The Shout
Pubblicato: 20 Maggio 2020 Archiviato in: Una poesia al giorno | Tags: Simon Armitage Lascia un commentoWe went out
into the school yard together, me and the boy
whose name and face
I don’t remember. We were testing the range
of the human voice:
he had to shout for all he was worth
I had to raise an arm
from across the divide to signal back
that the sound had carried.
He called from over the park – I lifted an arm.
Out of bounds,
he yelled from the end of the road,
from the foot of the hill,
from beyond the look-out post of Fretwell’s Farm –
I lifted an arm.
He left town, went on to be twenty years dead
with a gunshot hole
in the roof of his mouth, in Western Australia.
Boy with the name and face I don’t remember,
you can stop shouting now, I can still hear you.
Simon Armitage (Huddersfield, 1963), in The Universal Home Doctor (Faber and Faber, 2002)
Il grido
Uscimmo
insieme nel cortile della scuola, io e il ragazzo
di cui non ricordo
nome né faccia. A provare l’estensione
della voce umana:
lui doveva gridare a più non posso,
io alzare il braccio
di là dal divisorio segnalando
che il suono era arrivato.
Lui gridò da oltre il parco – io alzai il braccio.
Da oltre il confine
urlò in fondo alla strada,
dai piedi della collina,
da oltre l’osservatorio di Fretwell’s Farm –
io alzai il braccio.
Cambiò città e alla fine era morto da vent’anni
con un foro di proiettile
nel palato, nel Western Australia.
Ragazzo con nome e faccia che non ricordo,
puoi smettere di gridare ora, ti sento ancora.
Simon Armitage (Huddersfield, 1963), da In cerca di vite già perse (Guanda 2015)
(traduzione di Massimo Bocchiola).
Io ho visto soltanto cose
Pubblicato: 19 Maggio 2020 Archiviato in: Una poesia al giorno | Tags: Alessandro Ceni Lascia un commentoIo ho visto soltanto cose
che impietriscono e commuovono
come un perenne addio ai compagni.
La sofferenza obiettiva dell’animale;
le file di bambini di altra nazionalità
su un traghetto straniero andar via;
i verdi pianori dove appaiono le città incendiate
delle popolazioni ignote,
le fedeli agli dèi e fiduciose nell’uomo,
estinte come la piuma e il pelo;
le innumerevoli forze occulte, gelose dei loro possessi,
le terre gli alberi i fiumi
che si debbono continuamente propiziare con sacrifici
disperdere gli illusi della speranza di restar sempre uniti,
perché la patria è soltanto
un campo di tende in un deserto di sassi;
le parole immorali della società civile
baluginare anche negli occhi dell’amata
un attimo prima dell’amore e
la massa occulta e ostile dei tuoi pensieri
scivolarci nel mezzo, gravarmi addosso
come uno sconosciuto che si chinasse all’orecchio
e mi narrasse alcunché di incomprensibile,
per poi dormire e amare me;
la sempre presente stanza accanto
dove sotto lampadine purpuree qualcuno
si pratica l’iniezione che guarisce e
all’aprirsi della porta
comparire l’airone.
Ho visto delle cose, come tutti.
Alessandro Ceni (Firenze, 1957), in Mattoni per l’altare del fuoco (Jaka Book, 2002)



