Osservate, chiedete non alla forma

Osservate, chiedete non alla forma
ma fuori a tutto il resto cosa sia,
questa scrittura o le unghie esili,
le biografie anonime o le parole anonime.
Mi dicono che può essere forma questo libro a schermo
dove vedi vite in frammento o luce stupita.

La forma è lo schermo come una casa azzurra,
statistica e figure, un ritmo che lega gli uomini
nella mia mente. La forma è, non è ciò che volete
io dia. È, non è il divenire. È disfarsi, a volte.
L’altro limite, solo l’immagine, mi hai detto, ma lo cancello
e lo riscrivo: lettere, vi dico, pensatele, in ogni lettera
guardate una parola come un piede di bambino
appoggiato alla mano della madre, quella mano
alla pancia e la pancia a un pensiero.

A volte seguo questo percorso perché una scena accada
e non sia forma sola, ma pancia, mano, piede
che non vedete, anche nelle immagini
disordinate nell’etere sempre vi seguo,
un aereo silenzioso che rientra nell’hangar
o il cieco che arriva all’ultimo segno del braille.

Mi hanno detto di nuovo di fermarmi sulla forma,
la forma che se scrivi o vivi non è mai lo stesso.
Con i pensieri come unghie lego vite
disunite a schermo.

Maria Borio (Perugia, 1985), da Trasparenze (Interlinea, 2019)

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L’universo non ha un centro

L’universo non ha un centro,
ma per abbracciarsi si fa così:
ci si avvicina lentamente
eppure senza motivo apparente,
poi allargando le braccia,
si mostra il disarmo delle ali,
e infine si svanisce,
insieme.

Chandra Livia Candiani, da La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore (Einaudi, 2014)


Che sperpero questa quotidianità

Che sperpero questa quotidianità
svuotata di tenerezze, nudo
sasso che ci rimbalza contro, sguardo
d’orizzonte addomesticato asciutto

(e io che costruivo
geometrie golose di parole
per rendere meno scialbo
il battito meccanico
della lingua contro i denti,
al modo dei bambini
provavo il gioco ripetuto
‒ serio ‒ di stringersi
ancora e sempre come se
non ci fosse un seguito)

che sperpero la morte bianca muta
da un giorno all’altro identico di piccole
lucciole di felicità intermittenti, schiacciate
al buio di un tempo così distratto che
persino la banalità del niente
avrebbe forse un sapore meno gretto.

Silvia Rosa (Torino, 1976), da Tempo di riserva (Ladolfi editore, 2018)


Loja de conveniência

Para David Sylvian e Mark Hollis

Fazer compras à noite, muito tarde,
e ter a certeza de que não há denotação
desta dor, deste gesto, desta
queda da luz fluorescente
sobre o vidro da biografia.


Nas margens da história,
um copo partido, uma fractura no espelho,
um rio que corre ao contrário,
uma recusa em dizer, um contágio.


Nas margens da história,
a intransparente água, as flores
apodrecidas, os pensamentos turvando-se.


Certo das assimetrias da memória,
da sua implacável ilógica palavra,
a que se debruça sobre nós
e nos convida ao desamparo
e ao orgulho, recolho o saco de papel
e receio a imoderada denotação.

Louís Quintais (Luso – Angola, 1968), da Ecolalia (Lietocolle-Pordenonelegge, 2018)

Minimarket

Para David Sylvian e Mark Hollis

Fare la spesa a notte fonda,
ed essere consapevole che non vi è denotazione
di questo dolore, di questo gesto, di questa
caduta di luce fluorescente
sul vetro della biografia.


Ai margini della storia,
un bicchiere rotto, una crepa nello specchio,
un fiume che scorre al rovescio,
un rifiuto nel dire, un contagio.


Ai margini della storia,
la non trasparente acqua, i fiori
marci, i pensieri che si intorbidiscono.


Certo delle asimmetrie della memoria,
della sua implacabile illogica parola,
quella che si china su di noi
e ci invita all’abbandono
e all’orgoglio, raccolgo la busta di carta
e temo l’immoderata denotazione.


Più dura è stata la spontaneità degli altri

Più dura è stata la spontaneità degli altri,
e che io avevo una musica anche senza saperlo!
Pistoni che battono in testa, sosta
su campo lungo: vedere il genere, il numero.
Oppure insieme, ma sempre come in un secondo tempo
che non viene mai.

Ora che sono un altro e sono io a volere
stare così, lontano dall’estate,
è notte perfetta e tu m’insegni
gradi di libertà.

Fernando Marchiori, da Scarto minimo (n. 5, 1989)


A volte ci si protegge dall’amore

A volte ci si protegge dall’amore
con un altro amore, dalle onde
stando con la testa sotto l’acqua.

Dal dolore si passa facendosi sottili
come una luce d’alba che subito finisce.

Stefano Raimondi (Milano, 1964), da Il cane di Giacometti (Marcos y Marcos, 2017)


Anche se di sabbia, questo cielo

Anche se di sabbia, questo cielo
è un addendo, e attecchisce.
Troppo cielo. Diventa orribile
soltanto a guardarlo, a finirci dentro.
Si potrebbe toglierlo, azzerarlo, abortirlo
nel colore.

Fabrizio Bernini (Broni, 1974), da Il comune salario (Mondadori, 2019)