Discorsi

Parlare con la gente
è fatica:
sempre spiegarsi, ripetere,
mettersi nei suoi panni.
E comunque alla fine
cosa si ottiene?
È dura, la gente.
Tocca sempre riprendere da capo,
chiarire, chiedere, rispondere,
senza mai essere sicuri
se quello che si vuol dire
è veramente arrivato.

Arrivato poi – dove?
Dentro le teste
è buio, non lo sappiamo.
Uno di fronte all’altro
siamo affacciati a un pozzo senza fondo.

Ogni volta ci chiama, tutto quel vuoto,
ci vuole. E noi, giù frasi.

Dirsi quelle due cose,
con le persone,
più ci si tiene più
sembra impossibile.

A volte si sta lì davanti a loro
come i parenti al cimitero
coi fiori in mano
davanti ai marmi, alle foto.

 
Umberto Fiori (Sarzana, 1949) da Poesie 1986-2014 (Mondadori, 2014)

Annunci

Che ne ho fatto di me?

Che ne ho fatto di me?
La poesia sanguinaria
dell’infanzia
il puma tatuato nel sangue?
Nel presto della corrente
sono pentolino di latte
che bolle e trabocca
fuori c’è cielo
c’è acqua
cielo inquieto
sopra terra arsa
movimento sull’acqua
e mirabolante fuoco
che fa tutto insigne
e incendiato,
nello spazio tra le costole
fluttuanti
un martello sfascia
ogni silenzio modesto.
Dillo forte
fortissimo gridalo
l’urto del mondo
alle porte dei sensi.
“Sono qui
sono qui” con sguardi
come laghi
semino il grazie
più piccolo che c’è.

Chandra Livia Candiani (Milano, 1952) La bambina pugile, ovvero La precisione dell’amore (Einaudi, 2014)


Domenica notte in città

Mano nella mano, sdraiati a letto,
le nostre lunghe gambe ripiegate come
ali, i nostri lunghi piedi che nell’ombra toccano
la sponda del letto, scolpita con dell’uva
come una pietra tombale. I tuoi capelli sono scompigliati, scuri
come noci nere, arricciati come i viticci
delle viti. La tua mano destra è nella mia mano
destra. La mia mano sinistra è nella tua.
Le braccia unite come pattinatori, sdraiati
sotto l’immagine di una campagna: la pennellata
scura e indistinta come fumo, alberi
che sollevano i loro cinerei scheletri di pesce,
e al centro, sopra di noi,
lo stagno calmo,
silenzioso come fosse eterno.

Sharon Olds (San Francisco, 1942), da Satana dice (Casa editrice Le Lettere, 2002) trad. di Elisa Biagini

Hand in hand, we lie on the bed,
our long legs crossed like folded
wings, our long feet touching the
footboard in shadow, carved like a headstone
with grapes. Your hair is ruffled, dark
as black walnut, curled like the tendrils of
wines. Your right hand is in my right
hand. My left hand is in your left
Arms linked like skaters, we lie
under the picture of farmland: brush
dark and blurred as smoke, trees
lifting their ashen fish-skeletons,
and central to it, over us,
the calm pond
silent as if eternal.


So con esattezza cosa sogno

So con esattezza cosa sogno:
una voce dal petto – solo mia –
con il do di ogni canto d’inizio
ciò che per lingua spenta
chiamiamo morte e suo timore.

Al buio ci si abitua
quanto più si accantona il conforto della luce
quando si impara che l’uno
è la sponda secca dell’altra
ai lati di uno stesso fiume.

Conosco quel tipo di coraggio: dimenticare la stella
la candela il calore del giorno
farne a meno – amandoli in silenzio –
in un meno uguale alla marea
che si abbassa conservando i confini
l’orma delle barche la sabbia-arata del mare.

Si batte la fronte
– la notte come un muro.

Nel bruciore
si stringe una diversa luce
quel fulgore privo di memoria
che qualche volta cinge
ciò che per suono muto – ancora – non ha nome.

Antonella Anedda (Roma, 1955) da Notti di pace occidentale (Donzelli, 2001)


La mia memoria è la memoria della neve

La mia memoria è la memoria della neve. Il
mio cuore è bianco come un campo di erica.

In labbra gialle la negazione fiorisce. Ma esiste
un noce dove abita l’inverno.

Un lontano noce, piegato sull’acqua, dove
vanno a morire i guerrieri più vecchi.

In uno stesso esterno si disfano i giorni e la
desolazione corrode i segni del suicidio:

globi tra i rami del silenzio e un animale senza
nome che si addensa sul mio viso.

Julio Llamazares (Vegamiàn, 1955), da Poesie complete (Amos edizioni, 2011)


Medaglioni

Und einmal schliefen wir im tiefsten Mittelalter,
Verschanzt in einem Bergnest, hinter
Feldsteinmauern.
Nachts kam Besuch in dicken Wollpullovern –
Falter,
Die an die Schlafen trommelten. In Ecken lauernd,
Gab es da Drachen wie am Domportal,
eidechsenklein.
Der Tag kroch langsam durch die engen, steilen
Gassen.
Schildkroten warn wir, unser Panzer dieser graue
Stein,
Schon mittags mude, leicht von Schattenhand zu
fassen,
Unter den Bauern, Frühaufstehern hier die einzig
Trägen.
Ein Gang durchs Stadttor reichte, um uns zu
beglücken
Mit Panoramen früher Tafelbilder, Genreszenen.
Grossmütter trugen ihre Enkel auf dem krummen
Rücken.
Beim Metzger nebenan sang hell die Knochensäge.
Und ein Jahrhundert lag in einem Katzengähnen.

Durs Grünbein (Dresda, 1962) da Strofe per dopodomani (Einaudi, 2011)

Una volta dormimmo nel più profondo medioevo,
trincerati in un covo montano, dietro blocchi di pietra.
La notte avemmo visite in spessi pullover di lana –
falene
a tamburellarci le tempie. In agguato negli angoli
draghi da portale di duomo, ma piccini come lucertole.
Il giorno strisciava lento per le stradine ripide.
Tartarughe eravamo, il carapace quella pietra grigia,
già stanchi a mezzodì, facili prede dell’ombra.
Fra i contadini che si levano presto gli unici pigri.
Passar la porta del borgo bastò a rallegrarci
con panorami di vecchie pitture su tavola, scene di
genere.
Le nonne portavano i nipoti sui dorsi curvi.
Dal macellaio vicino il limpido canto della sega per ossi.
E in uno sbadiglio di gatto c’era un intero secolo.

 


Tu mi vorresti come uno dei tuoi gatti

Tu mi vorresti come uno dei tuoi gatti
castrati e paralleli: dormono in fila infatti
e fanno i gatti solo di nascosto
quando non li vedi. Ma io non sarò mai
castrata e parallela. Magari me ne vado,
ma tutta di traverso e tutta  intera.

Patrizia Cavalli (Todi, 1947) da Pigre divinità e pigra sorte (Einaudi, 2006)