l’albero cavo, e le vocali

l’albero cavo, e le vocali
che in quel buio vi si sono annidate;
e le date percorse da radici,
il varco ostruito dalle ortiche.

Forse sarà nelle pozzanghere
il nostro più nitido riflesso,
anche se un rigagnolo, ora,
dissangua anche quest’ultima possibilità

ma i detriti che calpestiamo
cinguettano e gli uccelli cadono
dai rami come cachi sfatti

non resta che erigere un recinto d’amore,
non resta che stare aggrappati al silenzio,
troncare ogni rapporto col tempo
e poi portare dell’acqua con le mani

lasciare che un nome si depositi altrove
e che in quell’altrove trovi la sua quiete.

Fabio Franzin (Milano, 1963), da Il groviglio delle virgole (Stamperia dell’arancio, 2005)


Le parole

Annodammo la nostra infanzia ai capelli delle nuvole
e non fu la pioggia, fummo la pioggia;

la mano dell’uomo ci sradicò dall’aria
e lungo i canyon della nostra pelle
attecchì il pensiero;

le nuvole furono scrittura,
la nostra voce un nodo sciolto,
noi da una parte, da un’altra parte il cielo.

Pierluigi Cappello (Gemona del Friuli, 1967), da Stato di quiete (Rizzoli, 2016)