La stazione senza treni

Non si può far finta di niente, riprendere la macchina
per le gite in provincia
e le chiese decrepite (ma anche
degli strani passi, vicino ai burroni)

«Perdonami questo amore che è già un’azione»

Così la vittoria è di chi
dedica e dimentica.
E cade l’idea di qualcun altro, la follia
di essere al banchetto insieme.

«C’è un confine impercettibile tra il suo lamento
e il suo crimine»

                           il pomeriggio di domenica
alcuni nell’agonia
si sporcano
non è facile distruggersi, nel buio di una camera,
e conta solo chi
esce per primo

Cercavo di essere difficile.
Descrivevo il rosso dei gerani solo se era sbiadito.
Tutto così: erano queste le decisioni.

Angelo, dimmi se è partita davvero, se non
mi avevi raccontato una balla per sorridere

«Tanto non sarà mai con intenzione
che vi farete del bene»

«Ma cosa ne sai di noi, della nostra parte segreta?»
«Non fare della musica. Tutto è definibile o non c’è»

Milo De Angelis (Milano, 1951), da Somiglianze (Guanda, 1976)


Verso la casa nuova

I larici e io solo. Le formiche
hanno un altro passo. Come le erbe il fiato che manca.

Se tenessi questi campi dopo la pioggia
in un lento rotolare, un cadere nei campi come i morti della guerra,
vederli, risalire con loro. Anche per me
la stessa cosa, la stessa cosa vostra, un dolore violento,
cosa succede? cosa mi sta succedendo?

La casa nella sua fatica e gli occhi in un globo di panche, di sogni:
i poveri hanno visto le cose,
le fiabe, i miracoli, come un paradiso che non c’è più.

Mario Benedetti (Udine, 1955), da Umana gloria (Mondadori, 2004)


All’ingiù

Sì, li ho tagliati i capelli, colpa del caldo, sorpresi?
domani nevica, mi sa! e mi sarei
guardato le scarpe, davanti agli amici,
no, meglio un punto tra i cespugli a
cui non appartengo.
Nevica infatti. La neve, i familiari in visita
mi hanno informato, tu l’hai messa in una domanda,
senza tenerla sulla voce la neve
hai chiesto se c’era, lasciando sgomenti loro
e l’afa alle finestre, l’urgenza il
policlinico, giugno. Non vengono meno
i giochi all’ingiù, il mio stare occhi all’ingiù
come una conta a nascondino con la colpa
di una frase che quando è fatta è fatta,
il tuo scompenso da non dire da dirne male da uscirne
pronunciati male, l’andirivieni,
i fiocchi indaffarati sì ma solo lievemente
contro le gravità, a carezzarle.

Davide Castiglione (Alessandria, 1985), da Non di fortuna (Italic Pequod, 2017)

-consigliato da Francesco Terzago


Pixel

Come suoni nelle pietre le parole nascondono
luoghi e cellule, respiri e ore contate
che dicono chi siamo,
mentre tutto scorre attraversando il groviglio.
Pixel di voci affiorano sulla pagina,
disegnano volti tra le lettere di un alfabeto perduto:
i bambini che sulle rive del Nilo vendono fossili,
Dike sul banco degli imputati, mio padre, Ulisse senza Itaca
in un’era glaciale.
Domani tutto sarà cancellato.
Ma la strada è una lingua che ci vede
e sotto la terra un bosco – immobile – aspetta di nascere.

Corrado Benigni (Bergamo, 1975) da Tempo riflesso (Interlinea, 2018)


Coincidenza

                                             To the house of death, to my father
                                             (Seamus Heaney)

Il 30 agosto del 2013,
mentre i chirurghi fermano il mio cuore
e deviano il mio sangue in una macchina,
in un altro ospedale, oltre duemila
chilometri distante, in questo giorno,

come saprò più tardi dai giornali,
si è fermato anche il cuore del poeta
Seamus Heaney. Attraversando il limbo,
durante l’ora e mezza di non vita,
magari l’avrò visto, con il volto

da contadino e la camicia a quadri,
scendere alla stazione sotterranea
tra il viavai silenzioso delle ombre,
là, dove da due mesi è già arrivato
mio padre, nella casa della morte.

Claudio Pasi (Molinella, 1958), da Nomi propri (Amos Edizioni, 2018)


Ci teniamo vicini

Ci teniamo vicini
all’urlo, mentre passa il dodici
e l’attimo separato
dal suo vortice resta qui, nel cuore
buio dell’estate, nell’annuncio
di una volta sola. Tu
non ci sei. Resta la tua assoluta
voce nella segreteria, questa
morte che non ha luogo.

Milo De Angelis (Milano, 1951), da Tema dell’addio (Mondadori, 2005)


Ultimo trasloco

Come se ci fosse altro tempo, oltre a questo,
altri giorni per sentire questo freddo
salutare, imparare un’altra lingua,
bussare a una porta socchiusa, entrare –
le processioni sulle auto sul corso, l’intuizione
di un bene nascosto al di là
di tutti i muri e che solo rinunciando
a tutti i muri brillerà
(come la tavola del mare corrugata
dalla brezza scintillava
di origine ai prime raggi dell’alba).

Allora il nostro dovere di uomini liberi
è di contare le finestre illuminate
nel buio. Perché sul confine
tra il paese e la campagna una donna
si è svegliata a ruminare la sua angoscia
(disoccupazione, amore inconfessabile che svelle
la serratura della porta, malattia).
Perché un uomo abbandona
la sua casa una notte e tutti pensano
che è vita, in fondo, quella, è bellezza.

Nei mobili ereditati dai nonni i nipoti
leggono il passato come gli anni
nel legno, accarezzano le assi
e risvegliano il timbro della voce
degli assenti, li invitano nella casa
pitturata di fresco, li sistemano
negli angoli, acquattati
con il viso schiacciato sulle ginocchia a mormorare
la preghiera che il vento ogni sera
chiede al mandorlo, la perfetta consistenza
del tuo sangue che attraversa
ogni singolo millimetro di te,
senza svegliarti.
Massimo Gezzi (Sant’Elpidio a Mare, 1976), da L’attimo dopo (Sossella, 2009)