Canzone dei caduchi

Siamo caduchi, siamo quelli che cadono
sul campo di battaglia della vita.
Ci falcia il tempo, che ci insegue in ogni momento
dopo averci partorito,
ci tiene il fiato sul collo
e non ci lascia respirare.

Se ci fermiamo un momento
lui passa e noi lo stiamo a guardare
come dalla spalletta di un ponte
ma ci divora dentro.

Che cosa succederà domani
tu non lo puoi sapere
per questo sei nelle sue mani
e non ti puoi liberare.

Siamo caduchi, siamo quelli che cadono,
cadiamo come le mosche,
quando nasciamo ce l’abbiamo scritto in fronte
che cadiamo,
ma non ce ne vergogniamo
anzi camminiamo a fronte alta
con la nostra morte nel cuore.

Non siamo soli, siamo tanti,
siamo un esercito immenso,
marciamo insieme, spinti dal tempo
con questa croce sul cuore.

Claudio Damiani (San Giovanni Rotondo, 1957)

 

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Mentre i ragazzi fanno il tema

Mentre i ragazzi fanno il tema
e le loro teste sono chine sul foglio
la stanza della classe riposa quieta
e brilla come una luce intorno ai loro capi.
Io li guardo, e la loro forza mi punge
– una ragazza è venuta a chiedermi una cosa
e nei suoi occhi celesti sprofondo –,
alcune delle fanciulle sono meno belle
ma nei loro tratti rivedo la gloria
delle donne latine,
i modi augusti e i lineamenti noti
– penso a giovani donne prenestine, antichissime,
ornate di monili, eleganti,
e a povere fanciulle, a contadine a pastore
dei secoli più bui –e anche i ragazzi, quanta gloria sui loro capi.

Claudio Damiani (San Giovanni Rotondo, 1957), da Poesie 1984-201o (Fazi Editore, 2010)

 


Alberto Garlini consiglia “Cara poesia, se tu vuoi venire vieni” di Claudio Damiani

Cara poesia, se tu vuoi venire vieni,
se non vuoi venire non vieni,
fa’ come fossi a casa tua,
con me devi fare così;
solo, non posso io non venire qui
monte, e non posso non ammirare le tue spalle
e non posso non respirare, qui, la tua aria
che mi nutre e senza la quale
non potrei vivere,
non posso non respirare i tuoi colori
che ti circondano, come vestiti
sempre diversi,
e sentire l’odore delle tue piante, e della tua terra,
e con la mano sentire calda
la tua pietra, come testa d’un bimbo.


Claudio Damiani (San Giovanni Rotondo, 1957), da Il fico della fortezza (Fazi, 2012)

 

Il cantico di frate sole venne scritto da Francesco d’Assisi mentre soffriva degli indicibili dolori che lo avrebbero portato alla morte. Nella difficile realtà disgregata della malattia, Francesco vedeva il trionfo della vita in dio, e nelle sue creature. Sole, acqua, fuoco sono nel cantico come il monte, le piante, la terra, la pietra e la testa di un bimbo nella poesia di Claudio Damiani. Bellezza pura e necessaria. Ma bellezza che a differenza della poesia del santo possiede sia tratti panteistici che di fuga. Fuga da un mondo disgregato, che purtroppo ritrova il miracolo della natura e della bellezza quasi come salvezza quotidiana e non come normale possibilità di vita.

Alberto Garlini