Ma dove stiamo andando col mal di testa la guerra e senza soldi? / antologia, Nanni Balestrini

Ma dove stiamo andando col mal di testa la guerra e senza soldi?
oltre il tergicristallo ronzante? denotando una reale
e comune volontà di riscatto? che sciocchezze! (né la folla
di sghimbescio parve notare, tutti compresi nei loro
piedi).

Ora comunque allunga le gambe o accavallale bianche
sbadiglia, guarda nel vetro la paglia che brucia, il fiume
se scorre verdescuro, pensa a qualcosa,
conta i paracarri, fa’ quel che ti pare:

non c’è pericolo che non arriviamo, pazienti godiamoci il viaggio,
godiamoci, non c’è pericolo se ci perdiamo, tanto non si viaggia
(il profilo di un paziente su un carrello attraversando la carestia),
tanto non si arriva, arriveremo: all’ameba, alla mecca, alla mela,
dietro gli uccelli in fuga bassi dalla città minata, dal maltempo.

Lieto fine: cresce (sul concetto di morte non è
necessario alcun chiarimento). cresce nelle tue mani;
elefanti frustano l’aria,
l’orizzonte di gomma arancio,
la terra sommersa nei campi. Non c’è bisogno di crederla
un’associazione fortuita. (Le tue ossa nere, la fontana,
le pinne rilassate, me lo figurano tutto diverso.)

Quei soldati bipedi come corrono guarda appesi alla bufera –
ma cosa ce ne facciamo del pianeta! scompaiono, al diavolo, al bivio.
Gonfio di miele il fazzoletto sul sedile posteriore vuoto
e dopo un’ora ne avevamo abbastanza e continua (non ne usciremo)

fumando e raccontando quand’ero tossicomane può continuare
con queste mani sempre pulite seppellivo disseppellivo i vivi…
E continua fino alla fine del continente (e un poco oltre,
aperti gli occhi dentro l’acqua, attenti all’elica e al crampo,
se non ce la fai non importa tanto meglio non ti bagni non sanguini).

 

Nanni Balestrini (Milano, 1935), da Il sasso appeso (Scheiwiller, 1961)

 

Questa poesia, pubblicata nel 1961 per Scheiwiller e inserita, nello stesso anno,  nell’antologia dei Novissimi, antologia con la quale tutti gli autori degli anni a seguire si relazioneranno, o in positivo o in negativo, segna l’inizio della poesia di Nanni Balestrini (e, a mio parere, della nuova poesia del Novecento). Si tratta della prima parte del poemetto “Il sasso appeso”, e già dal titolo si comprende quale sarà la tematica sviscerata nei versi: l’immobilità, o, meglio, la rappresentazione di un viaggio che viene continuamente messo in discussione, rimandato, posticipato, e quindi mai svolto. Se infatti il v. 10 recita “non c’è pericolo che non arriviamo, pazienti godiamoci il viaggio”, quello successivo sembra asserire proprio il contrario: “godiamoci, non c’è pericolo se ci perdiamo, tanto non si viaggia”. La stessa meta del viaggio non è meta reale: “arriveremo all’ameba, alla mecca, alla mela”, sembra più che altro un gioco sonoro; come se importasse soprattutto ciò che le parole evocano, in quanto tanto autore che lettore rimarranno immobili. Seppure in alcuni versi la poesia mostri un piglio da testo regolativo, l’autore sa che il poeta, nel nuovo secolo, non può dare nessun consiglio, né orientare il lettore: il poeta di questo testo non si sente in diritto di incitare il suo destinatario allo sforzo di compiere un viaggio. Al contrario Balestrini conclude dicendo, “se non ce la fai non importa tanto meglio non ti bagni non sanguini.”: questa è la nota più disperata del testo a tratti ironico sì, ma anche desolante: come se il poeta dicesse al suo destinatario che rimanere immobili significa non entrare nella storia, non vivere – né sanguinare – ma, al contempo, prendere consapevolezza che entrare nella storia equivalga ad entrare in un mondo di violenza.

(Luciano Mazziotta)


Nanni Balestrini consiglia Francesca Genti

L’impiegato F. Pasquale (ufficio via Andrea Doria)
mentre si gratta il pacco con una flemma australe
e la folla inferocita si accalca allo sportello
con suprema stizza e sorriso tutto boria
annuncia: “si è bloccato il terminale”
scatenando l’ira di due vecchie impellicciate
(una nella foga si sputa la dentiera
e l’altra si fa aria con le raccomandate)
e la crisi isterica di una trans nipponica
che scaglia a terra un pacco di Natale
che si sfascia e rivela confezioni
di pasta Rummo, Agnesi e Buitoni.

La ragazza con la spesa e il passeggino
cerca di sedare il suo bambino
che urla come un’aquila preistorica
perché pretende per la cifra modica
di euro diciannove e novanta
che la madre gli compri una ghirlanda
di caramelle colorate tipo Smarties
da sgranocchiare durante l’odissea
che li separa dallo sportello C
dove la madre arriverà stremata
col colorito bianco come un cero
e davanti alla mora da pagare
caccerà il suo classico urlo nero.

Il cingalese con le rose rosse
chiede ragguagli a una vecchia pensionata
che ha un problema di mascella deragliata
e parla in una lingua incomprensibile
che cerca di ovviare con gesti universali
– esperanto di esperienze solidali –
così alla fine anche lui capisce
che non c’è trippa né permessi di soggiorno
perché oltre al terminale si è bloccato
anche quel coso che distribuisce i numeri
(per questo tutti quanti danno i numeri).

Il bimbominkia al postamat all’ingresso
armeggia con destrezza al cellulare
mentre sceglie da pantheon assortiti
i santi e le madonne da scagliare
contro quei vecchi rincoglioniti
che non sanno ancora adoperare
la carta prepagata postepay
e per concludere le loro operazioni
(e quindi poi levarsi dai coglioni)
ci mettono dai cento ai mille eoni.

Le due zingare all’angolo di fuori
guardano la falce della luna
che nel mattino azzurro adamantino
sembra il sorriso allegro di un bambino…

Francesca Genti (Torino, 1975), poesia inedita

La poesia di Francesca Genti è allegra e scanzonata,  ironica e birichina. Questi suoi versi ci raccontano una buffa scenetta che si svolge davanti a uno sportello delle poste dove una coda di pensionati, madri con bambini, extracomunitari,  si accalca, inferocita perché niente funziona. Un quadretto sonoro e movimentato della nostra quotidianità, il cui ritmo vivace e cazonatorio descrive il brulicare di personaggi comuni, le loro pene e ansie con simpatia e comprensione. (Nanni Balestrini)