Autoritratto


È il taglio degli occhi di mio padre 
non il suo colore
l’attaccatura bassa dei capelli 
quasi piatti i piedi e lo stesso stampo delle mani 
o forse è lo stare scorretto della schiena

ma più che altro è la stessa la mandibola che balla
quando la cena sa di poco e la camicia non stirata
l’apprensione dei giorni che fa lo stomaco compresso
con la tensione continua dei nervi raccolta nelle giunture
è la sua sintassi quando dico le frasi che non vengono
preciso il lampo nello sguardo che ricuce le cose
rifà buono il tempo 

la solitudine lui dei boschi io delle parole.

Sarà poi un giorno mio figlio
e il figlio di mio figlio
sarà l’aggirarsi nell’identico buio delle strade 
ad aspettare che venga il vento giusto
e il chiaro dentro gli occhi 

Piero Simon Ostan (Portogruaro, 1979), da Il verde che viene ad aprile (Qudulibri, 2019)


chi entra nella stanza sa che il piede non è mai fermo

chi entra nella stanza sa che il piede non è mai fermo,
e i compagni si dileguano a ogni svolta del giorno:

apre le mani al mondo, oscilla dietro la porta
siede, si scosta, si piega, insegue un’ombra sul fondo;

chi si affaccia sulla stanza vede gli altri aggirarsi,
se batte il capo sull’uscio, sente il rumore degli arti:

come vuole toccarli per sapere cosa è vero
fende il vuoto con la mano, la ritrae, misura il foro;

chi esce dalla stanza sa che ogni volta è per sempre,
qualunque passo intrapreso a liberarsi dal peso,

slacciare il corpo gravato dalla presa del suolo,
è come aprire sul retro una finestra nel buio.

Italo Testa (Castell’Arquato, 1972), da L’indifferenza naturale (Marcos y Marcos, 2018)