Anna Maria Carpi consiglia “Rede des Philosophen” di Michael Krüger
Pubblicato: 6 marzo 2013 Archiviato in: Una poesia al giorno | Tags: Michael Krüger 1 CommentoNachts,
wenn die Welt eine Chance hat,
beginne ich mit der Arbeit.
Aber erwarten Sie kein System.
Kühnheit war mir stets fremd,
für eine Schule war ich zu müde,
das Fremde machte mir Angst.
Eine Zukunft des Denkens
kann ich mir nicht vorstellen,
die Entfernung von Begriff zu Begriff
nimmt zu, und über dem Vergangenen
hängen schwere Wolken.
Alles, was ich noch sehe,
sind ein paar Fußabdrucke von weither,
die ich sorgfältig übersetze,
ehe sie sich verlieren.
Von meinem Buch über die Ethik
schrieb ich nur das Wort ››Ich‹‹,
auch das mit unsicherer Hand.
Manchmal schreibt mir die Kindheit
eine Postkarte: Erinnerst du dich?
Aber das ist, strenggenommen,
keine Philosophie.
Michael Krüger (Wittgendorf, 1943), da Il coro del mondo (Mondadori, 2010)
Discorso del filosofo
Di notte,
quando il mondo ha una chance,
mi metto al lavoro.
Non vi aspettate che ci sia un sistema.
L’ audacia mi è stata sempre estranea,
per una scuola ero troppo stanco,
l’ignoto mi faceva paura.
Un futuro del pensare
non so figurarmelo,
la distanza fra concetto e concetto
aumenta, e sul passato
gravano pesanti nubi.
Tutto quello che ancora vedo
sono delle orme venute da lontano
che io traduco con cura
prima che si perdano.
Del mio libro sull’etica
ho scritto solo la parola ››io‹‹,
e anche questa con mano insicura.
Ogni tanto l’infanzia mi manda
Una cartolina: ti ricordi?
Ma questo a rigore
non è una filosofia.
Michael Krueger (1943), qui travestito da filosofo, dà un’ironica smentita d’ogni possibile pensare filosofico: ha scritto, dice, un trattato di etica ma costituito paradossalmente da un’unica parola, “io”, e anche di questo io è malcerto. L’io è un minimo segno, fra le pesanti nubi del passato, un futuro inimmaginabile e il proliferare di concetti sempre più distanti fra loro – allusione ai mille saperi odierni che non dominiamo più. Cara gli è soltanto l’infanzia che però gli manda un messaggio elementare, una banale cartolina. Il filosofo è di fatto un uomo senza qualità, caotico, pauroso e subito stanco. Eppure in questa totale professione di sfiducia non v’è cinismo né disperazione: i toni sono cordiali, fraterni, e rivelano la sostanza dialogica della poesia di Krueger, aperta al mondo e mai oscura. In “Lettera a casa” (nel “Coro del mondo”, p.67) si dice che non è nemmeno vero che la storia sia finita, come anni fa ha annunciato il presuntuoso giapponese Fukujama.
Anna Maria Carpi
Maria Grazia Calandrone consiglia “Chi se ne è andato non desidera tornare” di Antonella Anedda
Pubblicato: 5 marzo 2013 Archiviato in: Una poesia al giorno | Tags: Antonella Anedda Lascia un commentoChi se ne è andato non desidera tornare.
Pensiamo che si strugga per il mondo
prestandogli la nostra nostalgia.
L’oleandro trema, l’abete
che si sfrangia più latteo nella luna
e tutta la bellezza incomprensibile
che ci ostiniamo a raccontare.
Se i morti vedono ci guardano scrutare l’illusione di un muro
bussare per entrare o chiamare
come i pazzi che cullano le pietre
bisbigliando loro: amore.
Antonella Anedda (Roma, 1958), da Salva con nome (Mondadori, 2012)
Scelgo per voi questa poesia per due opposte ragioni:
- perché, traendo ispirazione da un video, mescola i linguaggi e dunque descrive – sebbene subliminalmente – un “fare” poesia estremamente contemporaneo
- perché, nonostante ciò, “usa” il contemporaneo per discutere insieme a noi una cosa ontologica, intrinseca, qualcosa che riguarda tutti gli esseri vivi dagli albori – e che riguarda anche gli animali – ovvero la relazione con i morti.
Il testo rende chiarissimo come la poesia sia attiva nel mondo al quale apparteniamo e, nello stesso tempo, faccia da ponte per la vita di chi ci ha preceduti e si è domandato quello che adesso ci domandiamo noi.
Inoltre: Video ci presenta una risposta nella quale leggiamo coraggio più che amarezza. Possiamo anzi trarre profitto dalla doppia lezione che Anedda ci offre scrivendo che i morti non hanno bisogno di noi. Rovesciandone l’implicita esortazione ricordiamo che
- è da vivi che bisogna avere cura di coloro che amiamo. E soprattutto:
- la poetessa ci esorta a imparare a lasciar andare, che vuol dire essere liberi e liberare.
Io in prima persona accolgo con amore e umiltà questa profonda lezione di leggerezza.
Maria Grazia Calandrone



