Isola

Nella notte il vetro dei grattacieli di Isola
sembra una faglia sull’orizzonte,
il semicerchio della struttura che dice
il potere di rendere solida l’acqua
e liquefarsi al momento
che hai finito di circoscrivere.

Qui le ore per buio distinguono
il silenzio netto, il rullio dei treni,
le gocce nell’aria, le fibre –
ma l’alba ci ha fermato in un suono contorto:

le curve del tempo vuoto
la fuga nel sottopassaggio
l’elettricità aperta tra gli ascensori e il cibo decongelato
gli artefici di questa pulizia di vetro
o una prova molto umana per fermare un azzurro
fragilissimo.

Seduti al limite della fontana
ecco il sorpasso: il freddo
incorruttibile del buio
si restringe e una folla normale

scala i tratti del volto. Al bar mi dici
che è metafora del mondo
oggi trattenendo il cibo nella bocca
il grande vetro di questi edifici
e il cibo profondo negli organi:

meccanica e carne invisibili
e la loro imperfezione avvolge al puro e all’impuro
entrando uscendo dal grande vetro
come l’arte afona e oscura di Duchamp
taglia a sezioni.

Nel caso premi la mano, può frangersi

o resistere come l’etere resiste,

e lì coscienti o da noi separati

puro e impuro,

il grande schermo di Isola

o un continente.

 

Maria Borio (Perugia, 1985), da Trasparenze (Interlinea, 2019)

-consigliato da Francesco Terzago

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Stevens

La palma alla fine della mente,
oltre un ultimo pensiero, in un décor di bronzo.
Un uccello dalle piume d’oro
canta nella palma, senza senso
o sentimento umano, un canto alieno.

Allora lo sai che non è la ragione
a farci felici o infelici.
L’uccello canta, le piume splendono, la palma svetta
al bordo dello spazio, lentamente
il vento si muove tra i rami. Piene di fuoco pendono le piume.

Guido Mazzoni (Firenze, 1967), da La pura superficie (Donzelli, 2017)

-consigliato da Giovanni Turra


Anabasi

Invece che lasciare a altri –
invidiosi o stregati – il compito
di scrivere una motivazione
preferisco dirvi io stesso perché
prendere in considerazione il mio lavoro.
Non solo questo travestimento finale.
Magari gialla, come un fiume interrato, ma potabile.

O invece erano in gabbia gli uccelli?
Considerati i tuoi precedenti, anche
il cibo ti mangerà le frasi. Mediante ebollizione
le gocce più intelligenti dell’acqua
confermano: per vivere serve qualcosa di più,

Alberto Pellegatta (Milano, 1978), da Ipotesi di felicità (Mondadori, 2017)

-consigliato da Marco Pelliccioli


Un padre pieno di elio

Un padre pieno di elio
che mi sfuggiva dalla mano
e il braccio che restava ampio
guardandolo diventare minuscolo.

Solo gli alberi e i bambini
sanno morire spalancati.

Luca Bresciani (Pietrasanta, 1978), da Canzone del padre (Lietocolle, 2018)

-consigliato da Francesco Tomada


La mia posizione nella vita

La mia posizione nella vita
non un’idea che s’alzi –
io seduta sbieca davanti alla visione

la viola finestra d’aria
quattro angoli retti affacciati
sull’ovale che guarda

 

(questo
dove si vedono passare
milioni di punti di riferimento
buoni solo per poco
è l’assoluto nostro vago cielo
in cui si resta
fin quando il fare
diventa solo essere
e basta).

Silvia Bre (Bergamo, 1953), da La fine di quest’arte (Einaudi 2015)

-consigliato da Stefano Dal Bianco


Palazzo Spinola

Palazzo Spinola, casa del Seicento.
Una guida gratuita ci introduce.
La ascoltiamo nelle prime sale.
Racconta di una tela a forma di elle.
L’avevano tagliata, maldestramente.
La osserviamo a lungo.
Immaginiamo la parte mancante.
Ci lasciamo incantare dal sorriso infantile.
Chi aveva accanto?
Si moltiplicano le congetture.
Lasciamo in sospeso.
Proseguiamo nelle altre stanze.
Infine un’esposizione di quadri fiorentini.
Dipinti luccicanti, carnosi, interi.
Il terrazzo per finire.
Ma si ripensa al sorriso infantile.
Alla parte tagliata.
I vasi intorno portano delle etichette.
Qualcuno ci ritrae in una foto.
Damiano Sinfonico (Genova, 1987), da Storie (L’arcolaio, 2015)

-consigliato da Jacopo Ramonda


Sassi

fino alla fine

noi bambine antiche figlie adulte
convinte
che un tale amore sia
incorrispondibile così denso
da coagularsi in non-amore
né solo vicine o solo lontane
né solo fuori o solo dentro
sostanza consistente
in ciò che non si slega e non si compie

noi abbiamo il tocco
contiguità contagio
di spargere fecondità sul mondo
mute solenni operose e poi
declinati quei molteplici modi
tutti quei modi che sappiamo bene
di conservare la ferita
lasciando il campo
immarcito per troppa irrigazione

tra noi si irradia una concentrazione
che esclude la parola
più che altro carne soffio materia
banca amorosa informe
alla quale non possiamo tornare
e ripagarci il debito
per quante volte ci moltiplichiamo
nella stanza buia il moto a ritroso
si inceppa in avanti: lo specchio
è vuoto e forse anche irridente
oppure è l’occhio
incapace a vedersi

fino alla fine
Maria Luisa Vezzali (Bologna, 1964), da Lineamadre (Donzelli, 2007)

-consigliato da Matteo Fantuzzi