VIII. La signorina Richmond comincia a averne abbastanza di tutti questi cani / antologia, Nanni Balestrini
Pubblicato: 15 ottobre 2014 Archiviato in: Una poesia al giorno | Tags: Nanni Balestrini 2 commentiBasta cani
bisogna battere il cane finch’è caldo
bisogna dimenticare i cani
bisogna farla finita coi cani
coi cani che corrono
col cane in gola
col cane nel sacco
con la morte nel cane
cane di lettere
cane di mondo
cane di paglia
cani volete forse vivere in eterno
chi è senza cane scagli
chi ha demolito il cane
chi ha distrutto pezzo per pezzo il cane
chi ha svalorizzato il cane
dando via il cane
dandosi al cane
di notte tutti i cani sono neri
è il silenzio del cane
era bello come un cane
era il cane della situazione
era un vero cane quello
eravamo tutti cani per lui
finirà male quel cane
fino all’ultimo cane
gli leggeva in fondo al cane
ha amato un cane più della sua vita
ha un cane arido
ha un cane di ghiaccio
ha un cane di marmo
ha un cane di traverso
il cane batte sui vetri
il cane corre al tramonto
il cane ci ha messo la coda
il cane con gli stivali
il cane dei tempi
il cane del futuro
il cane è l’avvenire del cane
il cane è lo specchio del cane
il cane eterno
il cane giustifica i mezzi
il cane ha sempre ragione
il cane non si tocca
il cane non vive di solo pane
il cane quotidiano
il cane volge alla fine
il cane vuole la sua parte
la resurrezione del cane
le aprì tutto il suo cane
le rispose con un cenno del cane
lo guardava con la coda del cane
m’ha tolto il cane di bocca
mette troppo cane al fuoco
mettiamoci un cane sopra
mettiti il cane in pace
mi fa girare il cane
mi stringe il cane
mi spezza il cane
mi va via il cane
noi oggi dobbiamo reinventare il cane
non sei abbastanza cane con te stesso
non so più dove sbattere il cane
non tocco più un cane da due mesi
oggi mi sento abbastanza cane
osa ripeterlo se sei un cane
parla come un cane aperto
parole che vanno dritte al cane
passando da un cane all’altro
perdendo l’uso del cane
piegando il cane davanti all’evidenza
punto e cane
quattro cani vedono meglio di due
questo cane diventa un po’ monotono
questo cane è decisamente ossessivo
questo cane non lo aveva mai sfiorato
raccontò il suo cane a tutti
riacquistò l’uso del cane
scagliò il primo cane
se il cane non esistesse bisognerebbe inventarlo
sentirsi cane
sentirsi il cane di se stesso
sei abbastanza cane per capire queste cose
smettiamola di parlare ai cani
toccare il cane a qualcuno
tutti i cani finiscono male
tutti i cani vanno verso la rovina
tutti i delusi del cane
un bel cane
un cane appassionato
un cane che non avrà mai fine
un cane d’amore
un cane d’azione
un cane del popolo
un cane in scatola
un cane proibito
un cane tira l’altro
un ultimo cane
vuotare il cane
zitto e cane.
Nanni Balestrini (Milano, 1935), da Il ritorno della signorina Richmond. Terzo libro. 1984-1986 (Becco giallo, 1987)
Il testo in questione è tratto dal terzo libro dedicato da Balestrini a quella figura enigmatica, metà donna e metà uccello, che è la signorina Richmond. Si tratta di un personaggio e di un’opera che ha occupato il poeta per più di un ventennio. Se infatti le prime ballate sono del 1977, l’opera completa, ovvero Le avventure complete della signorina Richmond, uscirà solamente nel 1999.
In questa poesia viene attuata una delle pratiche più usuali di Nanni Balestrini, quella del saccheggiamento di parole, modi di dire, proverbi, luoghi comuni, riutilizzati ed inseriti in un contesto del tutto nuovo. In questo caso abbiamo una sorta di collage di espressioni proverbiali, all’interno delle quali la parola più importante, o quella tematica, viene, giocosamente sostituita con la parola “cane”. “Uomo di lettere” così diviene “Cane di lettere”, “Il pane quotidiano” diviene “Il cane quotidiano”, “Zitto e basta” diventa “Zitto e cane”, e così via. Il tutto conferisce alla poesia un andamento quasi da filastrocca, ma allo stesso tempo le continue anafore, ripetizioni e climax offrono al lettore un testo dal ritmo ossessivo: come se si trovasse dinnanzi ad una danza rapinosa che talvolta strappa il sorriso e talvolta provoca l’angoscia per la velocità con la quale si susseguono le immagini (e le parole).
