Il piede del bambino più piccolo

Il piede del bambino più piccolo
è più grande d’ogni tuo pensiero
Cosa mangia la foglia adesso?
Il pianto del bambino più piccolo
ha coperto il tuo canto, il mondo
sta strillando sull’altare
Il fiume, il salice, la porta. Il tronco spalancato
Ti cadono le foglie dalla testa, te ne accorgi?

Ida Travi (Cologne, 1948), da Tasar (Moretti &Vitali, 2018)

– consigliato da Azzurra D’Agostino


Nicolò (#1)

Nicolò si è finalmente deciso a cambiare la disposizione dei mobili in salotto, immutata dai tempi in cui sua madre era ancora viva e autosufficiente. Con la nuova sistemazione, la stanza gli sembra più grande e addirittura più luminosa. Ad un primo sguardo non sembra trattarsi semplicemente di una versione rimaneggiata della quotidianità, ma – come per effetto di un’illusione ottica – di un’altra stanza, del tutto nuova. Inoltre la novità non gli procura quello spiacevole effetto di disorientamento provato pochi giorni fa, svegliandosi nel letto di sempre; ma che aveva spostato da un lato all’altro della sua camera prima di andare a dormire, per poi riportarlo nella posizione originaria già la sera dopo, appena rientrato dall’ufficio.

Nicolò osserva il salotto, godendosi il senso di rinnovamento; fino a quando nota i segni dei piedini dei mobili rimasti sulla moquette e i leggeri aloni lasciati dai quadri sulla carta da parati. Coordinate del passato, probabilmente indelebili; una mappa sbiadita che documenta la geografia originaria del salotto, prima della deriva dei suoi continenti.

Jacopo Ramonda (Savigliano, 1983), da Omonimia (Interlinea, 2018)


Le donne della Seleco

Le ho viste uscire alla fine del turno
camminando ma senza toccare il suolo
guardando i lampioni ma senza vedere
la luce e mentre svanivano le ho
immaginate aprire la porta
baciare i figli scaldare in forno
la cena e poi ripulirsi e a volte
giacere sotto un marito qualsiasi
con l’aria di chi da anni ha imparato
che manca sempre mezz’ora di troppo
alla fine del giorno

Francesco Tomada (Gorizia, 1966), da Portarsi avanti con gli addii (Raffaelli, 2014)


Il testimone

Tutto è nelle parole.
Quello che dici ti giudica, leggilo
tra le pieghe delle mani, tra queste pietre.
Un altro sei adesso. Devi rispondere,
promettere di dire la verità
e non tacere nulla
di quanto è a tua conoscenza.
Questa è la formula: nient’altro,
il sasso precipita ora
prende la forma di un giudizio,
di un verdetto,
da dove risaliremo –
fino a prova contraria.

Corrado Benigni (Bergamo, 1975), da Tribunale della mente (Interlinea, 2012)

-consigliato da Paolo Maccari


Una fotografia del 1956

È una fotografia in bianco e nero
di mia madre da giovane che porta
una gonna leggera di tessuto
à pois, stretta alla vita
da una cintura con la fibbia tonda.
Vanno verso lo sfondo prospettive
di pioppi che fiancheggiano il canale
e sul colmo dell’argine sono
appoggiate l’una all’altra due
biciclette, appena lucidate.
Vicino c’è mio padre,
il maglione annodato intorno alle
spalle, i capelli con la sfumatura
alta sopra la nuca e rilucenti
di brillantina. Esprime nello sguardo
l’ironia di un desiderio d’amore
trattenuto, mentre lei gli sorride
di timidezza vera e lo respinge
per scherzo.
Sul retro, nell’angolo
in basso, scritta a inchiostro di china
scolorito, la data: primavera
del ’56, forse il pomeriggio
di un aprile ventoso o una domenica
di marzo, quando io non esistevo.

Claudio Pasi (Molinella, 1958), da Ad ogni umano sguardo (Aragno, 2019)


La lingua del destino

Queste sono solo le mie strade, alla fine. Un mondo
che possiamo meditare e proteggere
mentre si addensa, onda o punto o nulla.
Questo: le origini, i flussi del cosmo sulle erbe
di ogni notte, il bosco e la corrente
che mi porti vicino, una domenica sul tardi.
Mi sento pensato in un linguaggio.
Ci sono le stelle, dici. Tante sul terrazzo.
Per questo dico: ho visto quell’uomo camminare
– e lo dico solo a te – nel buio, ho pensato
fosse venuto per te,
ho pensato a difenderti.
Ogni formula adesso è attraversata
da quel vento che ruota fra queste montagne
e colpisce la nostra casa più di altre. Fende
i numeri, le combinazioni astrali, quasi fosse
amore, questo vento, il viso che sorride
mentre giochi e sembriamo vicini alle vette.
Mi piace qui lo dico anch’io.
A volte per primo.
Sorridiamo ancora, compariamo le grandezze,
e ci dimentichiamo della casa.

Tutto questo, ora lo so, ha un valore collettivo.

Gabriel Del Sarto (Ronchi, 1972), da Il grande innocente (Aragno, 2017)

-consigliato da Gianluca D’Andrea


È morto oggi il bicchiere azzurro latte

È morto oggi il bicchiere azzurro latte
scivolato da un gradino troppo alto
della credenza, avrebbe versato ancora.
Se n’è discusso a tavola
come di una cosa viva, un vecchio
che assieme a noi beveva molto.

S’è infranto il sogno del bicchiere azzurro latte
di essere infrangibile: il silicio s’è sciolto
pure nelle nostre bocche ed è parso testamento,
i minuscoli detriti sparsi ovunque
una memoria esplosa di  tutto un firmamento.

Ha dato da bere agli assetati, compito assolto
nella forma ed assoluta trasparenza.
Simone Di Biasio (Fondi, 1988), da Panasonica (Il Ponte del Sale, 2020)