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Pubblicato: 2 Maggio 2018 Archiviato in: Una poesia al giorno | Tags: Ocean Vuong Lascia un commento& this is how we danced: our mothers’
white dressed spilling from our feet, late August
turning our hands dark red. & this is how we loved:
a fifth of vodka & an afternoon in the attic, your fingers
through my hair – my hair a wildfire. We covered
our ears & your father’s tantrum turned
to heartbeats. When our lips touched the day closed
into a coffin. In the museum of the heart
there are two headless people building a burning house.
There was always the shotgun above
the fireplace. Always another hour to kill – only to beg
some god to give it back. If not the attic, the car. If not
the car, the dream. If not the boy, his clothes. If not alive,
put down the phone. Because the year is a distance
we’ve traveled in circles. Which is to say: this is how
we danced: alone in sleeping bodies. Wich is to say:
this is how we loved: a knife on a tongue turning
into a tongue.
Ocean Vuong (Ho Chi Minh, 1988), da Cielo notturno con fori d’uscita (La nave di Teseo, 2017)
Sfasciafamiglie
& così ballavamo: le vesti bianche
delle madri ci traboccavano dai piedi, fine agosto
ci mutava in rosso cupo le mani. & così amavamo:
una bottiglia di vodka & un pomeriggio in soffitta, le tue dita
tra i miei capelli – i miei capelli foresta in fiamme. Ci tappavamo
le orecchie & l’accesso d’ira di tuo padre si mutava
in palpiti del cuore. Quando le nostre labbra si toccavano, il giorno
si serrava in una bara. Nel museo del cuore
due persone senza testa erigono una casa che brucia.
C’era sempre un fucile appeso
al caminetto. Sempre un’altra ora da ammazzare – per poi implorare
un dio di restituircela. Se non la soffitta, la macchina. Se non
la macchina, il sogno. Se non il ragazzo, i suoi vestiti. Se non vivo,
metti giù il telefono. Perché l’anno è un percorso
compiuto in cerchio. Insomma: abbiamo
ballato così: da soli in corpi dormienti. Insomma:
abbiamo amato così: un coltello sulla lingua
che si muta in lingua.
“Solo compenso a questa perdita / non ti sia dato conoscere i limiti precisi / di ciò che hai perso”
Pubblicato: 27 aprile 2018 Archiviato in: Una poesia al giorno | Tags: Milo De Angelis Lascia un commento“Sta zitto. Tu parli solo per dimenticare.”
Ma non c’erano muri
e le frasi scomparivano insieme al vento.
“Lo sai, il mio nome
significa: io sono cambiata”
e poi non c’è silenzio, dice, se uno si accorge,
non c’è amore
alla fine di un ricordo.
È scomparsa l’ombra delle case
in questo esterno di autocarri e di calce
e lo spazio è troppo
perché le parole siano lì.
“Non l’hai inventata tu, la gioia, non sei
abbastanza intelligente… tu che ti disperi
perché ciò che fai diventa…”
E questi alberi, sempre più radi
le grandi strade a nord della città
la nebbia che sta coprendo tutto, i passi
“ma così non potrai a lungo…”
e le mani sono umide, come l’erba, oltre la strada
e ferme, non si toccano, non saranno mai
sentimentali.
“Non hai fatto che perdere tempo. Parti,
una volta tanto,
da quello che ti resta.”
Milo De Angelis (Milano, 1951), da Somiglianze (Guanda, 1976)



