Che qualcosa di me

Che qualcosa di me
possa valere, dopo di me,
anche solo cinque lire più di me,
mi è insopportabile.
Io voglio quel che valgo
qui con me.

Patrizia Cavalli (Todi, 1949), da Datura (Einaudi, 2013)

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Sei la superficie d’acqua

Sei la superficie d’acqua
si potrebbe attraversarti dritto
come l’inserzione di un ago.
Ne uscirebbe quel poco che basta,
due gocce appena, intravedere
le viscere e quello che ti si aggroviglia intorno.
Ma poi ci vorrebbe subito prontezza,
medicarti la ferita, applicarci sopra
un bel cerotto e via, togliersi i guanti
lavarsi le mani e chiudere la porta in fretta.

Clery Celeste (Forlì, 1991) da La traccia delle vene (Lieto Colle – Pordenonelegge, 2014)


Secondo amore

In questa nuova casa notte e giorno
non ci illudono mai: questo è un ritorno
di due di rame o di pietra o di legno.
La tavola, il letto sono un segno.

Non parlare. O parla. (Parleranno).

Si sopravvive facili a se stessi.
Ci si regala come abiti smessi
a miserabili che hanno la nostra faccia.
E ogni gesto intorbida la traccia.

Ma ridicole smanie, atti di sangue? (Poesie. Si abitueranno).

Matteo Marchesini (Castelfranco Emilia, 1979), da Cronaca senza storia. Poesie 1999-2015 (Elliot, 2016)


malauguratamente

malauguratamente non siamo una
spiaggia in inverno nella quale uomini
col berretto calato sulla fronte cerchino
monetine, non siamo una stagione dai
precisi connotati, come vento o pioggia
o ghiaccio sui vetri – malauguratamente
ascoltiamo gli stessi dischi alle stesse
ore aspettando un’identità che non ci
piove dal cielo, noi soli dissennati e in
coscienti, noi figuranti senza copione.

Greta Rosso (Casale Monferrato, 1982), da Manuale di insolubilità (Lieto Colle – Pordenonelegge, 2015)


la litania dei casi recitata al ginnasio

la litania dei casi recitata al ginnasio
s’è fatta prognosi postuma dei giorni:
se tutto sommato poco frequentati
– anche colpevolmente, lo ammetto –
i primi due,
tra dativo e accusativo invece
s’è consumato il maggior tempo.
Seguiti dal vocativo
per veglie albe notti,
preghiere a volti muti, ascolti
sempre in duplice tensione:
rivolto altrove e ad altri
o nell’attesa di una chiamata.
Ora vivo all’ablativo

 

Enrico Testa (1956, Genova), da Ablativo (Einaudi, 2013)


Corsia

Batte sul sonno, lo riapre,
il colpo di tosse del vicino.

– Che anno è questo ? – sibila.

È in delirio, penso, per la febbre alta.
Così come, prima, con la porta bianca
sul fondo della stanza da dove mi confidava
di avvertire distintamente la spinta
di tutto quel silenzio, dentro,
che voleva uscire.

Tiziano Broggiato (Vicenza, 1953), da Preparazione alla pioggia (Italic, 2015)


Definizione

Essere foglia
e obbligata
a comportarsi
come tutte le foglie,
pur capendo
e perfino potendo
essere in tutto e per tutto
altro:
ma da ciò
– a sorpresa –
non trarre la conclusione
che tu sei altro dalle foglie,
ma che loro, le foglie,
sono altro da sé.
Ecco una definizione.

Ana Blandiana (Timișoara, 1942) da Un tempo gli alberi avevano occhi (Donzelli editore, 2004)