Tempi, che stabilite i comandi sulle cose

Tempi,
che stabilite i comandi sulle cose
con queste parole
e non altre
dette nel cuore di un’estate
compiute, ripetute e celate
sopra la terra e in ogni stagione
restituitemi
salvo e incolume
nel senso che do alle mie parole
in quel senso solitario con cui voglio
che vengano dette,
ascoltate e pensate
e per voi
tra i lari delle stanze e dei giardini
tra gli spigoli del mondo

Giancarlo Pontiggia (Seregno, 1952) da Con parole remote (Guanda, 1998)


Bambino, altalena

Lo scricchiolio dell’altalena che fisso
dal vetro d’ufficio, di foglie seccate
affogate in attesa del vento e sacchi
vuoti di biscotti e patate – ieri era festa.
Nel parco c’è ancora un bambino da solo
che scava la sabbia, la ruota non gira,
sembra immobile il tutto, incantato – nell’ieri ,
di ieri soltanto lattine schiacciate di coca
e avanzi, gli unici fischi lamenti risate suonano
distanti, le insegue il profumo di spezie e pane
sfornato, il bambino non alza gli occhi,
misura la terra, chissà cosa cerca, da ore.
Lo vado a trovare finito il turno, gli chiedo
hai freddo, lui tace e continua a scavare,
il lampione è lontano, due dossi ai lati,
la terra è nera, soltanto qualche vermetto
riflette la luce arancione, i fanali delle auto
proiettano le ombre sul parco,
le invitano al gioco, del resto il silenzio.
Il suo ansimare, mi taccio, lo osservo,
si placa, si volta, mi fissa, mi ci specchio,
lo riconosco: il bambino pare sia io;
mi dice, questa è la fossa, adesso decidi
chi di noi due la deve calzare giocando al morto –
non io, non io.

Julian Zhara (Durazzo, 1986), inedito