tende
e si rimane intorno a questo urlo
come si sta in un campo
intorno a un fuoco.

Umberto Fiori (Sarzana, 1949), da Esempi (Marcos y Marcos, 1992)


Isonso

L’Isonso me core coà vanti
largo fondo beo longo
pì vanti el se strense drento ’e goe
del canae inove a te voe
corda e anca ciodi
pa’ caearte fin xo
ca piova e anca no
sora de on acoa ca pare cristaeo

Socia i ghe ciama i locai
e anca eori ’o ga ben sassinà
ma el resta el me fiume
pa’ tuto el sangoe ca ghe ghemo
butà pa’ ’a beèssa cal ga
pa’ tuto el pesse ca ghe
ghevo cavà
pa’ i versi de l’Unga
col jera soldà

’esso a l’è chieto
cal pare on tosato maeusà
ma co l’è inveenà
el ga ’na forsa
dadiomandà
e no ghè gnente ca ’o tegna
ligà

e coà cognarìa ca vignesse
ogni omo ca se crede el pì duro
caminando col scuro drio
sti arxari fati de sassi
de buse de piere e de arcassie
e ’opo vedemo che facia cal fa
co l’Isonso lo ciapa pal coeo
e lo sbianchexa cofà de on nissioeo

Isonzo

L’Isonzo mi scorre di fronte / ampio lungo profondo / più avanti si restringe alle gole / di Kanal dove ci vogliono / corde e anche chiodi / per calarsi dall’alto / che sia umido e anche no / fino ad un’acqua che sembra cristallo // gli sloveni lo chiamano Soča / e pure loro ne hanno fatto scempio / ma rimane il mio fiume / per tutto il sangue che ci abbiamo / versato per la sua bellezza / per tutto il pesce che / ci ho pescato / per i versi di Ungaretti / quando era soldato // adesso sembra quieto / come un ragazzino viziato / ma appena monta la piena / acquista una forza / smisurata / e non c’è niente che lo possa / trattenere // e qui dovrebbero venire / quanti si credono temprati / camminando di notte lungo / questi argini fatti di sassi / di vortici di pietre ed intrichi di acacie / e poi vedremo che faccia faranno / quando il fiume li afferra di colpo / per sbiancarli come un lenzuolo
Maurizio Casagrande (Padova, 1961), da In sènare / In grigio (Ronzani, 2018)

– consigliato da Francesco Tomada


Lenzuola

Ho due lenzuola vecchie di vent’anni
e una federa a fiori
che tengo in casa per gli amici intimi,
usandole sempre ma ogni volta pensando
e pregando, temendo lo strappo
che deve seguire al lavaggio,
ogni volta congetturando
un utilizzo diversificato dei ritagli
come tendina , fazzoletto, come involucro antipolvere,
come sacca per le pantofole.

I miei amici non lo sanno che ogni volta un poco tremo
a vederli dormire beati
nel sudario di un passato solo mio
che ogni volta per loro si assottiglia e ogni volta,
grazie a loro, mi tortura.

Stefano Dal Bianco (Padova, 1961), da Ritorno a Planaval (Mondadori, 2001)


Alcuni momenti pompano adrenalina nel cuore, prosciugano la lingua e intasano i polmoni. Come un tuono ti sommergono nel rumore, no, come un lampo ti fulminano la laringe. Tosse. Quando è accaduto, sono rimasta senza parole. Non lo hai detto tu stessa? Non lo hai detto a un’amica intima che agli inizi della vostra amicizia, sovrappensiero, ti chiamava col nome della sua cameriera nera? Hai dedotto che voi due eravate le sole persone nere nella sua vita. Alla fine ha smesso di farlo, anche se non ha mai riconosciuto il lapsus. E tu non glielo hai mai fatto notare (perché?), e tuttavia non dimentichi. Se fosse un dramma familiare, e potrebbe esserlo benissimo, sarebbe questo il tuo errore fatale – la memoria, veicolo di sentimenti. Ti senti offesa perché è il momento del «tutti i neri si somigliano» o perché ti ha confusa con un’altra persona dopo che siete state così intime?

Claudia Rankine (Kingston, 1963) Citizen. Una lirica americana (66tha2nd, 2017)


L’eco

Raggiungimi, dunque. Qui si tocca il cielo stellato
e il richiamo della ghiandaia pulsa ininterrotto.
A notte alta viene l’eco del cane forestiero
che al fondo delle valli insiste
e s’arrovella.

Forse sei in cammino. Ascolto il suono dei passi sul selciato
rimandati dall’andito.

Resto in attesa. Nel buio gelido risuona
il canto liquefatto del viandante che si ferma all’ angolo
e al tuo somiglia; eppure tu sei altrove
e lui, per darmi ristoro,
a poco a poco s’ addormenta, lascia che la melodia
si stemperi sulle labbra
e lenta
si disperda.

Luigi Manzi (Roma, 1945), da Fuorivia (Ensemble, 2013)

-consigliato da Elia Malagò