Arrivano a piedi come gli dèi, stanno lì.

Arrivano a piedi come gli dèi, stanno lì.
L’essere di qualcuno tra le case e io
con la mano cancello davanti
un ragnetto sul foglio,
niente non vuole dire se piango.

Luna, corridoio bianco, come ho corso!
e nel vento sono ancora che mi porti, braccio, ramo
nel buio che si muove.
Come corro, come ride l’acqua
e tu mi guardi come qualcuno, perché sono qualcuno?
Corro nell’acqua increspata, cosa c’è
in questa musica visi, fisarmoniche e il volere andare,
e dopo il pianto grande la voce così bella
sai, dice, vieni, sono tutta nel sogno e tu?
Io, le mie scarpe le risa le travi dove?
sono qui i morti? sono qui?

Mario Benedetti (Udine, 1955), da Umana gloria (Mondadori, 2004)

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axaxa

È duro il cammino verso ciò che è chiaro,
l’ho capito col tempo, forse soltanto questo è il dono
di invecchiare. Lo penso mentre smacchio un lenzuolo
con la candeggina, che stinga soprattutto le iniziali,
rigide di fili, di nodi, di punti croce
sul nome infittito di vocali.

Antonella Anedda (Roma, 1955) da Historiae (Einaudi, 2018)


Chiazze di luce sbalzano su lame d’acqua

Chiazze di luce sbalzano su lame d’acqua
tra sghembi di fabbriche e branchi di case in fuga
nel bianco e rosa degli alberi da frutto:
lasciamo il Piemonte a 286 chilometri all’ora
– ostenta il display del vagone –
in un’allegria grigia che sfuma: “A questa
velocità è sopportabile”, dico al signore vestito di scuro
che non ho visto salire,
silenzioso sul treno unico viaggiatore
nella postalba domenicale.
Il mio sguardo insiste sul suo tacere,
finché lo riconosco, quando, quasi distratto: “A questa
velocità, sarebbe forse stata sopportabile
anche per me”, risponde, dopo molti minuti,
Cesare Pavese, e non intende, come io, la vista
sulla campagna informe,
ma – a questa velocità! – la vita.

Gian Mario Villalta (Visinale di Pasiano, 1959), da Telepatia (Lietocolle, 2016)


Porta qui a Genova il mio risveglio

Porta qui a Genova il mio risveglio
direzioni interrotte, impossibile entrare
ma non vuole dire per sempre – ovunque
io vada è solo a passo d’uomo l’andatura.

Con bocca piena d’aria e distruzioni,
riconosco il giorno tra i passanti.
Penso all’improvviso alla sua gola di notte
e alle mie mani, agli occhi e a quella calma –
la trasparenza che imprigiona quelli miei
il veleno che ci confonde la memoria
tra il male fatto e il male inascoltato.

Adesso non c’è più il mio nome
sulla porta di nessuna casa;
il piede che affonda nella sabbia
è solo quello di un corpo immobile.
Il delitto che ho commesso è cancellato
sono diventato come tutti, vita che non finisce
perso di fronte a muri senza targa,
le vie di notte dove Genova scompare:
città come parete senza appigli
bianca di pace e di sgomento.
Sono io, mi cerco per trovare
un punto di riposo, qualcosa di invisibile
un muro cieco, nuovamente.

Mario De Santis (Roma, 1964), da La polvere nell’acqua (Crocetti, 2002)


I duelli della vita

– Del tuo avversario cerca subito gli occhi –
mi consigliava ultimamente
lui
con il fervore di un maestro Tao.
– Lì dovrai leggervi il cuore: se sprezzante
e arido o smarrito
nell’insorgenza della sfida.
Ma dovrai farlo subito
prima dell’affondo.
Quando i ferri sono
ancora in linea.

Tiziano Broggiato (Vicenza, 1953), da Anticipo della notte (Marietti, 2006)

 


Il buio dietro hai costruito

Il buio dietro hai costruito
accumulo di cristalli inutili:
vasi e bicchieri per mancati pranzi.
Su quei vetri una polvere tornia
disegni pesanti.
Agli estranei hai dato
il quotidiano di figli
in parole giuste,
forze misurate,
felice racconto
del fare bene…
Hai fermato amici,
risparmiato musiche,
parole della sera,
negato viaggi e sogni:
tolto libertà…
Perché la coperta
non allargava
la funzione unica
dell’amore.

Henry Ariemma (Los Angeles, 1971), da Arimane (Ladolfi, 2017)


Da un’altra psicologa

Quand’è fuori dal nido cosa fa?
Mi chiese dopo che con precisione
di panico e di agorafobia
le avevo riferito.

Domanda errata – le direi oggi –
non è andar fuori, è rincasare
che mi fa male.

Come un cane legato alla catena,
più corta
più lasca
dipende,
abito insieme alle mie ossessioni.

Potrei vivere a New York o a Nuova Delhi,
da questa casa
da questa città
non uscirò più.

Antonio Turolo (Mestre, 1962) da Corruptio optimi pessima (nuovadimensione, 2007)