(Luciano Mazziotta)
Ma dove stiamo andando col mal di testa la guerra e senza soldi? / antologia, Nanni Balestrini
Pubblicato: 14 ottobre 2014 Archiviato in: Una poesia al giorno | Tags: Nanni Balestrini Lascia un commentoMa dove stiamo andando col mal di testa la guerra e senza soldi?
oltre il tergicristallo ronzante? denotando una reale
e comune volontà di riscatto? che sciocchezze! (né la folla
di sghimbescio parve notare, tutti compresi nei loro
piedi).
Ora comunque allunga le gambe o accavallale bianche
sbadiglia, guarda nel vetro la paglia che brucia, il fiume
se scorre verdescuro, pensa a qualcosa,
conta i paracarri, fa’ quel che ti pare:
non c’è pericolo che non arriviamo, pazienti godiamoci il viaggio,
godiamoci, non c’è pericolo se ci perdiamo, tanto non si viaggia
(il profilo di un paziente su un carrello attraversando la carestia),
tanto non si arriva, arriveremo: all’ameba, alla mecca, alla mela,
dietro gli uccelli in fuga bassi dalla città minata, dal maltempo.
Lieto fine: cresce (sul concetto di morte non è
necessario alcun chiarimento). cresce nelle tue mani;
elefanti frustano l’aria,
l’orizzonte di gomma arancio,
la terra sommersa nei campi. Non c’è bisogno di crederla
un’associazione fortuita. (Le tue ossa nere, la fontana,
le pinne rilassate, me lo figurano tutto diverso.)
Quei soldati bipedi come corrono guarda appesi alla bufera –
ma cosa ce ne facciamo del pianeta! scompaiono, al diavolo, al bivio.
Gonfio di miele il fazzoletto sul sedile posteriore vuoto
e dopo un’ora ne avevamo abbastanza e continua (non ne usciremo)
fumando e raccontando quand’ero tossicomane può continuare
con queste mani sempre pulite seppellivo disseppellivo i vivi…
E continua fino alla fine del continente (e un poco oltre,
aperti gli occhi dentro l’acqua, attenti all’elica e al crampo,
se non ce la fai non importa tanto meglio non ti bagni non sanguini).
Nanni Balestrini (Milano, 1935), da Il sasso appeso (Scheiwiller, 1961)
Questa poesia, pubblicata nel 1961 per Scheiwiller e inserita, nello stesso anno, nell’antologia dei Novissimi, antologia con la quale tutti gli autori degli anni a seguire si relazioneranno, o in positivo o in negativo, segna l’inizio della poesia di Nanni Balestrini (e, a mio parere, della nuova poesia del Novecento). Si tratta della prima parte del poemetto “Il sasso appeso”, e già dal titolo si comprende quale sarà la tematica sviscerata nei versi: l’immobilità, o, meglio, la rappresentazione di un viaggio che viene continuamente messo in discussione, rimandato, posticipato, e quindi mai svolto. Se infatti il v. 10 recita “non c’è pericolo che non arriviamo, pazienti godiamoci il viaggio”, quello successivo sembra asserire proprio il contrario: “godiamoci, non c’è pericolo se ci perdiamo, tanto non si viaggia”. La stessa meta del viaggio non è meta reale: “arriveremo all’ameba, alla mecca, alla mela”, sembra più che altro un gioco sonoro; come se importasse soprattutto ciò che le parole evocano, in quanto tanto autore che lettore rimarranno immobili. Seppure in alcuni versi la poesia mostri un piglio da testo regolativo, l’autore sa che il poeta, nel nuovo secolo, non può dare nessun consiglio, né orientare il lettore: il poeta di questo testo non si sente in diritto di incitare il suo destinatario allo sforzo di compiere un viaggio. Al contrario Balestrini conclude dicendo, “se non ce la fai non importa tanto meglio non ti bagni non sanguini.”: questa è la nota più disperata del testo a tratti ironico sì, ma anche desolante: come se il poeta dicesse al suo destinatario che rimanere immobili significa non entrare nella storia, non vivere – né sanguinare – ma, al contempo, prendere consapevolezza che entrare nella storia equivalga ad entrare in un mondo di violenza.
(Luciano Mazziotta)



