Consigli di lettura

Leggi con gli occhi in orbita
filamentosi, acquosi.
Leggi perché sei quello che sa farlo
(chi scrive è l’altro) leggi
perché non è il momento
di saper far di conto.

Leggi le scritte piccole, le clausole
capestro-vessatorie
ad alta voce a chiare
lettere minatorie.

Leggi
senza usare il leggio
dal libro della memoria
come faccio io.

Leggi le barre dei codici a barre.
Leggi arrotandoti tutte le erre.
Leggi perché se leggi non ti accorgi.
Leggi non ti distrarre.

Leggi prima che con un tratto
di penna si cancelli tutto
quello che ti si legge in faccia
perché ce l’hai scritto.

fra le righe nel vuoto

leggi e rileggi lo spazio bianco

tra un verso e quello dopo

Pratichi la lettura silenziosa
per non mettere bocca nella cosa
per non prendere parte come scusa
eviti la lettura rumorosa.

Leggi le guide della Lonely Planet
fino ai glossari per non partire,
leggi la vasta gamma delle contro
indicazioni invece di guarire,
leggi due righe prima di dormire
e i necrologi al posto di morire.

Luigi Socci (Ancona, 1966), da Regie senza films (Elliot, 2020)


Che cosa accade se questa sera è già primavera, sempre

Che cosa accade se questa sera è già primavera, sempre
rara la sera nei rami sotto il chiaro, che cosa accade se
tutto questo l’ho vissuto ancora e ero io passato al grigio
delle mani; e so già altrove che ho vissuto la primavera
come questa, so dell’erba e adesso entro in aria e sono
la luna separata da un guanto e proprio così è pensare
che ci sono posti belli per me, e primavera e erba.
Come odissea di capre pecore e tromboni ora
entro e sono i fili, il giorno più chiaro,
un’ariaccia spacciata nelle foglie.

Alberto Cellotto (Treviso, 1978), da Non essere (Vydia, 2019)


L’astore è magnifico quando invecchia

L’astore è magnifico quando invecchia.
Cambia gli occhi: da gialli
diventano rosso ciliegia.

L’astore è monogamo, fedele
e non disprezza quasi nulla
tra ciò che striscia, incede e vola.

Sostenta il suo splendore con fringuelli,
serpenti, corvi, conigli, leprotti,
galli cedroni, passeri e scoiattoli.

L’astore è la somma perfetta
del suo territorio quando invecchia.

Federico Italiano (Novara, 1976), da Habitat (Elliot, 2020)


L’ultimo aprile bianco

 a Luciano Anceschi
sentire
noi pur domani tra i profumi e i venti
un riaffluir di sogni, un urger di folle
di voci…
E. Montale
Interminabile era la carovana e interminabile la ricerca. Come in un miraggio le lucenti pepite d’oro erano sempre davanti a loro. Guadarono paludi velenose, perforarono montagne, attraversarono sabbie ardenti, costruirono ponti naturali e artificiali, eressero città nel giro di una notte, compressero il vapore, imbrigliarono cascate, inventarono la luce artificiale, sterminarono microbi invisibili, scoprirono come spostare merci senza toccarle né muoverle, crearono leggi e codici in tal numero che orientarsi in mezzo a loro è più difficile che per un marinaio contare le stelle. A qual fine, a qual fine? Chiedetelo all’indiano che siede e osserva, che aspetta e prega per la nostra distruzione.
                                                                                                                    H. Miller

Aprile che ritorna e che consuma nei
giardini di ginestre e di acanti, nei
voli di passeri invisibili e nei calendari
aprile che sgretola che versa dalle tiepide

foci le nuove nuvole – sulle
sue carte antiche ridisegna
le rotte per le mille chiglie dorate – che
si posa in questa piega della cadente

Europa su scalinate bianche palmizi e acquitrini, che
mescola i ricordi e i desideri, fu detto, e dà
il mal di capo. Ma ora flotte muovo-
no senza aver mai toccato porti, alzano

vele galeoni volanti, non sanno che
bandiera battono: sconosciuti traversano
– non hanno più piedi del vento, degli scirocchi – le
piazze, le automobili in sosta, i palazzi in

fila le porte dei caffé aperte i pome-
riggi i volti degli uomini e cupole
grigie: i cani abbaiano dai cancelli.
Abbiamo scavato le montagne, gettato i ponti, che

cosa sarà domani di noi? Aprile sa
ritornare, ora consuma, imbeve i giorni come
l’acqua fa della sabbia morta spinge i
cespugli di margherite ad affiorare e alzare

fitte ingigantite corone, oggi le ho guar-
date io che non posso più crescere, io oggi, io
sguardo, io pietra, non ancora e già pietra, che
dovrò imparare a tornare e non

