Siamo come il glicine

Siamo come il glicine,
aggrappati ad una casa
che nessuno sa.

Non ho imparato a tremare
come si deve.

Io so il tuo fianco
andare via al mattino
tra i fiori finti nei vasi.

Certi amori devono stare
nel buio dei portici
ma poi ritornano,
senza stagioni.

Martina Abbondanza (Cesena, 1993), da Il giorno tutto (Giuliano Ladolfi Editore, 2016)

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Bunker

Ora la notte è violenza e arsenico.
E viola non è lutto
ma il livido che marchia il cielo,
l’oscura cicatrice che scava il sangue –
il tatuaggio, l’urto.

Ora la notte
non è detta,
la vita
non è data, non è mai venuta –
ora la fitta, la stretta
ci danno un varco,
la nostra meta vera,
la 
ferita

Alessandro Bellasio (Milano, 1986), da Nel tempo e nell’urto (Lieto Colle – Pordenonlegge) 


All’alba

All’alba,
quando l’aria della notte
si ritira silenziosa
nell’emisfero della nostalgia,
il calice minuscolo del fiore
trasale diffondendo
un suono fondo,
vibrante come un gemito di cattedrale,
simile all’echeggiare della più assordante
campana;
peccato
che il nostro orecchio non è fatto per udirlo
e nessuno mai ci dice
per chi rintoccano
le campane dei fiori.

Ana Blandiana (Timișoara, 1942), da Un tempo gli alberi avevano occhi (Donzelli editore, 2004)


Non sappiamo. Non so. Non è dato sapere

Non sappiamo. Non so. Non è dato sapere
con parole. Solo il corpo sa.
Sapienza di respiro. Sapienza naturale
di particelle tenute insieme
dalla circolazione. Atomi piastrine
aminoacidi tessuti vitamine proteine
una distribuzione di funzioni
svolte perfettamente. Ogni parte
una precisa mansione. E tutte insieme
dalla vetta degli occhi
sotto l’immensa volta della notte
per meccanico alzarsi della faccia
tutte le particelle insieme sobbalzano
un istante – quasi rammentando una
sgomentante felicità.

Mariangela Gualtieri (Cesena, 1951), da Le giovani parole (Einaudi, 2015)


fuori piove

fuori piove

il lampo folgora le gocce
dentro una narrazione giallastra
che suonando attera e trema

ascolta   mi dice la vecchia cieca
chiudi il libro   studia questa pioggia

Anna Maria Farabbi (Perugia, 1959), da Abse (Il Ponte del Sale, 2013) 


Ognuno di noi è una riva a cui

Ognuno di noi è una riva a cui
vengono le immagini del mondo. Siamo
un mare su cui sciacqua un altro mare

che ci si viene a rompere in fronte, quando
guardiamo fuori, non meno di quando
guardiamo dentro noi stessi. Pure,

a catene di immagini dovremmo sapere
rispondere con schiere di frasi. Invece,
eccoci qui dietro le cose, che ci trascorrono

davanti, più che a nomi a lampi, come
le creature riprese e disintegrate di qualche
esplosione convenzionale, senza che tu le sappia

decifrare. Come dopo Auschwitz, dopo
Hiroshima. Banco di prova d’ogni
prosa, d’ogni rima e lima.

Le immagini ci sono, ma le opere,
le parole, le dobbiamo fare.

Gianni D’Elia (Pesaro, 1953), da Sulla riva dell’epoca (Einaudi, 2000)


Due ritratti

Un tempo dovevano essere diversi,
i ritratti dei fratelli: lui in posa
contro uno sfondo prevedibile, solenne
(la torre, il castello, l’ampio arco del cielo);
l’altra stanca, dimessa, presa quasi di sghembo
in una stanza poco nobile, magari
la cucina. Adesso che li guardi, con la torre, il castello,
la cucina ormai deserti da anni, sono foto
di una stessa paura, scatti presi di nascosto
nello stesso momento.

Massimo Gezzi (S.Elpidio a Mare, 1976), da Il numero dei vivi (Donzelli, 2015)