Poeti amici a Roma

Mi sono chinata sui poeti amici
che non sono più qui
non che dovessi fare i conti ma il conto è aperto
io qui inquieta e loro là sereni
voci che si sentono chiare qui a Roma
il mondo che è stato dove è stata la parola
bisognerà ancora chiamarsi e adunarsi in un luogo ameno
qualcuno è già andato qualcuno rimane ancora un po’ in attesa.
Siamo soltanto gli ospiti d’onore della famosa vita
non rimane altro tempo per tenere in vita gli assenti
è il mio obbligo ora che già ho più anni di loro
non è più il caso di cercare con puntiglio un riparo-rima alla bufera.

Mi sono chinata sui poeti che sono là
erano a rischio come le rondini e i cardellini
ora sono morti e morti per aprire gli occhi ai vivi.
La via l’hanno presa così da ragazzi
uno dietro l’altro come a scuola con il fardello-cartella sulle spalle
chi calmo e chi con uno schiaffo o uno spintone
io vengo appena dopo nella fila
che è necessaria a imparare la lezione.
Per primo Paolo coraggioso e Pietro schivo e Dario che rideva
Nadia con la frangetta in stanze d’alabastro e Giovanna a mani giunte
Beppe con gli occhi celesti come quelli celestiali d’Amelia
che già contava infiniti cadaveri e terrori e fitte amare.
Noi della comunità degl’inermi e dei dispersi
noi prodighi per sempre e per caso salvi
noi si resisteva presaghi alla mancanza di mondo
ah quanti prati bruciati da rinverdire
e quante trincee gentili da abitare
si imparava a diventare umani e anche ora
ora i poeti amici non sono apparizioni della mente o sogni
camminano per le strade di Roma non hanno più la vita da scontare
ma continuano tranquilli a parlare lungo il Tevere che scorre.
Non è vero che mi sento più sola e impoverita
i poeti non muoiono mai proprio mai e ritornano sempre
mi vengono a trovare a casa e non è cambiato niente.

 

Gabriella Sica (Viterbo, 1950), da Le lacrime delle cose (Moretti & Vitali 2009)

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