Non ho mai visto nascere i vitelli

i vitelli di solito nascevano
(e forse ancora nascono) d’inverno
nelle ultime sere di novembre
che pioviggine e nebbia si mangiavano
le facciate di sasso delle case
o in notti sciroccose che la neve
sgocciolava da gronde rugginose

nell’umido calore di letame
della stalla gli uomini seduti
alla luce di paglia di una lampada
macchiettata a pallini dalle mosche
badavano la vacca che faceva
fumavano e parlavano di altro
narravano di cacce e di fandonie
(leggende che giravano i paesi
le favole di quelli da qui indietro)
da un quadretto appiccato sotto un trave
sant’antonio abate che spuntava
tra porcelli una mucca e tre galline
con l’indice e il bastone a benedire
celato dalla polvere e dai ragni

in casa invece stavano le donne
degli uomini seduti nella stalla
filavano cucivano parlavano
tacevano tossivano sparlavano
sgusciavano mondine o aspettavano
che le castagne cuocessero in tegami
con l’acqua rugginosa che bolliva
su stufe che pestavano la neve
e i fusi che prillavano veloci
i ferri ingarbugliavano solette
grigiastre per scarponi che pestavano
la neve la mattina: uccellatori

i bambini seduti sulla panca
cotti dal caldo radiato dalla ghisa
torturavano quelli più piccini
sbadigliavano in versi già da grandi
sputacchiavano castagne mezze crude
guardavano i discorsi delle donne

poi appariva un bambino per ripicca
fermo sull’uscio con la maniglia in mano
annunciava che adesso lui andava
da solo a vedere nella stalla
la Brusca che faceva il vitellino

protestava attento senza voce
ritornando sconfittovincitore
a sedere sulla panca che additava
la mano minacciosa della mamma

non ho mai visto nascere i vitelli
in quelle notti di neve sciroccosa o
nelle ultime sere di novembre
non ho aperto la porta che era chiusa
sono restato in casa sempre tra la
stufa le donne i vecchi e i bambini
avrei mai visto nascere i vitelli?
siam diventati grandi troppo tardi
lontani dalle mucche e dalle stalle

per questo questa notte che t’ho visto
lottare con le angustie della vita
per poi sbucare piccolo esserino
omettino che urla collegato
all’argenteo filo ombelicale

per questo questo giorno che ti vedo
(quattro e quarantanove del mattino
ottobre diciannove ottantaquattro)
strillare alla bilancia della vita
di iniziare a pesare il tuo destino

il bambino seduto sulla panca
con la faccia strinata dalla stufa
sorride risarcito di quel torto
perché ti vede sbucare finalmente
cavato a volo fuori tra le gambe
divaricate della mamma mucca
enricovitellinoenricofiglio

Francesco Genitoni (Vetto, 1951), da Da una vita frammentaria (Incontri Editrice, 2009)

-consigliato da Emilio Rentocchini


per rimettere il senso nelle mani di ognuno

per rimettere il senso nelle mani di ognuno
di coloro che bruciarono al fuoco
del dolore a mente rinata per assolvere
il sorriso dl dissolvimento incrociato
investigato almeno una volta in corso
per quantificare la sconnessione delle ossa

oso profanarti, tempo, nel disvelamento
del tuo bastione oso liquefarti in alto
dove più granitiche risiedono le tue certezze
Giovanna Frene (Asolo, 1968), da Datità (Manni, 2001)

– consigliato da Tommaso Di Dio


Fossi nel pianto, nel rovescio della medaglia, nel disordine

Fossi nel pianto, nel rovescio della medaglia, nel disordine.
Fossi nelle nove code dei gatti, nei numeri divisi, moltiplicati.

Fossi nelle finestre aperte su cortili sbagliati. Fossi varianza, polimetria.
Fossi plurale, incerto, tradotto. Fossi piega della mano.

Altro e identico.
Leonardo Barbera (Catania, 1979), da Varianze (Ladolfi, 2015)

-consigliato da Antonio Lanza


Oh, I said

My subject is the soul
difficult to talk about,
since it is invisible,
silent and often absent.

Even when it shows itself
in the eyes of a child
or a dog without a home,
I’m at a loss for words.

Charles Simic (Belgrado, 1938), da The Lunatic (Lit, 2017)

-consigliato da Francesco Maria Tipaldi


Oh, ho detto

Il mio argomento è l’anima,
di cui è difficile parlare
dato che è invisibile,
silenziosa e spesso assente.

Anche quando si fa vedere
negli occhi di un bambino
o di un cane randagio,
mi mancano le parole.


dovremmo fare entrambi più attenzione a questi lunghi

dovremmo fare entrambi più attenzione a questi lunghi
silenzi per telefono in cui si agitano
correnti sottomarine come nell’oceano Indiano, perché non
ci vuole nulla a fare riaffiorare carcasse di pesci, occhi di balenieri –
né dovremmo giocarci la sera a dadi perché in fondo
davvero siamo leggeri e questo filo che tendiamo
tra noi con tanto sforzo non è che un’esca per il Leviatano

Massimiliano Aravecchia (Sassuolo, 1983), da La valigia e il nome (L’Arcolaio, 2012)

-consigliato da Marco Bini


L’energia della noia, di ciò che – musica conversazione atmosfera amata – recide ogni

L’energia della noia, di ciò che – musica conversazione atmosfera amata – recide ogni immedesimazione, di tutto quel tempo sprecato aspettando che passi, possiamo            cominciare a vederla, concentrarla
come un tizio qualunque seduto in una città
guarda e nemmeno si illude di reggere guardando –
non è nessuno ma è qualcosa, un fantasma
che distribuisce spazio, una ripetizione
giornaliera (nei suoi sogni
c’è sempre una forma che si scioglie
vene in sangue, passi in oceano, terra in cielo
ma lui tiene, non vende luoghi morti) –
pensa alla sete estinta, al nessun sapore in bocca,
a reticoli depurati da fantasie
sulle sue dita che si muovono e si stringono,
non assorbe la strada e, prima di alzarsi,
si sente un organismo volatile
e ben congegnato
per lo più costituito da acqua.

Ho pensato di scrivere sul disprezzo del mondo.

Marco Villa (Lecco, 1989), da Un paese di soli guardiani (Amos, 2019)


Gelsi

Hai fatto questo semplice gesto con la mano:
l’hai sollevata fino al volto,
l’hai tesa verso il mio finestrino,
mentre guidavo: ho guardato,
e contro la luce caliginosa
della mattina li ho contati,
otto, otto gelsi a chioma aperta
come la coda di un pavone imbalsamato,
in processione lungo la linea
del nostro sguardo, così perfetti
che per un attimo ho scordato
orari coincidenze
e ho rallentato per capire
come mai di otto alberi in fila si possa dire
“guarda che belli!”, come hai detto,
se loro non decidono di esserlo e tutto
è un avvicendamento senza senso,
o se basta un movimento della mano
e un sorriso per fare di otto alberi
in riga un’illusione di riscatto.


Massimo Gezzi
 (Sant’Elpidio a Mare, 1976), da L’attimo dopo (Sossella, 2009)