Tavolata

Dopo una cena, quando si resta ancora
seduti a tavola
ma non si parla della stessa cosa
(qua gridano, là scherzano e discutono
e ridono senza capire),
quando intorno le voci si accavallano
e i discorsi si incrociano, c’è chi
stretto in mezzo al rumore
guarda nel piatto
e se ne sta lì zitto, pieno di noia
e di pazienza, come un bambino
lasciato troppo tempo in mezzo ai grandi.

Ogni argomento, ormai, lo confonde.
Allora guarda fuori,
sopra le case, lontano,
finché gli sembra chiaro cosa dice
questo frastuono.

Sente il segnale che si manda il mondo.
Sente tutte le bocche nella sala
fare una frase sola,affannata e serena, una preghiera
come quella che corre sotto i treni
o dentro il ritmo della lavatrice.

Umberto Fiori (Sarzana, 1949) da Chiarimenti (Marcos y Marcos 1995)


Che bocche avete, che dita

Che bocche avete, che dita.
Quanti denti. Che morsi. Come inghiottite,
come poppate ad occhi chiusi,
a lunghi sorsi sognanti
dalla bottiglia.

Io – grazie, no, non ho sete,
non ho appetito.

Umberto Fiori (Sarzana, 1949) da Voi (Mondadori, 2009)