Non ti scandalizzare

Non ti scandalizzare
se mento su quello che faccio,
credi ancora nella verità dell’enunciato?

Non ti offendere
se ti sono vicino e non ti amo
quando mai l’intenzione porta ai fatti?

Viviamo a fatica mentendo,
chissà che aggravio sarebbe
essere sinceri.
Lorenzo Cianchi (Empoli, 1985), da Iodio (Arcipelago itaca, 2018)


Asparagi

Piumone, 4:00 di primavera. Mi considero un uomo intelligente, ma ci sono molte cose basilari che non capisco. Per esempio il lavoro, gli effetti a lungo termine dell’alcol, che cosa sono gli asparagi.

Gli asparagi sono i germogli della pianta omonima, si usano per fare la frittata con gli asparagi e il risotto con gli asparagi. Si mangiano anche crudi, prendendoli in mano e strappandoli coi denti.

L’ho scoperto su Wikipedia, mentre mi rifiutavo di capire altre cose più importanti. Per esempio che la mia relazione è ormai un contratto a tempo determinato. Questo mi tranquillizza, però non sono sicuro. Mi sento triste in un modo che fa chiudere le finestre.

La lampada illumina l’epoca in cui sono rimasto per l’ennesima volta. Se la spengo, sogno due colonne con una faccia umana scolpita sulla cima. Arriva un nano, prova a buttarle giù, la colonna con la faccia di Grisù si inclina e va a baciare sulle labbra la faccia dell’altra.

Il sogno significa che la mia relazione è finita, che ho fatto in modo che finisse; significa anche che Grisù ne ha cominciata un’altra tutta sua.

Ho sempre voluto essere l’artefice degli avvenimenti, ma senza alcun interesse per gli avvenimenti in sé. Un deus ex-machina, un giudizio, un astrologo della domenica. Adesso, invece, vorrei soltanto dormire la vita, stare a guardare gli altri mentre la realizzano.

Le persone migliori sono quelle che spariscono. Sotto il piumone, alle 5:00 di primavera, respirando l’odore dei calzini. Mi piacciono gli odori che tengo solo per me.

Il nano sbuca fuori dal letto all’improvviso, scintilla i denti gialli masticando gli asparagi. Ride, sputa, dice te l’avevo detto. Quando mi giro sul fianco mi abbraccia, mi lascia dormire.
Simone Burratti (Narni, 1990), inedito 


Autocoscienza

Mi sono udito pulsare. Un orecchio
involontario
annegato nel cuscino.

E ho pensato:
-Sono vivo come altalene e pendoli.
-Il futuro sgocciola nel passato.
-Così pure anche balene e colibrì.
-La mia poesia è in balia delle molecole.
-Un io a ciascuno, non di più.
-Anche questo rintocco ha un numero.
– Mancano tot battiti alla fine.

Poi mi ha rubato il sonno.
Guido Cupani (Pordenone, 1981), da Le felicità (Samuele Editore, 2011)


Tutti essendo fanciulli, abbiamo potuto tener dietro coll’allevare

Tutti essendo fanciulli, abbiamo potuto tener dietro coll’allevare
rane allo sviluppo delle membra a spese della coda.
Quante volte abbiamo osservato i girini mutarsi in rane
e abbiamo visto la coda ridursi
in misura che le zampe s’allungavano?

E noi Monetina restando sull’orlo
della stessa campagna di allora
perderemo con discrezione la coda
o il senso della coda restando ancora cosa?

Antonio Riccardi (Parma, 1962), da Tormenti della cattività (Garzanti, 2018)

-consigliato da Gianluca D’Andrea


è settembre, la scuola elementare ha le porte spalancate

è settembre, la scuola elementare ha le porte spalancate
nella luce le fiumane delle anatre le gonne lunghe
la maestra è un enorme merluzzo
con i capelli corti
i bidelli dicono che è nata vecchia, che nessuno sa quando
la finestra
trabocca di gerani come sangue rosa
le bambine, quelle più belle mi fanno sentire un idiota

Francesco Maria Tipaldi (Nocera Inferiore, 1986), Spin 11/10 (Lietocolle-Pordenonelegge, 2019)

La stazione senza treni

Non si può far finta di niente, riprendere la macchina
per le gite in provincia
e le chiese decrepite (ma anche
degli strani passi, vicino ai burroni)

«Perdonami questo amore che è già un’azione»

Così la vittoria è di chi
dedica e dimentica.
E cade l’idea di qualcun altro, la follia
di essere al banchetto insieme.

«C’è un confine impercettibile tra il suo lamento
e il suo crimine»

                           il pomeriggio di domenica
alcuni nell’agonia
si sporcano
non è facile distruggersi, nel buio di una camera,
e conta solo chi
esce per primo

Cercavo di essere difficile.
Descrivevo il rosso dei gerani solo se era sbiadito.
Tutto così: erano queste le decisioni.

Angelo, dimmi se è partita davvero, se non
mi avevi raccontato una balla per sorridere

«Tanto non sarà mai con intenzione
che vi farete del bene»

«Ma cosa ne sai di noi, della nostra parte segreta?»
«Non fare della musica. Tutto è definibile o non c’è»

Milo De Angelis (Milano, 1951), da Somiglianze (Guanda, 1976)


Verso la casa nuova

I larici e io solo. Le formiche
hanno un altro passo. Come le erbe il fiato che manca.

Se tenessi questi campi dopo la pioggia
in un lento rotolare, un cadere nei campi come i morti della guerra,
vederli, risalire con loro. Anche per me
la stessa cosa, la stessa cosa vostra, un dolore violento,
cosa succede? cosa mi sta succedendo?

La casa nella sua fatica e gli occhi in un globo di panche, di sogni:
i poveri hanno visto le cose,
le fiabe, i miracoli, come un paradiso che non c’è più.

Mario Benedetti (Udine, 1955), da Umana gloria (Mondadori, 2004)