V. Euridice

Teneva in mano la foto di lei, sussurrava:
<<Benché la strada sia impercorribile,
ti strapperò di dove sei>>.
E le labbra mute di lei mormoravano:
<<È tua la notte invincibile,
è morte sposata. I tuoi sogni
si disfano come la carne>>.
<<Arcuerò una musica stregata
venendo a te, la parola
che ti ricondurrà
alla nostra casa. >>
Ma lei disse, allo scoccare del sole:
<<Ormai io sono dove non guardi. E poi,
verresti a me con legacci e fardelli,
con la tua gabbia indosso?>>

Rosita Copioli (Riccione, 1948), da Furore delle rose (Guanda, 1989)

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Accade come in volo

Accade come in volo
l’età più sanguinaria, colorata
per una prima volta:
chi si fa lieve togliendosi il peso,
chi si perde nel denso labirinto
per non fare, per non essere.
La costruzione di una vita ha base
su quella sabbia spruzzata di lacrime
senza scienza, innocenti
davanti a tutto ciò
che non ha nome ancora che per gioco,
poi per sempre la spina di una vita
via da quegli anni brevi, di stupore.

Daniele Piccini (Città di Castello, 1072), da Terra dei voti (Crocetti, 2003)


Il fermaglio è ancora qui

Il fermaglio è ancora qui,
vicino alle tempie. Tutto è stato
quello che è stato,
il silenzio sul cuscino
è un’eco di questo. Domandiamo
un anno di luce completa, un volo
che ripete in alto
la stessa scena terrestre. Ma il niente
è niente e le spine si conficcano
sempre più dentro di noi.

Milo De Angelis (Milano, 1951), da Quell’andarsene nel buio dei cortili (Mondadori, 2010)


Annales

Rileggendo Tacito durante questa estate di massacri
il conforto veniva dal latino, la nudità dei fatti,
l’assenza o quasi di aggettivi,
il gerundio che evita inutili giri di parole.
Confrontando la traduzione con l’originale,
il testo italiano colava più lentamente sulla pagina.
In giorni pieni d’insegne levate in diversi schieramenti
la sintassi agiva come un laccio emostatico,
frenava enfasi e lacrime.
Sestilia, la madre dei Vitelli, non esultò ci dice Tacito,
mai per la fortuna, sentí soltanto le sventure familiari.
Il grigio libro di Tacito
scritto quando il su autore aveva sessant’anni
dice soltanto ciò che deve. Sul grigio orizzonte
degli Annales non c’è posto per i paesaggi o per l’amore:
Ci cura questa forma lapidaria:
<<La radicata cupidigia dei mortali,
i premi ai delatori non meno abominevoli dei crimini,
il metallo che decreta l’oro>>.

Antonella Anedda (Roma, 1955), da Historiae (Einaudi, 2018)


Tradimento

Tutto ciò che poteva essere
E non è stato,
Dimenticalo.

Tutto quello che hai posseduto
E non ti appartiene più,
Tutto quello che avresti amato
Ma non si è lasciato amare,
Tutto quello che si dice ieri
E che è stato infranto,
Tutto quello che era bello
Ed è diventato scialbo,
Tutto ciò che era giovane
Ed è diventato vecchio,
Tutta la purezza che avresti voluto
E non hai raggiunto,
Tutto il dolore che hai scolpito
E non puoi più riparare,
Tutto il dolore che ti ha scolpito
E non riesci a perdonare,
Tutto ciò che hai odiato
Per il tempo di un attimo,
Tutto l’amore del mondo
Che hai soffocato,
Ricordati
Era vita.

Mary Barbara Tolusso (Pordenone, 1966), da Spine e aghi (Campanotto 1993)


Ruinas

È tanto facile disfare eppure questa specie si conserva

e avanza crollando lungo i secoli. Come un tempo

distruggono gli archivi, tutto si perde

e torna in altre forme.

Dalla scogliera sale un accenno di torre medievale,

ma per il resto l’acqua ruota in su senza memoria,

solo lapilli di schiuma e legni morti.

Una notte abbiamo fatto un fuoco là nelle rovine

soffiando sui picchi delle braci

credendoci a un passo dalla luce

oltre quel minimo sostare uno nell’altra,

provando inutilmente

a scostare la legge dell’essere vicini e poi perduti.

Antonella Anedda (Roma, 1955), da Historiae (Einaudi, 2018) 


‘l eco de le vósi

Al vènare e a la doménega
se magna da la zia
la tola xe la TULIP de la Knoll
la zia prepara al vènare pésse
e a la doménega ganasséte
de inverno megio méterse
un magión belo grosso de lana
la stanzéta xe freda –
anca parché el muro confina
col spazio grando de quela che na volta
gera la nostra fornasa e che desso i organiza
mostre de la Bienàl –
sèrte matine se sénte che i bate
zénte che va e che vien, e ʼl eco de le vósi.

Andrea Longega (Venezia, 1967), inedito


L’eco delle voci

Al venerdì e alla domenica / si mangia dalla zia / il tavolo è il TULIP della Knoll / la zia prepara al venerdì pesce / e alla domenica guancette di vitello / dʼinverno meglio indossare / un maglione pesante di lana / la stanzetta è fredda – / anche perché il muro confina / con lo spazio grande di quella che una volta / era la nostra fornace e dove adesso organizzano / mostre della Biennale – / certe mattine si sente battere / gente che va e che viene, e lʼeco delle voci.