sarà facile, e dovrò uccidere, forse: dovrò
non saper guardare: fluisce, distrugge e
dona il dio zoppo del sole, i suoi diadochi, i
diademi. Aprile che non è contempo-

raneo, che sulle sue carte antiche ridi-
segna le rotte per le mille chiglie di
fiori «non posso più, c’è fame
di vita, di sorrisi da spendere, di gioia»

che uccide le madri, diventano di sale e
sin dai tempi dei vulcani imperanti ruba al
seme i futuri, sa che brucia, che è lava, che
diventa il mare di meduse, io medusa, quello

prima che il mattino fosse acceso ed era
sempre il mattino, io mattino, prima che
amare fosse amare in due, amare il dio, io
dio, fare seccare gli alberi, spegnere i fischi i

flauti che si dovevano suonare e

distruggere

«E intanto i nostri desideri ci cercano
spietatamente dentro i marciapiedi affollati»
aprile lungo i fuochi del viale Sarca, di via Arbe, aprile
che è aprile, che fende sopra i

volti le labbra e le ciglia, che sgretola
che a folate fa praterie dove erano i palazzi in
fila laghi dove in montagnole si stipavano i
rifiuti, aprile che è il poema, che tradisce,

che ci dona canoe e cavalli veri
mentre si muore: che getta gli occhi sui davan-
zali: crescono improvvisi i fiori dei ciliegi, dove
l’erba è a ciuffi schiacciati e i lunghi ghiacci sono

sciolti il verde vaga come un serpente: le
labbra sono umide ora, ora le ciglia tremano,
volano e cadono gli sguardi, si seppelliscono nelle
crepe dei muri: il piacere è debole

«ora tra sconosciuti ci si potrebbe amare per le
strade, venire insieme» è perdere, è tornare dove non si
può tornare: mettere i diademi: non vo-
ler più avere né essere: è il richiamo

delle conchiglie, dei corni, delle sirene
prima del mondo: il richiamo dei gufi dal
ciuffo «hu hu, e he tha!… da vaste
lontananze tu senti il grido del papavero

selvaggio che vuole sbocciare»: il sangue: mani
tese ad attendere la pioggia sono già piogge, i
piedi alti sugli alluci fradici: non
amare, non sapere, non saper

guardare. È già aprile, ancora un aprile

bianco

I galeoni stranieri veleggiano verso queste
rive affondate dalle profezie, non
parlate: sono le pietre ad avere l’anima, le voci
di pietre d’oro, delle montagne d’oro: un

canto c’è ancora oltre il vento che
rovina tra la barriera delle palme lucide e polve-
rose: un sogno fiorisce ancora in basso dove
non si poteva credere ad altre fioriture, un

pino marittimo piegato da tempeste
arcaiche generò le albe: le albe le
danze: non parlate di questo aprile: aprile che è il
poema, che tradisce, che ci dona

canoe e cavalli veri mentre si muore:
fluisce distrugge e dona il sole, i suoi diadochi, i
diademi: io per imparare a morire: imparare a
ridere occorre ora, a distruggere, e a

tornare

Giuseppe Conte (Imperia, 1945), da L’ultimo aprile bianco (Società di Poesia, 1979)


Allora, noi andammo di là

Allora, noi andammo di là.
Tra gli uccelli appesi
per i lungoviali a mare.
C’erano vaste zone di vento, poi niente;
poi altro vento e poi ancora niente:
noi di là, in fila, coi nostri abiti di sempre
ci chiedevamo e non ricordavamo niente,
se non il sorbo se non il rovo
se non la bacca della canina
nella neve che si forma
sulle città di porto
da vasi infranti a seimila metri di quota.

Alessandro Ceni (Firenze, 1957) , da Parlare chiuso. Tutte le poesie (puntoacapo, 2012)


Ricordo del temporale

Bambino in braccio alla campagna
quando arrivava
la prima cosa era l’odore dei suoli bagnati intorno
il tintinnare della coda del codirosso,
uno slalom vite/gelso vite/gelso vite/gelso
per giungere a casa


con il sole fuori un’altra volta
a gettare l’ultima occhiata
prima d’incurvarsi e d’avvilire tramontando.

Gianluca Costanzo Zammataro (Borgo Valsugana, 1978), da Futuri contingenti (Manni, 2020)


Riassumendo se non mi sbaglio: scrivono che lo sbaraglio

Riassumendo se non mi sbaglio: scrivono che lo sbaraglio
della nostra generazione sia l’inappartenenza.
Fuggente o sfuggente sarà un problema di carnagione.
Prima correvo controvento e contro pioggia. Pensavo
alla nicchia del cavolo e del fiore, a quella del cavallo
senza foraggio o al balcone basso che apre in strada.
Non ci sono nicchie per l’uomo.

Alberto Cellotto (Treviso, 1978), da Non essere (Vydia Editore, 2019)