Un padre pieno di elio

Un padre pieno di elio
che mi sfuggiva dalla mano
e il braccio che restava ampio
guardandolo diventare minuscolo.

Solo gli alberi e i bambini
sanno morire spalancati.

Luca Bresciani (Pietrasanta, 1978), da Canzone del padre (Lietocolle, 2018)

-consigliato da Francesco Tomada

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La mia posizione nella vita

La mia posizione nella vita
non un’idea che s’alzi –
io seduta sbieca davanti alla visione

la viola finestra d’aria
quattro angoli retti affacciati
sull’ovale che guarda

 

(questo
dove si vedono passare
milioni di punti di riferimento
buoni solo per poco
è l’assoluto nostro vago cielo
in cui si resta
fin quando il fare
diventa solo essere
e basta).

Silvia Bre (Bergamo, 1953), da La fine di quest’arte (Einaudi 2015)

-consigliato da Stefano Dal Bianco


Palazzo Spinola

Palazzo Spinola, casa del Seicento.
Una guida gratuita ci introduce.
La ascoltiamo nelle prime sale.
Racconta di una tela a forma di elle.
L’avevano tagliata, maldestramente.
La osserviamo a lungo.
Immaginiamo la parte mancante.
Ci lasciamo incantare dal sorriso infantile.
Chi aveva accanto?
Si moltiplicano le congetture.
Lasciamo in sospeso.
Proseguiamo nelle altre stanze.
Infine un’esposizione di quadri fiorentini.
Dipinti luccicanti, carnosi, interi.
Il terrazzo per finire.
Ma si ripensa al sorriso infantile.
Alla parte tagliata.
I vasi intorno portano delle etichette.
Qualcuno ci ritrae in una foto.
Damiano Sinfonico (Genova, 1987), da Storie (L’arcolaio, 2015)

-consigliato da Jacopo Ramonda


Sassi

fino alla fine

noi bambine antiche figlie adulte
convinte
che un tale amore sia
incorrispondibile così denso
da coagularsi in non-amore
né solo vicine o solo lontane
né solo fuori o solo dentro
sostanza consistente
in ciò che non si slega e non si compie

noi abbiamo il tocco
contiguità contagio
di spargere fecondità sul mondo
mute solenni operose e poi
declinati quei molteplici modi
tutti quei modi che sappiamo bene
di conservare la ferita
lasciando il campo
immarcito per troppa irrigazione

tra noi si irradia una concentrazione
che esclude la parola
più che altro carne soffio materia
banca amorosa informe
alla quale non possiamo tornare
e ripagarci il debito
per quante volte ci moltiplichiamo
nella stanza buia il moto a ritroso
si inceppa in avanti: lo specchio
è vuoto e forse anche irridente
oppure è l’occhio
incapace a vedersi

fino alla fine
Maria Luisa Vezzali (Bologna, 1964), da Lineamadre (Donzelli, 2007)

-consigliato da Matteo Fantuzzi


Tutta la strada per arrivare a questa finestra qui

Tutta la strada per arrivare a questa finestra qui,
di sera, quando è già buio per vedere:
quelle notti insonni, le decisioni, solo per scendere
tra mezz’ora, stare seduti e sorridere ai commensali,
ognuno che racconta l’alba o il pomeriggio o la notte
quando è partito, troppo presto, troppo tardi, come tutti.

Gian Mario Villalta (Visinale di Pasiano, 1959), da Vanità della mente (Mondadori, 2011)

– consigliato da Sabatina Napolitano


Lo sfondo è un cortile, un edificio chiaro

Lo sfondo è un cortile, un edificio chiaro,
platani, altre sagome soffici
come è del resto poco nitido tutto.

A chi assomiglia? Al padre, alla figlia
nata quarant’anni dopo,
a un trisavolo mai conosciuto, come dicono?

Chi è questo bambino, quando
ci siamo persi, io e lui?
Non lo conosco. So che è me
perché è nella foto
vista più volte , ripassando
il passato, soprattutto nei giorni subito dopo
qualcuno che è morto.

Si perde, l’origine. E condividere
la perdita, farne memoria
famigliare, passato per ogni uno suddiviso
e frainteso negli altri, è un dovere
e una necessità.

Ma chi sono diventati, i dispersi, o quando
ci aspettano avanti, tutti i noi stessi
che ci hanno persi?
Gian Mario Villalta (Visinale di Pasiano, 1959), da Telepatia (Lietocolle, 2016)


Linoleum

Io credo che infine tornerà
ai piedi il luogo di tutti
gli amori, perché non possiamo
tornare alla natura,
al linoleum
scollato, con bolle d’aria
al magazzino diminuito. Ero
lì, qui il tempo
che peggiorava i passi. Ora
intuisco il rivestimento di tutto
a tutto, il seno sfigurato
dall’ideale pentimento.
E l’oggi fatto con la cera
che macchia le morti.

Alberto Cellotto (Treviso, 1978), da Vicine scadenze (Zona, 2005)