Nonostante mi fossi battuto per evitare il giallo

Nonostante mi fossi battuto per evitare il giallo
nonostante l’allerta

nonostante persone avessero dato la vita per evitare il giallo

il giallo esondò
con formidabile forza (banana)

giraffa, zolfo, brodo granulare, ma anche canarino
cavallo, neve a volte.

Gli ufo sono come gli insetti
numerosissimi, ti si scagliano addosso se vedono il giallo.

L’ossigeno è la prima causa dell’ingiallimento.

Alcuni dicono: ben venga il giallo
altri lo temono fortemente e forse sono di più.

Gli ufo infestano le piante di limoni, non organizzano feste.

Dovresti essere pronto, dovresti stare attento.

Conoscevamo un ufo
aveva la consistenza e il colorito di una lingua di manzo.

L’edera struscia come un serpente sul pianeta morto
potrebbe ingiallire, ma resta verde
o rossa.

Omelette è una cosa che somiglia al suono della sua parola
questo non accade quasi mai.

La menzogna è gialla.

I formaggi lasciati all’aria tendono ad ingiallire.
Chi ha il volto giallo è vicino alla morte (quasi sempre).

Il giallo negli occhi vuole dire una cosa.

Tolto il giallo l’esistenza sarebbe vantaggiosa?
Questo cane non ha
nessun motivo per urinare tanto…

Ci si può aggrappare al giallo, ma è da disperati.

Con una maglia giallo pera, amico mio, non troverai una donna.
Con una maglia giallo pera

se dovessi tornare a casa (e sano e salvo) ringrazia Dio.
Francesco Maria Tipaldi (Nocera Inferiore, 1986), Spin 11/10 (Lietocolle-Pordenonelegge, 2019)


L’imputato

Nessuno sa più di chi è la colpa.
Tutto è ormai accaduto e la memoria è colma.
Fra queste parole, scrivi anche le tue.
Il tempo gira come una chiave.
Di cosa siamo accusati?
Da quale verità dobbiamo difenderci?
È anche nostra la tua orma,
il gesto che ci lega al presente
e non sappiamo decifrare,
monadi nel tribunale di una mente.

Corrado Benigni (Bergamo, 1975), da Tribunale della mente (Interlinea, 2012)

-consigliato da Paolo Maccari


In pensiero di casa

Unica anche la tua –
chiede – anche la tua –
sofferenza unicamente
perché.
E non si accontenta
di risposte. Deve assestarsi
come osso,
callo calcareo che asseconda
la lenta ripresa del movimento
nella frattura, un dolore che passa
dentro un dolore diverso, diversa postura,
menomazione più lieve e duratura.
Gian Mario Villalta (Visinale, 1959), Vanità della mente (Mondadori, 2011)


Ereditarietà

C’è questa foto in bianco e nero
in cui Riccardo è identico
a suo nonno

dicono che certi caratteri
saltino una generazione
per poi ripresentarsi uguali

penso alla mia rabbia
che esiste senza motivo né cura

almeno
i miei figli sono salvi
Francesco Tomada (Gorizia, 1966), inedito


Accade. Senza rimedio come in un quadro

Accade. Senza rimedio come in un quadro
dalla finestra l’uomo seduto ricurvo sul letto
è una macchia di colore, una scala di grigi,
tono su tono dentro questa cornice di pioggia.
Qualcun altro se ne va senza essersi rialzato:
non si dura molto fuori dai propri ospedali.
Il Levante ha portato ai miei piedi
un torsolo di mela, fradici scarti che dovrò
ripulire con la tua voce annodata alla porta,
quando la vecchiaia era un debito
da saldare, e cadendo ogni volta non cercavi
soccorso, solo più tardi domandavi un sorso
d’acqua e con le labbra tumide chiedevi
ancora.
Eleonora Rimolo (Salerno, 1991), da La terra originale (LietoColle, 2018)


Un uomo ribaltato sulla schiena agita gambe e braccia.

Un uomo ribaltato sulla schiena agita gambe e braccia.
Nessuno che gli porga un vecchio libro

o una foglia gigante.

Potrei fare qualcosa, ma il suo corpo è pure il mio.
Accumulo acqua.

Attendo la fune sottilissima di Dio, il calcio del demonio.

Francesco Maria Tipaldi (Nocera Inferiore, 1986), da Spin 11/10 (LietoColle, 2019)

-consigliato da Alberto Pellegatta


Per strada, fiutavo l’aria

Per strada, fiutavo l’aria
di qua, di là, come un cane in allarme.
C’era sempre un rumore che all’improvviso
veniva ad accusarmi: un tremito
di vetrate, uno schianto sordo, lontano,
un cigolìo…
Una volta, sul marciapiede,
un furgone di colpo si è messo a gemere:
“ìh-ò!… ìh-ò!”. Lo avevamo
appena oltrepassato
che dal muro di fronte parte un fischio,
occupa tutta la scena. Prima che riesca
a vedere da dove viene,
due sirene volteggiano dentro quel sibilo,
s’incrociano, si attraversano. Dopo una svolta
altri barriti si aggiungono. Ciascun segnale
conserva ancora il suo timbro,
le sue note – fa, sol – (qua un punteruolo,
là un rasoio, più avanti
cartavetrata sulla lavagna), ma
a un certo punto non riesci più a distinguerle.
Fanno un solo, compatto, incandescente,
duro rumore rosa.
“Ma lo senti?”
urlo io al Conoscente. Lui: “Che cosa?”
“Come, che cosa?” Ci fermiamo a un incrocio.
“Non senti come gridano?”
“Gridano? E chi? No, io non sento niente”,
ride lui. “Tu, piuttosto, abbassa la voce…
Non vedi come si volta la gente?”
Umberto Fiori (Sarzana, 1949), da Il conoscente (Marcos y Marcos, 2019)